Darby O’Gill e il re dei folletti

Darby O’Gill e il re dei folletti

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Darby O’Gill e il re dei folletti arrivò in Italia a quasi trent’anni di distanza dalla sua realizzazione, nell’aprile del 1988. Tra i parti più felici dell’universo live action della Disney, il film è anche la testimonianza della qualità registica e autoriale di Robert Stevenson, oltre a segnare l’esordio davanti alla macchina da presa di un giovane Sean Connery.

Il cocchio della morte

Nell’Irlanda di fine Ottocento Darby O’Gill e sua figlia Katie vivono nel villaggio di Rathcullen, dove l’uomo lavora come custode della tenuta di Lord Fitzpatrick. Al di là del lavoro e delle bevute al pub l’obiettivo principale di Darby è quello di catturare un leprechaun in modo da costringerlo a esaudire tre suoi desideri. Quando nel paese arriva il giovane e aitante Michael McBride, chiamato a rimpiazzare Darby O’Gill sul luogo di lavoro, le cose si complicano… [sinossi]

Il 21 aprile del 1988 l’attenzione dei cinefili italiani era ancora tutta rivolta a Bernardo Bertolucci, che dieci giorni prima aveva sbancato Hollywood ottenendo ben 9 premi Oscar per L’ultimo imperatore, compresi quelli destinati al miglior film e al miglior regista. Sempre in quei giorni la cronaca politica registrava la formazione del governo De Mita, frutto del pentapartito, e ancor più dell’omicidio del senatore democristiano Roberto Ruffilli per mano delle Brigate Rosse. In pochi, tranne forse i più piccoli, registrarono una particolare curiosità nei confronti del film che la Rai aveva programmato in prima serata sulla rete ammiraglia: dopotutto si trattava di un live action della Disney, tipologia produttiva che da sempre paga un’attenzione critica ai minimi storici, frutto per lo più di un malcelato snobismo intellettuale. Fu così che la prima trasmissione televisiva in Italia di Darby O’Gill e il re dei folletti passò quasi sotto silenzio. Nulla da eccepire, si potrebbe pensare, dopotutto si tratta di un film del 1959. Eppure proprio il ritardo trentennale con cui l’Italia arrivò a questo fantasy d’ambientazione irlandese permette di allargare lo sguardo al rapporto conflittuale che contraddistingue le relazioni tra il mondo cinematografico e cinefilo italiano e la complessità della produzione disneyana, in particolar modo quella del secondo dopoguerra, quando la Casa del Topo si inserì in modo molto forte nel sistema statunitense, muovendosi al di fuori del campo dell’animazione che aveva rappresentato il cuore pulsante dell’immaginario figlio delle intuizioni di Walt Disney. Tra il 1950 e il 1980 la Disney produsse oltre cento lungometraggi girati con attori in carne e ossa e studiati per la distribuzione nelle sale cinematografiche: tra film d’avventura e ritratti familiari idilliaci vennero così alla luce alcuni titoli fondamentali per il cosiddetto “intrattenimento per famiglie”, da Ventimila leghe sotto i mari di Richard Fleischer a Geremia, cane e spia di Charles Burton, da Il cowboy con il velo da sposa di David Swift a L’incredibile avventura di Fletcher Markle. E se è vero che almeno in un paio di casi, vale a dire soprattutto Mary Poppins e Pomi d’ottone e manici di scopa, i film vennero accolti con grande entusiasmo collettivo, non è secondario far notare come si trattasse di opere a tecnica mista, che contenevano al loro interno sequenze d’animazione e potevano dunque con maggior facilità essere ricondotti al mondo disneyano.

