I corpi presentano tracce di violenza carnale

I corpi presentano tracce di violenza carnale

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Slasher di prima generazione articolato intorno a una tipica struttura whodunit da giallo italiano anni Settanta, I corpi presentano tracce di violenza carnale di Sergio Martino evoca riflessioni non banali su sguardo e desiderio come forme di prevaricazione e aggressione, dando luogo a una coreografia estetizzante di efferati omicidi. Al Festival del Cinema Ritrovato di Bologna 2024 per la sezione Ritrovati e Restaurati.

Gioventù (im)punita

A Perugia, nel contesto dell’Università per Stranieri, avvengono violenti omicidi che colpiscono coppiette appartate di giovani e in particolare le ragazze. Mentre la polizia indaga, un gruppo di amiche di varia nazionalità si ritrova minacciato dal killer, e più di una figura sospetta si aggira intorno a loro, soprattutto Stefano, follemente innamorato di una delle ragazze fino all’ossessione. A identificare l’assassino a un certo punto emerge un foulard dal disegno ben riconoscibile, e Stefano sembra possederne uno identico. Per tentare di distrarsi dagli eventi accaduti le ragazze si concedono un fine settimana in una villa di campagna, ma l’assassino le ha seguite. [sinossi]

Nel giallo italiano anni Settanta l’avvenenza femminile non è mai un vantaggio. Certo, in I corpi presentano tracce di violenza carnale (Sergio Martino, 1973), riproposto al Festival del Cinema Ritrovato di Bologna 2024, finisce per cadere sotto l’assassino di turno un po’ ogni genere di essere umano. Baldi giovani appartati in auto per amoreggiare, un gruppo di amiche universitarie, un viscido venditore di piazza, un sordomuto di paese… Però di fondo è la bellezza muliebre e la gioventù a essere vittima dei colpi del maniaco, una gioventù in qualche modo negata al vissuto traumatico del killer e dalla quale si sente visceralmente escluso. Sergio Martino lo dichiara fin dal prologo, tipico escamotage narrativo del giallo italiano che introduce enigmaticamente al racconto mettendo insieme disparati elementi narrativi che troveranno poi una spiegazione graduale nel corso del film; stavolta il prologo alterna immagini di sesso di gruppo (con prevalenza di giovani donne) a inserti di una bambola d’epoca alla quale vengono schiacciati gli occhi. Donna e bambola: nel puntuale spiegone finale l’abbinamento è delucidato nei suoi facili significati, ma fin dal prologo Martino propone un’idea di donna disanimata in forma di bambola, ridotta a oggetto di piacere e manipolazione anche perversa e violenta. Nel giallo italiano non si tratta certo di un unicum, ma più che altrove l’adesione a un contesto narrativo giovanile è pressoché totale e onnicomprensivo. Martino e il suo sceneggiatore Ernesto Gastaldi scelgono infatti l’ambiente dell’Università per Stranieri di Perugia, optando per un’ampia coralità narrativa che sulle prime risulta quasi disorientante – tutta la sequenza d’apertura è sapientemente strutturata su una folla di figure, prima compostamente sedute durante una lezione di storia dell’arte, poi disperse in mezzo ai passanti di una delle piazze centrali di Perugia.

Il contesto universitario prescelto permette altresì di focalizzare enfaticamente il racconto su un ampio spettro di varia umanità multietnica, testimone di una gioventù moderna e integrata che non disdegna di concedersi a nuovi e liberi costumi. In questo caso Sergio Martino aderisce insomma a un progetto di giallo che si fondi su un certo gusto per la sociologia d’epoca. La gioventù protagonista è rapidamente schizzata con tratti di immediata lettura e smisurate iperboli; nudità diffuse, dialoghi improntati a una persistente spregiudicatezza intorno al tema del sesso, un’immagine globale di nuove generazioni inquiete, nevrotiche, contestatarie, che si concedono a facili trasgressioni – basti pensare al rapido bozzetto dedicato alla comune hippie dove ha luogo uno degli omicidi. Niente più che rapidi spunti presi dalla cronaca del tempo, sia chiaro, rielaborati da Martino in senso fortemente popolare. In ultima analisi, sotto gli occhi del killer si dispiega una gioventù da punire per le sue sfacciate trasgressioni, per il suo rifiuto dell’ordine e della disciplina, per l’esposizione di se stessa condotta con atto perentorio e prevaricante. Come spesso accade nel giallo italiano d’epoca si deve badare il giusto alla logica narrativa. Anzi, più che in altre occasioni I corpi presentano tracce di violenza carnale presenta un carosello di omicidi messi in scena con gusto puntualmente estetizzante e tenuti insieme da tenui legami narrativi. Specialmente nella prima metà la coreografia degli omicidi è insistita, adagiata in tempi lunghi e strutturata come una serie di episodi in qualche modo autoconclusi. Il fine ultimo non sembra identificarsi nello srotolare un racconto globale e coerente, bensì nel mettere in immagini nient’altro che l’atto di morte, accurato e centellinato nei suoi sapienti ritmi. L’omicidio di Carol è l’esempio più alto di un simile metodo; Martino segue lungamente la ragazza mentre si addentra in una sorta di palude acquitrinosa, trascinando stancamente i passi nella melma. L’assassino appare in mezzo agli alberi come una sorta di visione allucinata. Durante l’aggressione la ragazza si trascina poi nel fango. Atmosfera e ritmi dilatati si delineano per componenti fondamentali della resa narrativa. Contribuisce molto in tal senso anche la scelta della maschera del killer, un passamontagna bianco che riconduce nel totale indistinto la fisionomia del volto – a colpo d’occhio sembra una sorta di ingessatura che copre e imprigiona l’intera testa.

