Intervista a Catarina Vasconcelos

Intervista a Catarina Vasconcelos

Nata a Lisbona nel 1986, con una formazione artistica, diplomata all’Accademia di Belle Arti di Lisbona e con un master al londinese Royal College of Art, Catarina Vasconcelos ha esordito con il cortometraggio Metáfora ou a Tristeza Virada do Avesso, presentato in anteprima al Cinéma du Réel nel 2014, dove è stato riconosciuto quale miglior cortometraggio del concorso internazionale, e poi a vari festival, RIDM – Montreal International Documentary Festival (in cui ha ricevuto il premio internazionale per i film di media durata), DokLeipzig, Moscow International Film Festival e Doclisboa. Il suo primo lungometraggio, A Metamorfose dos Pássaros è stato presentato nella sezione Encounters della 70 Berlinale, dove si è aggiudicato il premio Fipresci. Abbiamo incontrato Catarina Vasconcelos durante la Berlinale.

A Metamorfose dos Pássaros è un film che funziona come una galleria d’arte. Rientra in quest’ottica la scelta della pellicola 16mm e dell’aspect ratio 4:3?

Catarina Vasconcelos: In realtà il film è suddiviso in due parti: la prima è in 16mm mentre la seconda è in video HD. Al tempo in cui mia madre era viva non c’era il digitale, lei ha visto solo opere su pellicola, pertanto volevo ritrarla in pellicola, che è qualcosa che puoi toccare fisicamente. Volevo “inciderla” in qualche modo in questa realtà, e poi nella seconda parte, quando muore, è come se si perdesse questa materialità e quindi si passa al digitale. Per me questo era importante, questa è la ragione per cui è in 4:3, perché si trattava di fotogrammi e forme classiche, e per me era piuttosto importante poterla fissare in un ritratto nel suo tempo. Mi piace questo formato perché è verticale e ricorda moltissimo un quadro, ed è importante in un film che si avvicina alla pittura.

Parlando dei contenuti pittorici del film, usi molto immagini di nature morte, come frutta, piatti di pesce. Come mai?

Catarina Vasconcelos: Io provengo da una formazione artistica, non ho studiato cinema. Provengo quindi dalle belle arti. In accademia studiavamo i dipinti e sono sempre stata molto appassionata di pittura. Anche se non sono in grado di dipingere e disegnare, sono davvero terribile. Ma adoro osservare i quadri. Questo dunque è stato di grande ispirazione per il film, e sono sempre stata affascinata dal fatto che nelle lingue neolatine si usi l’espressione “natura morta” per ciò che in inglese è definito “still life”. Per me non ha senso, perché la natura non è morta. La natura è molto importante nel film, nella seconda parte è molto presente e non è morta. Nella prima parte abbiamo queste nature morte, ma che allo stesso tempo sono vive, vediamo Zulmira entrare e raccogliere dei frutti. Il film parla anche di come dare la vita a qualcosa di morto. Quindi, natura morta per me significa essere vivi. C’erano tutte queste domande attorno alle idee che hanno poi prodotto il film. Questo il motivo per cui la natura morta è stata così importante per la realizzazione del film. Mi piace molto la parola natura morta, perché è molto strana ma allo stesso tempo molto bella. È un termine che ti fa pensare. È una contraddizione e penso che questo riguardi spesso anche noi esseri umani. In portoghese è natureza morta. Penso sia lo stesso per tutte le lingue neolatine, è una cosa che adoro.

L’immagine, da natura morta dei pesci nel piatto è molto nella tradizione portoghese.

Catarina Vasconcelos: Sì, questa natura morta prende ispirazione da un pittore portoghese, Antonio Carvalho da Silva Porto, che dipingeva bellissime opere. Allo stesso tempo per quanto riguarda la musica ci siamo ispirati alla Petite messe solennelle di Rossini. E il kyrie, ciò che c’è dietro alla musica, che è appunto il kyrie eleison, conosciuto anche come “Signore pietà”. Ho pensato che fosse interessante avere questo elemento cattolico. E poi Zulmira che taglia il pesce… è tutto molto portoghese e molto simbolico l’uso di questo background cattolico, come i francobolli che parlano della storia del Portogallo.

Molto bella quella sequenza di francobolli che raccontano la storia della fine dell’epoca coloniale, passando dai francobolli delle colonie a quelli degli stessi paesi ormai indipendenti.

