Nocturno para uma floresta

Nocturno para uma floresta

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Presentato nella sezione Pardi di domani – Concorso corti d’autore, Nocturno para uma floresta è l’ultimo lavoro della filmmaker portoghese Catarina Vasconcelos che squaderna, ancora una volta, il suo immaginario visivo per raccontare una storia portoghese del Seicento, componendo immagini per contemplare un sistema di antinomie, natura e cultura, nature morte e nature vive, religione e spiritualità, misoginia maschile e sessualità femminile.

Gli alberi delle Carmelitane

Portogallo, XV secolo. Per impedire l’accesso alle donne, dei monaci innalzano un muro intorno alla foresta di Bussaco, per ordine del pontefice Gregorio XV. Ma, nel mondo dell’incorporeo illuminato dalle loro anime, le donne hanno costruito il loro regno invisibile, privo di mura. [sinossi]

Nel 1622 una bolla papale, firmata dal pontefice Gregorio XV, impedisce alle donne, grazie a un grande muro di separazione, di entrare nella foresta di Bussaco, un antico arboreto nel Centro, piantumato con essenze botaniche di tutto il mondo, importate dai navigatori portoghesi. Su questa curiosità storica parte il nuovo lavoro di Catarina Vasconcelos – che conosciamo per A metamorfose dos pássaros che fu presentato nella Berlinale 2020 e poi vinse a Pesaro –, dal titolo Nocturno para uma floresta, presentato nella sezione Pardi di domani – Concorso corti d’autore del 76 Locarno Film Festival. Le donne potevano solo immaginare da lontano le imponenti essenze arboree che si celavano dietro al muro. Solo a una femmina fu concesso di entrare nel luogo proibito, ovvero la pittrice di origine spagnola Josefa D’Óbidos, autrice di un quadro celebre, la Sagrada Familia, che per secoli è stato esposto in un monastero all’interno della foresta, fino al 2014 quando andò perduto a causa di un incendio. Nel quadro la Vergine Maria veniva raffigurata con un seno scoperto, nell’atto di allattare il bambino Gesù. La nudità della Madonna suonava come una rivincita femminile contro quell’assurdo divieto, nella rivendicazione del corpo della donna e della figura sacra che è sempre stata voluta come vergine, desessualizzata, addirittura partorita in un’immacolata concezione.

In un corto di un quarto d’ora Catarina Vasconcelos compone un flusso di immagini che toccano principi eterni dell’umanità, raffigurando un sistema di antinomie, dove il muro eretto per volontà papale diventa simbolo di una cesura netta, tra natura e cultura, morte e vita, nature morte e nature vive, religione e spiritualità, misoginia maschile e sessualità femminile. Già il prologo si differenzia dal resto del film per raffigurazioni da natura morta nei colori e nell’estetica di un dipinto caravaggesco. Raffigurazioni di conflitti tra natura e cultura. Nella prima scena un uomo in pomposo abito talare, non visto in volto, riempie un teschio di fiori colorati e quindi apre una fessura, un simbolo vaginale, con il dito tra le pagine di un libro chiuso. Successivamente uno scarabeo viene catturato in un bicchiere di vetro. La grande cesura tra il prologo e il seguito del film è proprio rappresentata dalla lastra posta sul muro divisorio che recita: «Alle donne non è consentito entrare. Coloro che entreranno verranno scomunicate. Finiranno all’inferno ad ardere per l’eternità. 23 luglio 1622, Papa Gregorio XV». Segue un tripudio di immagini naturali, botaniche, di piante e foglie della foresta, colorate con dei viraggi cromatici. È il terreno della spiritualità, della femminilità, degli spiriti di donne che hanno vissuto in questa terra. Tra queste anche la stessa Josefa D’Óbidos che viene evocata, e che rivendica il portato femminista ante litteram della sua opera artistica. Non si può cambiare il passato, sostiene la pittrice, ma si può cambiare il modo in cui si parla del passato. Epitaffio che si può benissimo applicare anche alla storia coloniale portoghese.

Josefa D’Óbidos è autrice di un dipinto la cui portata militante non è mai stata compresa dalle gerarchie ecclesiastiche che avrebbero dovuto bollarla come blasfema, e che è andato distrutto in un incendio, per cause quindi naturali, indipendenti dalla volontà di nessuno. Ma, suggerisce Catarina Vasconcelos, la distruzione di quell’opera d’arte significa farla rientrare nel ciclo della vita, e della morte. E il film si chiude con quella tetta sacra, immaginando che il lembo di dipinto si sia conservato, in un limbo, in una galleria di storia dell’arte ideale non più vista da un’unica prospettiva maschile, come quella delineata nella seminale storia dell’arte di Ernst H. Gombrich dove, fa notare la regista, quasi non vengono contemplate artiste di sesso femminile. Un limbo in cui, aggiungiamo, Josefa D’Óbidos non può che far compagnia ad Artemisia Gentileschi.

Info
Nocturno para uma floresta sul sito di Locarno 2023.

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