The Black Cat

The Black Cat

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Edgar G. Ulmer diresse nel 1934 The Black Cat, che a parte il titolo ha poco a che vedere con il celeberrimo racconto di Edgar Allan Poe ma permise di far lavorare per la prima volta insieme Bela Lugosi e Boris Karloff. Un horror che mostra la follia dell’umano ma fa continuamente riferimento al conflitto bellico del 1914-18. In Venezia Classici alla Mostra.

La corriera dei Carpazi

Una coppia di americani in luna di miele in Ungheria viene intrappolata nella casa di un architetto adoratore di Satana dopo che la moglie, in seguito a un incidente stradale, è stata portata lì per ricevere delle cure mediche. [sinossi]

Ha solo diciannove anni Luc Moullet quando, sulle pagine dei Cahiers du cinéma, intervista Edgar G. Ulmer ponendo al centro del discorso l’autorialità del regista nato a Olomuc (oggi in Repubblica Ceca, all’epoca ancora città austriaca conosciuta come Olmütz) e trasferitosi poi negli Stati Uniti per sbarcare il lunario a Hollywood; è il 1956, e una seconda intervista alla rivista francese Ulmer la rilascerà cinque anni più tardi a Bertrand Tavernier. Se in Europa dunque tra gli anni Cinquanta e Sessanta Ulmer venne rivalutato, per quanto la sua carriera fosse di fatto già terminata – gli ultimi due film, Antinea, l’amante della città sepolta e Sette contro la morte, sono produzioni in parte italiane con co-registi rispettivamente Giuseppe Masini e Paolo Bianchini –, per far sì che lo stesso accada anche dall’altra parte dell’oceano sarà purtroppo necessario attendere la sua morte. Un infarto, il secondo nell’arco di poco più di un lustro, porta via Ulmer a sessantotto anni nel 1972: neanche due anni dopo il tragico evento Peter Bogdanovich darà alle stampe Edgar G.Ulmer. An Interview, pubblicato su Film Culture, la rivista fondata da Adolfas e Jonas Mekas. Da lì la rivalutazione postuma non si fermò più. A distanza di cinquant’anni dalla sua morte Edgar Georg Ulmer è un nome oramai conosciuto e apprezzato dai cinefili, che anche non avendo una visione d’insieme della sua filmografia hanno imparato a ritenere come tasselli fondamentali del percorso di formazione allo sguardo almeno Detour (1945) e L’uomo dal pianeta X (1951). Eppure non è improbabile che i più non abbiano troppa dimestichezza con un titolo quale The Black Cat, che alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia viene presentato in un restauro digitale all’interno della selezione dei “Classici”. Un classico lo è a tutti gli effetti, The Black Cat, fosse anche solo perché è su questo set che per la prima volta Boris Karloff e Béla Lugosi recitano insieme: accadrà in altre sette occasioni (Gift of Gab di Karl Freund, The Raven di Lew Landers, Il raggio invisibile di Lambert Hillyer, Il figlio di Frankenstein di Rowland V. Lee, Black Friday di Arthur Lubin, You’ll Find Out di David Butler, La jena di Robert Wise).

Il film si articola interamente attorno al duello tra i due, l’uno fresco di fama internazionale per aver interpretato la creatura di Frankenstein nel film di James Whale, l’altro come vampiro per eccellenza nei panni del conte Dracula sotto l’egida di Tod Browning. Il resto del congegno narrativo è così superficiale che lo stesso Ulmer lo liquida in fretta e furia: basta un’inquadratura in treno per spiegare chi siano i giovani innamorati Peter e Joan Alison, in viaggio di nozze in Ungheria dopo aver fatto tappa dai parenti della ragazza in quel di Vienna; e basta ancor meno, il più facile degli stratagemmi – un incidente d’auto, nel quale per di più perde la vita una persona, l’autista – per far sì che i due, ai quali si accompagna il misterioso dottor Vitus Werdegast, siano costretti a fermarsi nella magione di Hjalmar Poelzig, di giorno apprezzato architetto riconosciuto in tutta Europa, ma di notte folle adoratore di Satana, al punto da leggere prima di addormentarsi un libro che riporta i riti per evocare Lucifero. La secchezza della narrazione, che fa sì che i personaggi non debbano permettersi psicologie ma siano mossi semmai dalle cicatrici accumulate nel corso della propria vita (il professor Werdegast interpretato da Lugosi in questo senso è una figura chiave, e di grande fascino), svolge un ruolo determinante e così, eliminato qualsiasi fronzolo, The Black Cat si muove a passo spedito verso la sua risoluzione, che si svolge nelle segrete del castello, proprio dove il folle Poelzig ha concentrato tutta la dinamite rimasta inesplosa dai combattimenti della Prima Guerra Mondiale. Sì, perché The Black Cat trasuda tutti gli umori di un conflitto mai davvero sanato, di uomini mandati al macello, di un territorio distrutto. L’Austria e l’Ungheria sono ora due nazioni differenti, e si guardano con sospetto – austriaco Poelzig, ungherese Werdegast –, si rinfacciano i torti subiti, ma ancora si dividono le mogli, e le figlie.

In questo scenario cataclismatico, che Ulmer sa tracciare con sottilissima intelligenza – ma il merito va attribuito anche alla sceneggiatura che il regista scrisse insieme a Peter Ruric –, il riferimento al celeberrimo racconto di Edgar Allan Poe (immortale, questo l’aggettivo attribuitogli sui titoli di testa: e sì che lo scritto non aveva all’epoca neanche un secolo di vita) è del tutto ipotetico. C’è sì un gatto nero, ma serve solo a risvegliare l’ailurofobia di Werdegast e a innervare i dettagli che fanno riferimento alle pratiche del satanismo (e d’altro canto Poelzig sembra costruito in fase di sceneggiatura avendo come riferimento ideale Aleister Crowley). Anche perché l’orrore che riporta in scena Ulmer non è tanto quello che potrebbe avvenire di fronte agli spettatori in scena: Karloff e Lugosi sono molto inquietanti, ma il film è privo di quasi ogni scena forte – la morte di Karen, figlia di Werdegast e moglie di Poelzig, avviene fuori campo, tanto per fare un esempio. L’orrore di The Black Cat è quello della memoria, del ricordo della guerra, dei quindici anni di prigionia trascorsi da Werdegast, di quei diecimila cadaveri su cui venne costruita la casa, quel gioiello architettonico che è moderno ma contiene nei suoi recessi tutto l’orrore della barbarie. “Perfino il telefono è morto”, sentenzia gongolante Poelzig al suo avversario, perché non c’è modo di salvarsi da quella morte, immortale come il gatto nero perché eternamente ripetuta. Certo, si può trovare la via d’uscita e rifugiarsi sul primo treno con destinazione Vienna, ma quell’incubo è così reale e persistente che non viene creduto, ed è considerato fola, allucinazione, romanzo. Cinque anni dopo The Black Cat l’Austria e l’Ungheria saranno di nuovo colpite dai venti della guerra, e quindi separate per molti decenni. E chissà quante case di pregio i grandi architetti hanno costruito su altre migliaia di cadaveri.

Info
The Black Cat sul sito della Biennale.

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