A Herdade

A Herdade

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Presentato in concorso a Venezia 76, A Herdade di Tiago Guedes è un affresco di storia portoghese attraverso le vicende di una famiglia di ricchi possidenti terrieri. Calligrafico, leccato, ideologicamente ambiguo, il film guarda a Novecento e alle grandi soap degli anni Ottanta, senza raggiungere il livello qualitativo di nessuna di queste opere.

Una brutta fazenda

La saga di una famiglia, quella di João Fernandes, carismatico proprietario di una delle più grandi tenute d’Europa, sulla riva sud del fiume Tago, che attraversa la storia del paese, dalla dittatura di Salazar, alla rivoluzione dei garofani, per arrivare alla recente crisi economica. [sinossi]

Una delle cinematografie più vive e sempre in fermento è senza dubbio quella portoghese, che ha avuto grandi autori classici, come de Oliveira, per arrivare ai contemporanei Pedro Costa, Miguel Gomes e tanti altri. Non fa onore a questa ricca e importante cinematografia il film A Herdade, finito non si sa come in concorso a Venezia, prodotto non si sa come mai dal grande Paulo Branco.

A Herdade abbraccia un periodo storico molto esteso, che parte da un preludio nel 1946, per arrivare al 1973, ripercorrere la rivoluzione dei garofani proiettandosi poi nel 1991, in epoca di recessione economica. Il tutto è filtrato con le vicende della famiglia Fernandes, ricchissimi possidenti terrieri, con legami familiari con ministri della dittatura, proprietari di una delle più grandi tenute d’Europa a sud del fiume Tago. Evidente il modello di Novecento, ripreso in tanti momenti, finanche nell’identica pettinatura del protagonista, nella fase finale, a quella di Alfredo Berlinghieri pure da vecchio. Rispetto però alla concezione ideologica del film di Bertolucci, lo sconosciuto regista Tiago Guedes va in tutt’altra direzione. La figura di João Fernandes, ricchissimo, viene delineata politicamente in modo più favorevole rispetto al suo corrispettivo interpretato da Robert De Niro. Nonostante gli indubbi vantaggi che goda dal sistema della dittatura, imparentato anche con alcuni dei suoi esponenti, João appare riluttante inizialmente ad appoggiare direttamente il governo, cedendo solo dopo ricatto. Al passare della rivoluzione dei garofani, brinda al suo successo senza molta convinzione, forse per opportunismo. Quando dei braccianti arrivano nella sua tenuta, sobillati da un sindacalista, pretendendo lavoro, in quanto diritto, interviene ora il corrispettivo di Olmo, Leonel, amico del padrone che era riuscito a toglierlo dagli impicci in cui si era ficcato per le sue idee marxiste. Ora Leonel dice ai braccianti che nella tenuta, dove si rispettano i diritti dei lavoratori, sono al completo e non c’è posto. Interviene quindi João che offre da bere a tutti promettendo di occuparsi di loro, cercando tra i colleghi qualcuno che possa essere sotto organico.

Invece della lotta di classe, A Herdade propone insomma la riconciliazione sociale, il capitalismo dal volto umano, e Leonel, da Olmo diventa Grot di Metropolis che alla fine stringe la mano al padrone, sancendo l’alleanza tra il capitale e la forza lavoro.
Per una saga familiare-storica di questo tipo, le opzioni da prendere potrebbero essere due: usare le storie dei protagonisti più o meno come pretesto per raccontare la Storia, oppure usare questa come un puro sfondo per una narrazione da telenovela o da serial da anni Ottanta, come Dallas o Dynasty, quei prodotti basati sul fascino di personaggi ricchi, belli e potenti. A Herdade non riesce a prendere una direzione precisa in nessuna delle due parti, e si perde in diseconomie o digressioni narrative. Ci sono momenti inutili come la febbre del bambino, il bambino morto, la stessa impiccagione iniziale e tutta la storia dell’ultima parte, sulla scoperta del figlio illegittimo, è di una pesantezza insostenibile.

A Herdade si perde nel bell’affresco, nella ricostruzione laccata fatta di ambienti eleganti, feste da ballo e di un mondo rurale pettinato con la grande fattoria bianca, decorata negli interni dagli azulejo, con cavalli che si stagliano al tramonto, immense distese di campi coltivati. E quella presenza totemica dell’albero dalla forma strana. Qualcuno però dovrebbe spiegare al regista che nel corso dei decenni gli alberi crescono, la loro chioma e lo spessore di tronco e rami aumentano. Non possono rimanere sempre così perfettamente identici come quello.

Info
La scheda di A Herdade sul sito della Biennale di Venezia.

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