Catarina Vasconcelos: Mio nonno aveva un’enorme collezione di francobolli. Per tutti i miei zii è stato un incubo perché era una collezione davvero grande, e continuavano a guardarla considerandola come la storia dell’intera nazione, perché dice così tanto. Io ero stupita e allo stesso tempo piuttosto offesa perché pensavo che alcuni di quei francobolli fossero davvero offensivi per il contenuto. Com’è possibile che non si parli di questi argomenti? Magari in Italia è lo stesso, ma il discorso sul colonialismo è venuto fuori solo da poco in Portogallo. E per me non è ancora sufficiente il dibattito che si sta facendo ora a riguardo, dobbiamo parlarne di più. Quando si parla della storia del Portogallo parliamo solo delle scoperte geografiche e di come erano coraggiosi e fantastici i portoghesi. Ma dobbiamo cambiare questa narrazione perché sì, erano molto intrepidi ad andare per mare, e quello è un atto di coraggio, ma non c’è valore nella schiavitù, non c’è eroismo nell’andare in un’altra nazione e prenderne possesso. Siamo già piuttosto in ritardo nell’aprire un discorso sulle nostre responsabilità storiche. Avremmo dovuto già iniziare molto tempo fa, eppure si sta iniziando solo ora a parlarne in Portogallo. Per me era dunque importante avere anche questo tema. Si nota anche il salto generazionale con Jacinto, mio padre, e i miei zii che stavano già pensando a una nuova nazione mentre mio nonno e mia nonna erano ancora legati a quella vecchia. Quindi c’è anche questa specie di scontro, la storia che porta a uno scontro all’interno della mia famiglia. Ho pensato fosse un bel modo per spiegare qualcosa di così complesso.

Tra le tante figure del film compare anche quella del cavalluccio marino. Nel film è molto importante il concetto di verticalità, per gli alberi, per la crescita dei figli. Il cavalluccio marino è l’unico pesce ad avere una forma che si sviluppa in verticale, è questo il significato?

Catarina Vasconcelos: Hai ragione, non ci avevo pensato! L’idea di verticalità, l’idea delle piante viene da Beatriz. Era una donna che provava un amore profondo e un’enorme premura verso la natura, verso le piante. Questo è in giustapposizione con suo marito, che all’epoca era in mare, e nel mare non hai radici. Credo che si sia presa molta cura dei suoi figli. Mio padre voleva diventare un giardiniere quand’era giovane e penso che fosse stato influenzato da sua madre, che si circondava di piante di cui si prendeva cura. Il film è stato scritto attorno a questa idea di Beatriz, alla sua relazione con la natura e a come abbia educato i figli riguardo alla natura, che cresce in verticale, e questa idea di verticalità che si trasmette anche alle persone. Il cavalluccio marino che si vede nel film, è uno di quelli della collezione di mia madre, è divertente che sia un pesce verticale. L’idea del cavalluccio marino deriva da quando, diversi anni fa, ebbi l’opportunità di lavorare con un neuroscienziato. Gli stavo raccontando della mia ossessione per la memoria e per i cavallucci marini. Questo neuroscienziato mi disse che la parte del cervello dove immagazziniamo le memorie si chiama ippocampo, che è anche il termine con cui viene chiamato il cavalluccio marino, il suo nome scientifico è Hippocampus. Ho pensato che fosse fantastico. Ovviamente solo alcune persone riusciranno a cogliere il riferimento, persone che sanno di questa parte del nostro cervello, ma è qualcosa di meraviglioso, è come se avessimo un cavalluccio marino nella nostra testa che ci aiuta ad avere dei ricordi. Perché credo che il film abbia anche quest’idea della memoria che rievochiamo.

Il film si conclude proprio con l’immagine di un alberello portato su una barchetta nel mare, come la sintesi dei due mondi dei tuoi nonni, il mare e la pianta, che si sviluppa in verticale.

Catarina Vasconcelos: Questa immagine finale non è una sorta di sinossi del film, quanto piuttosto indica come possiamo unire questi due mondi e di come la natura terrestre possa invadere il mare o viceversa. In tutto il film abbiamo questa connessione verso la natura. La seconda parte è tutta all’esterno, ed ero piuttosto interessata a come un essere così piccolo possa relazionarsi con una realtà così vasta che lo circonda, che è appunto la natura stessa.

Come interpretare invece quella scena in cui si cerca invano di raddrizzare un alberello curvo, piegato dal vento?

