A dire il vero

A dire il vero

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A dire il vero segna il ritorno alla regia per Nicole Holofcener a cinque anni di distanza da La seconda vita di Anders Hill; la sessantatreenne cineasta newyorchese affida i turbamenti dei suoi protagonisti ai ritmi, le indolenze e le schizofrenie della Grande Mela, muovendosi in direzione della commedia brillante borghese à la Woody Allen – di cui fu assistente – o Nora Ephron. Un lavoro divertente anche se un po’ prevedibile, dominato dall’ottima presenza scenica di Julia Louis-Dreyfus.

Le bugie bianche hanno le gambe corte

Il matrimonio di lunga data di una scrittrice viene improvvisamente sconvolto quando lei sente suo marito dare la sua onesta reazione al suo ultimo libro. [sinossi]

Chissà cosa sarebbe accaduto nella vita di Nicole Holofcener se sua madre Carol Shapiro, dopo il divorzio dal marito Lawrence Holofcener, non si fosse risposata nel 1968 – quando Nicole aveva otto anni – con Charles H. Joffe. Un anno dopo il matrimonio infatti Joffe iniziò la sua carriera come produttore di Woody Allen, con cui avrebbe lavorato ininterrottamente fino alla morte avvenuta nel 2008 (Basta che funzioni, l’ultimo lavoro di Allen da lui prodotto, vedrà la luce postumo) a settantanove anni; Nicole Holofcener ebbe dunque l’occasione appena ventenne di lavorare in qualità di assistente alla produzione sul set di Una commedia sexy in una notte di mezza estate, per poi prestarsi come assistente al montaggio nella post-produzione di Hannah e le sue sorelle. Non c’è dubbio che l’imprinting alleniano abbia lavorato in modo fertile sulla giovane Holofcener, scavando un profondo solco nel suo immaginario e nell’approccio alla messa in scena e ancor prima al racconto in quanto tale. Lo ribadisce oggi A dire il vero, che approda in sala in Italia a un anno e poco più di distanza dalla sua presentazione al Sundance Film Festival: il titolo originale You Hurt My Feelings coglie con maggior precisione il senso ultimo del racconto, che ruota attorno al peso che può assumere all’interno delle dinamiche di coppia la cosiddetta “bugia bianca”, vale a dire quella fandonia pronunciata “a fin di bene”, onde non turbare la controparte e non rischiare di ferirla, o di offenderla. Vede feriti i propri sentimenti Beth, che sta cercando di farsi pubblicare la sua seconda opera narrativa dopo aver sfornato un primo lavoro di memorialistica che ha riscosso un piccolo ma concreto successo di critica, nel momento in cui il marito Don – con cui la donna condivide la vita gioiosamente da molti anni – ammette di non aver amato le bozze che la compagna gli ha fatto leggere.

Cosa può scaturire da questo? La domanda attorno alla quale ruota A dire il vero è semplice e diretta, ma com’è ovvio si apre a ramificazioni non indifferenti, in grado di lavorare sotto la corteccia della relazione squadernandola, e rischiando forse anche di metterla in dubbio in maniera definitiva. Holofcener sfrutta l’occasione per rivendicare il proprio immaginario, fatto di dialoghi incessanti, una messa in scena minimale, e il tentativo di raccontare i sentimenti dei personaggi in scena prima ancora delle rispettive psicologie, con l’obiettivo di mettere a fuoco l’umanità raccontandone la quotidianità, i microtraumi che potrebbero perfino passare indisturbati se non lacerassero, un millimetro al giorno, l’anima di chi li ha “subiti”. Ne viene fuori un bignami, forse semplificante ma non per questo meno acuto, dei rapporti di coppia e della fragilità sui quali sono inevitabilmente costruiti anche quando appaiono incrollabili, inscalfibili. Chi si approccia al film conoscendo le precedenti incursioni della cineasta dietro la macchina da presa nel corso di quasi un trentennio (Parlando e sparlando, Lovely & Amazing, Friends with Money, Please Give, Non dico altro, La seconda vita di Anders Hill) sa già esattamente quali saranno le direzioni che questa brillante commedia prenderà, e per quanto il gioco si faccia da subito fin troppo scoperto non resterà deluso. La precisione di dialoghi che guardano alla commedia newyorchese per eccellenza, quella per l’appunto di Allen con qualche spruzzata di acidità à la Nora Ephron, è indiscussa, così come l’eleganza d’altri tempi che sprigiona l’approccio di Holofcener, che si immerge nelle relazioni tra i suoi personaggi come fosse lei stessa la prima spettatrice del confronto dialettico.

Non ha granché di originale da offrire al pubblico A dire il vero, se non squadernare le quotidiane disillusioni di chi impara a vivere fra gli altri, che si tratti del coniuge, di un fratello, di un figlio. Lo fa con il doveroso puntiglio, affidandosi in modo totale alla presenza scenica di un’eccellente Julia Louis-Dreyfus, che incarna alla perfezione il disagio della protagonista, la sensazione di non essere protette, di non sentirsi mai al sicuro, neanche negli affetti più duraturi e sinceri. Holofcener sfrutta la sceneggiatura come una seduta dal terapeuta – di nuovo, Allen non è passato invano, e d’altronde il Don interpretato da Tobias Menzies è proprio uno psicologo nella finzione scenica –, coinvolgendo il pubblico in un dialogo a distanza che pone al centro della questione l’ego ferito, e dunque la necessità di confrontarsi con se stessi, cercando di trovare il punto d’appiglio al quale aggrapparsi per riemerge, o forse soltanto fingere la riemersione. Non ha la forza di scavare davvero in profondità, A dire il vero (da un certo punto di vista certificandosi a sua volta come una bugia bianca lunga un’ora e mezzo), ma resta una commedia non banale, graziosa e pungente, che non si perde in rivoli secondari e non necessari. Un’opera gentile, materia sempre più rara di questi tempi, e dunque inusitatamente divenuta preziosa col tempo.

Info
A dire il vero, il trailer.

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