La struttura a episodi autoconclusi è confermata anche dalle repentine svolte del racconto inanellate una dopo l’altra per collocare le ragazze protagoniste in situazioni di pericolo. Dopo una prima parte ambientata in città è infatti abbastanza ingiustificato che le ragazze vadano a isolarsi in una villa di campagna. La decisione è nient’altro che un pretesto per favorire una tipica situazione di luogo chiuso assediato dall’assassino. Lo stesso accade con l’inopinato incidente domestico capitato a Jane, che si ritrova con una caviglia malmessa, confinata a letto e in solitaria compagnia del killer. In tal senso I corpi presentano tracce di violenza carnale evoca anzi un contesto di progressivo restringimento degli spazi. Dagli omicidi compiuti in città e da un’ampia varietà di location il racconto poi si sposta alla villa di campagna per poi rinchiudersi ulteriormente in una camera da letto. Dall’iniziale coralità Martino confeziona poi un’ultima sezione di racconto tutta incentrata su un serrato confronto a due fra Jane e l’aggressore, una vera e propria lezione di regia e suspense incardinata in un claustrofobico duello di astuzia e destrezza fisica. Il finale vede risolutivo un violento scontro fra due uomini, ma il film intero è in realtà polarizzato su psicologie collettive ben diverse per uomini e donne. La donna è fiera, coraggiosa, bella e irraggiungibile, frustrante oggetto del desiderio, libera e spregiudicata – per il buon peso Martino inserisce nel film pure una sequenza di amore saffico. L’uomo prende forma altresì attraverso puntuali e ricorrenti distorsioni. Nel migliore dei casi è un medico solitario e laconico, che praticamente non parla mai e che più volte fa pensare a un sociopatico. Oltre all’assassino e alle sue bizzarre tare psichiatriche sfilano poi innamorati monossessivi ai limiti dell’impotenza, ripugnanti venditori di piazza, testimoni passanti usciti nella natura per espletare bisogni primari, scapestrati motociclisti dai modi spicci con le donne, attempati zii di rassicurante apparenza che in realtà se la fanno con le studentesse. Ancor più intensa è la distorsione della maschilità rappresentata quando il racconto si sposta in campagna. Le ragazze sono accolte da una massa di villici in calore che le guardano con desiderio. Il lattaio è più volte imbarazzato dalla loro bellezza. Un gruppo di campagnoli commenta ripetutamente le vicende dando espressione al loro incessante desiderio nei confronti delle protagoniste. Il sordomuto si trova a spiare le ragazze nude in compagnia dell’assassino. Lo sguardo e l’erotismo fanno da costante contrappunto a tutto il racconto. Specialmente nella seconda parte ambientata in campagna Martino sembra contaminare il giallo con il tratteggio di un’idea di maschilità discesa dalla nascente commedia sexy. Come accade con il profilo tarato dell’assassino, che soffre una condizione di rabbiosa sudditanza psicologica nei confronti della donna, così I corpi presentano tracce di violenza carnale è quasi totalmente articolato sull’idea di una maschilità ridicola e degradata, che riesce a comunicare con l’universo femminile soltanto tramite sguardi di desiderio a distanza – e per vendetta il killer cava gli occhi alle bambole, privandole idealmente della vista, il senso più violento poiché implica la possibilità del disprezzo e dello scherno.

È del resto intorno allo sguardo che il film presenta uno dei leit-motiv visivi più ricorrenti. Strumento di indagine e interrogazione dell’altro, lo sguardo intarsia tutta la prima parte narrativa, spesso composta di ragnatele di soggettive e scambi di occhiate piene di sospetto e risentimento in mezzo alla piazza centrale. La soggettiva è del resto ovvia protagonista di tutte le sequenze di omicidio ogni volta che l’assassino spia, scruta e segue le proprie vittime. È anche protagonista delle indagini delle protagoniste o del loro aggirarsi in contesti pericolosi poco prima di essere aggredite. Ed è intorno a un dettaglio visivo che non si riesce a ricordare (tipico machiavello narrativo da giallo italiano anni Settanta) che si articola buona parte dell’indagine, quel foulard rosso e nero, appartenente al killer, che ha due versioni simili ma non identiche. Lo sguardo infine è fonte di quella invidia scopica sulla quale sembra fondarsi l’intero racconto. Per l’assassino è una messinscena (portato del concetto di sguardo) a costituire il pallido surrogato del rapporto sessuale – il prologo mostra l’episodio di sesso di gruppo come una sorta di teatrino preordinato in cui ognuno assume ruoli, pose e movimenti simili a uno spettacolo privato, e non a caso di quegli incontri viene prodotta una documentazione fotografica. L’invidia, infine: per la libertà degli altri, per la gioventù, per l’entusiasmo per la vita dei giovani. Al fondo dell’atto di aggressione (che sia un omicidio o uno sguardo colmo di desiderio erotico) si agita in I corpi presentano tracce di violenza carnale un sentimento moralistico di punizione da parte degli esclusi. Anche i villici di paese, con il loro prevaricante guardare, desiderano e invidiano. Invidiano le ragazze, la loro desiderabilità. Le desiderano, e vorrebbero essere desiderabili come loro. A nulla valgono i tentativi di ridurre la donna al profilo di una bambola eterodiretta. Il maschio è in grande difficoltà. La donna è vittima e cade sotto i colpi del killer, ma è forte, solida, audace, sicura di sé. E se cade, cade fieramente in piedi. A costo di slogarsi una caviglia.

Info
I corpi presentano tracce di violenza carnale sul sito del Cinema Ritrovato.

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