Non è casuale, comunque, che le avventure della bizzarra bambinaia Mary Poppins e il tentativo di diventare strega a tutti gli effetti di Eglantine Price fossero diretti da Robert Stevenson. Scomparso poco più che ottantenne a Santa Barbara nel 1986 – prima dunque che a Darby O’Gill e il re dei folletti fosse concesso di entrare in contatto con il pubblico italiano – Stevenson è stato il più fedele tra i cineasti che la Disney contrattualizzò affinché dessero lustro alle produzioni live action: a partire da I rivoltosi di Boston, nel 1957, per un ventennio fino al 1976 e a Quello strano cane… di papà, Stevenson diresse ben diciassette film per la Disney, segnando in profondità l’immaginario della major grazie a titoli iconici quali Zanna Gialla, F.B.I. – Operazione gatto, Un maggiolino tutto matto, Il fantasma del pirata Barbanera, Un professore fra le nuvole. Autore tutt’altro che pacificato prima del suo ingresso in Disney, come testimoniano opere umbratili, misteriche e per lo più notturne quali La porta proibita, Oppio, e Voglio essere tua, Stevenson trovò nella libertà espressiva concessa dalla Disney, dove si poteva portare a termine anche un film in cui un siamese fosse l’unico reale testimone di un crimine, il suo Bengodi. Nessun regista, probabilmente, è riuscito a cogliere con maggiore profondità le necessità spettacolari, eppure sempre umaniste e focalizzate sull’umano, che rappresentavano la base portante dell’ideologia disneyana del periodo: neanche colleghi prolifici quali Ken Annakin, Norman Foster, David Swift, Norman Tokar, e Vincent McEveety furono in grado di pareggiare la maestria nella gestione dei tempi comici, del ritmo rutilante della narrazione, e le derive più direttamente “di genere” (il noir, la fantascienza, il fantasy, l’horror), messe in mostra da Stevenson. In questo senso Darby O’Gill e il re dei folletti sembra quasi rappresentare un bignami delle qualità espressive ed emotive del regista britannico.

Walt Disney si era convinto a costruire un film che avesse come centro nevralgico della narrazione il folklore irlandese e la cultura gaelica fin dalla metà degli anni Quaranta: nel 1947 era stato ospite del “Coimisiún Béaloideasa Éireann”, commissione irlandese volta a diffondere nel mondo gli usi e i costumi della giovane repubblica indipendente, ed era tornato negli Stati Uniti con l’idea di mettere in scena le baruffe tra un anziano irlandese e un leprechaun, in un film da produrre a tecnica mista. Accantonato il progetto, un decennio più tardi Disney tornò alla carica, affermando che avrebbe tradotto in immagini Darby O’Gill and the Good People, un romanzo del 1903 di Herminie Templeton Kavanagh (sovente reso come acronimo, vale a dire H.T. Kavanagh), scrittrice irlandese trapiantata negli Stati Uniti. Ambientato nell’Irlanda rurale di fine Ottocento, Darby O’Gill e il re dei folletti è un’ode alla potenza visionaria del cinema, a partire dagli eccellenti effetti speciali che permettono all’anziano fattore protagonista della pellicola di trovarsi vis à vis con Brian, il re dei folletti. Ed è proprio la terra d’Irlanda a ispirare la regia di Stevenson, che ritrova le coordinate del gotico e le sposa a un naturalismo selvaggio, che sembra già nella disposizione delle rocce prevedere la deriva orrorifica che prenderà la vicenda. Aiutato dalla raffinata fotografia di Winton C. Hoch (al lavoro tra gli altri su I cavalieri del Nord Ovest di John Ford), Stevenson rende questa fiaba d’altri tempi quasi brutale, accentuando il contrasto tra l’idillio bucolico – che vede protagonisti in particolar modo Janet Munro e un allora esordiente Sean Connery, un po’ ingessato e ancora lontano dai fasti bondiani – e il Male che si può annidare in ogni angolo della brughiera. Quella, per quanto abitata dagli uomini, è la terra delle banshee, dei dullahan, degli spiriti che ghermiscono le persone per portarle nel regno dei morti. Stevenson prende una fiaba adatta ai bambini e la tramuta in un fiammeggiante mélo fantasy, senza cedere la mano di fronte agli aspetti più puramente horror – l’ululato notturno della banshee angosciò ben più di un bambino, risultato abbastanza anomalo all’interno della produzione disneyana del periodo – e allestendo uno spettacolo pirotecnico, che a distanza di oltre sessant’anni continua a stupire per la sua efficacia. Per quanto in Italia se ne accorsero con trent’anni di ritardo Darby O’Gill e il re dei folletti è uno dei live action più brillanti e compiuti dell’epopea disneyana, oltre a essere la memoria oggettiva di un’epoca oramai quasi al tramonto. Walt Disney morirà solo sette anni dopo la realizzazione del film; l’anno prima l’aveva preceduto Jimmy O’Dea, grande attore teatrale che qui prende le fattezze minute di re Brian; nel 1970 se ne andò anche Darby O’Gill in persona, vale a dire Albert Sharpe; infine nel 1972, a tredici anni dall’uscita del film e a soli 38 anni, un disturbo cronico al cuore spense anche Janet Munro. Quella volta, fuori dal cinema e nella vita vera, non ci fu nessuno che si propose di prendere il suo posto sul cocchio della morte.

Info
Darby O’Gill e il re dei folletti, il trailer.

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