Catarina Vasconcelos: L’albero non è morto, è semplicemente così. Quando l’ho visto ho pensato che fosse fantastico, perché era un albero che sembrava morto ma non lo era, e di lì l’idea di inserirlo. Quando per tutto il film abbiamo detto che Beatriz è come un albero, che puoi cercare di infondere la vita in qualcosa, ma alla fine non ci riesci. Forse è solo una metafora, solamente un’altra metafora che salta fuori per qualcosa che viene detto per tutta la durata del film. Questo in abbinamento con la Ciaccona di Bach. Ero interessata a come possiamo evocare i nostri morti, a riportarli indietro in qualche modo. Credo che tutte queste immagini siano un modo per evocare i nostri defunti.

C’è quella scena, nel film, del passero morto cui i bambini danno sepoltura. Sembra rappresentare la prima esperienza di morte, la consapevolezza della morte per dei bambini. Come l’hai concepita?

Catarina Vasconcelos: È qualcosa che mi è venuto in mente perché mi ricordo che è stata la prima volta in cui ho pensato alla possibilità che i miei genitori potessero morire. Penso di non aver dormito tutta la notte, è tutto molto reale. Parliamo della morte come qualcosa di reale, rientra nella natura, nella vita di ognuno di noi, perché alla fine tutti moriremo. Ma non ci sembra poi così naturale, abbiamo tutti in qualche modo paura della morte, anche se diciamo di non averne, perché quando succede non puoi farci nulla. Un conto è se siamo noi che ne parliamo, ma devi immaginarti un bambino o una bambina che pensano a questo e a tutto quello che sta avvenendo nel loro cervello in quel momento. Deve essere davvero triste, perché è l’attimo in cui realizza che tutto questo prima o poi finirà. Qualcuno che ha appena iniziato la sua vita e pensa già alla fine, è qualcosa che lascia il segno. Questo momento per me credo sia stato una sorta di preambolo di quello che stava per accadere, come in un film dove abbiamo tutti questi piccoli segni, come in una tragedia greca dove hai alcuni elementi che ti preannunciano già ciò che può succedere. Ma alla fine succede davvero. In questo caso, nel momento in cui il passero muore, fanno il funerale ma poi vanno avanti, la vita continua. Ma quando la madre muore, non riescono ad andare avanti. Perché non è un passero, ma è l’albero.

Come hai concepito invece quelle scene con le lenti di ingrandimento puntate verso il mare?

Catarina Vasconcelos: Eravamo in viaggio su questa nave, chiamata Sagres, che è una nave scuola della marina portoghese, ed è la nave dove mio nonno diventò prima marinaio e poi tenente. In seguito andò anche su altre navi ma questa era molto importante per lui, perché era stata la prima. Mentre eravamo lì ho avuto quest’esperienza con le lenti d’ingrandimento, ero piuttosto meravigliata, anche per come appariva il mare. Forse è perché ho questa formazione artistica che mi sono innamorata di questa immagine, il mondo a rovescio dentro qualcosa di così piccolo per me era come se esprimesse questa idea di lui in mezzo al nulla, e il suo mondo era completamente capovolto perché voleva essere da un’altra parte. Viene tutto da quest’esperienza.

Come è stato possibile realizzare questo film? Come hai lavorato con la casa di produzione?

Catarina Vasconcelos: Ho fatto questo film con uno studio di produzione chiamato Primeira Idade, con Pedro Fernandes Duarte e Joana Gusmão, e ciò che mi piace di questa compagnia è che sono tutti molto giovani e pieni d’amore per il cinema. Credo anche che siano molto aperti alla possibilità di realizzare film ai quali non sono abituati a lavorare, come quelli organizzati e girati in due mesi. Questo film ha richiesto cinque anni, anzi sei per essere fatto. I membri della mia crew sono stati tutti fantastici e flessibili, perché stavamo girando anche con dei bambini, miei cugini, e avevano la scuola quindi dovevamo girare magari nei weekend o durante le vacanze di Natale. Tutto stava nel seguire il ritmo, ma in questo caso era un ritmo di molte persone. Inoltre, volevamo filmare anche le stagioni, e quindi dovevamo aspettare che arrivasse quella giusta, che il clima cambiasse come interessava a noi e cose così. Credo che sia molto positivo che questa compagnia di produzione abbia l’abilità di essere così flessibile, perché avevano compreso a pieno il tempo di cui il film aveva bisogno per essere realizzato. Serviva tempo per girare e poi altro tempo per il montaggio con il mio tecnico del montaggio Francisco Moreira, e poi tempo per scriverlo perché avevo scritto inizialmente soltanto il testo della voce over alla fine anche questo ha richiesto molto tempo. Sono stata molto fortunata ad aver avuto il tempo per fare tutto, e penso sia qualcosa di molto importante quando si tratta di girare un film.

Info
La scheda di A metamorfose dos pássaros sul sito della Berlinale

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