I senza nome

I senza nome

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Il polar melvilliano si cristallizza ne I senza nome, penultimo titolo del cineasta francese, e trova una sintesi perfetta dove tutto si fa immagine e icona, grazie anche alla contemporanea presenza di tre volti per l’appunto iconici: Alain Delon, Gian Maria Volonté e Yves Montand.

Il cinema come icona

Un carcerato fugge, un altro viene rilasciato. I due si incontrano e progettano una rapina in una gioielleria. Per farsi aiutare interpellano un ex poliziotto ormai alcolizzato. Il furto riesce, ma un commissario è sulle loro tracce. [sinossi]

“Tutti gli uomini sono colpevoli”, sentenzia l’ispettore-capo di polizia al commissario Mattei che si è fatto sfuggire il prigioniero di nome Vogel, interpretato da Gian Maria Volonté. E in effetti è così, visto che lo stesso Mattei, adorabile uomo solo, probabilmente vedovo, con tre gatti da nutrire quelle poche volte che si può permettere di rientrare in casa, giocherà sporco per riacchiappare Vogel e i suoi due complici del “cerchio rosso” del titolo francese, vale a dire Corey (Alain Delon) e Jansen (Yves Montand). Ma questa affermazione dal sapore chabroliano o, se vogliamo, alla Fritz Lang, sia pur affascinante, è secondaria in un film come I senza nome che è prima di tutto un tripudio d’immagine; e non può essere un caso che ad un certo punto del film la polizia operi un posto di blocco proprio accanto a un monumento in cui si ricorda che in quella zona della Borgogna Niépce scattò la prima fotografia. I senza nome ha infatti una potenza visiva che è tipica dell’ultimo periodo di Melville, con i suoi personaggi silenziosi e le loro azioni imprescrutabili. D’altronde, quando il commissario assiste alle riprese a circuito chiuso in cui si vedono i tre operare la rapina alla gioielleria, ne conclude che non se può ricavare molto, visto che i tre non parlano, non dicono nulla. Il solo sguardo non risolve l’indagine che il commissario ha messo in opera, la risolverà per l’appunto il sotterfugio, il ricatto, l’inganno. Ma lo sguardo di Melville “risolve” il film, gli dà corpo, astrae una sceneggiatura che sulla carta avrebbe potuto rappresentare una sequenza di stereotipi, come lo stesso Melville ebbe a dichiarare.

Difatti I senza nome ha la stessa forza puramente visiva di un grande film muto, come quando si passa dal primo piano di Volonté, incatenato alla sbarra del vagone di un treno, a quello di Delon in carcere, passando nel mezzo per un dettaglio dello spioncino della porta. In questo modo i due personaggi vengono messi in relazione, senza bisogno di parole e senza che ancora si conoscano. Così accade anche per l’incredibile entrata in scena di Yves Montand, ex poliziotto alcolizzato, che vediamo da solo a casa, a letto, circondato da bottiglie, ma soprattutto da rettili che gli appaiono sul pavimento o, addirittura, sulle lenzuola. Sono i fantasmi del suo alcolismo, ma ci si palesano con una matericità – e quasi con un senso di quotidianità, senza musica – che fa spavento e orrore. Probabilmente però nulla supera la maestria della lunga sequenza della rapina, in cui Delon e Volonté si introducono per primi, poi fanno entrare Montand che, ripulitosi dall’alcol, spara un colpo secco a distanza, con il fucile, disinnescando le vetrine antiproiettili. In questa scena di nuovo non ci sono dialoghi, di nuovo tutto è senza musica, e la suspence si costruisce proprio sul gioco del tempo di attesa, sul rivelare pian piano allo spettatore il senso delle azioni dei protagonisti. Viene in mente l’Ocean’s Eleven di Soderbergh, ma se nel regista americano c’è una maestria spaccona e divertita, in Melville tutto è preso molto sul serio, asciutto pur dilatato, autentica espressione dello sguardo. Come sempre accade nell’ultimo Melville, i protagonisti de I senza nome sono impassibili, quasi keatoniani, non ridono, non scherzano, perseguono un loro preciso obiettivo, pur essendo già sconfitti dalla vita. Pur avendo già perso, continuano ad agire e uniscono i loro destini, inevitabilmente. Sono delle maschere, quasi delle icone nella loro imperscrutabilità, ed è per questo che la scelta di far interpretare i tre protagonisti a dei volti così noti come Delon, Montand e Volonté, sembra rientrare nella direzione di Melville di cristallizzare il suo stesso polar, di farlo entrare in una dimensione icastica, auto-assertiva, impenetrabile rispetto al mondo esterno, un cerchio rosso per l’appunto. Ed è forse per questo che il film fu oggetto di una stroncatura da parte di Jean-Luc Godard, al tempo in cui questi faceva parte del gruppo Dziga Vertov. In I senza nome Godard vedeva l’espressione più pura del gollismo reazionario, prendendo dunque le distanze da quello stesso Melville che aveva fatto una piccola ma memorabile parte in À bout de souffle. Forse all’epoca Godard poteva anche aver ragione, ma quel che resta oggi è un esempio plastico di come il cinema-cinema sopravviva sempre a ogni temperie, e di come un film quando si fa puro gesto e pura azione non ha bisogno di altro, se non di abbandonarsi al piacere dello sguardo.

Info
Un trailer de I senza nome.

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