Karate Kid: Legends

Karate Kid: Legends

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Sesto appuntamento con la saga inaugurata nel 1984 da John G. Avildsen, Karate Kid: Legends segna l’esordio al lungometraggio cinematografico per Jonathan Entwistle, e trova il punto di contatto tra la tecnica marziale nipponica e il kung fu già emerso nel precedente The Karate Kid: La leggenda continua. Peccato che il quarantunenne regista non sembri possedere uno sguardo personale, e che la trama non sappia discostarsi dal canone.

Storia degli Han e dei Miyagi

Quando il prodigio del kung fu Li Fong si trasferisce a New York con la madre per frequentare una nuova e prestigiosa scuola, trova conforto in una nuova amicizia con una compagna di classe e suo padre. La sua serenità tuttavia è di breve durata attirando l’attenzione indesiderata di un fortissimo campione di karate locale. Spinto dal desiderio di difendersi, Li intraprende un viaggio per partecipare alla più importante competizione di karate. Guidato dalla saggezza del suo insegnante di kung fu, Mr. Han, e dal leggendario “Karate Kid” Daniel LaRusso, Li combina i loro stili unici per prepararsi a un’epica prova di arti marziali. [sinossi]

Tralasciando il gran numero di inesattezze storiche e cronologiche che la contrappuntano, la sequenza su cui si apre Karate Kid: Legends sembra suggerire allo spettatore che ciò che andrà a prendere corpo sullo schermo per la successiva ora e mezza sarà ammantato dall’epica, con l’arte del kung fu della famiglia Han e la disciplina segreta del karate dei Miyagi destinate a fondersi. Il film con cui esordisce al lungometraggio Jonathan Entwistle, infatti, prende l’abbrivio da una sequenza di Karate Kid II – La storia continua…,diretto da John G. Avildsen: Daniel ha viaggiato con Miyagi fino a Okinawa, e ora per la prima volta sta mettendo piede nel dojo storico del suo maestro, che gli racconta tra il serio e il faceto come un suo avo, secoli addietro, si addormentò durante una battuta di pesca finendo col ritrovarsi sulle coste della Cina. Qui venne accolto dalla famiglia Han, che pensò bene di istruirlo al proprio approccio al kung fu, dando vita a quel connubio – anche famigliare – che si protrarrà nelle centurie, e attorno al quale ruota l’intera vicenda di questo Legends. Al di là di un’evidente incongruenza nella didascalia apposta alla sequenza (“Okinawa, Giappone, 1986”), in cui si confonde l’anno di ambientazione del film con quello di produzione – Karate Kid II uscì nelle sale di mezzo mondo nel 1986, ma essendo l’immediato seguito del capostipite Karate Kid – Per vincere domani è ambientato nel 1984 –, la vicenda narrata da Miyagi-san non tiene conto di una lunga serie di fattori, tra sballate ipotesi chilometriche (il punto di Okinawa più vicino alle coste cinesi dista da queste circa 700 km, con le barche da pesca a vela dell’epoca un intervallo di spazio incolmabile), e ricostruzioni storiche degne di una grandiosa bevuta di sakè (se l’avo di Miyagi visse prima del Sedicesimo secolo è improprio parlare di “Giappone”, perché l’isola di Okinawa era l’epicentro del Regno delle Ryūkyū, e sarebbe stata assoggettata solo nel 1609 per poi essere annessa definitivamente nel 1879; se invece visse dopo il Sedicesimo secolo allora in Giappone vigeva la politica del “sakoku” (鎖国, letteralmente “paese chiuso”) che proibiva ai cittadini di espatriare e poi fare ritorno, pena addirittura la morte.

Ma si sa, il cinema ha il potere di vagare là dove altrimenti non sarebbe possibile, e così di questo incipit di Karate Kid: Legends a rimanere impressa è soprattutto quella promessa di epica che dovrebbe riuscire anche a fungere da sintesi tra il primo corpus produttivo della saga che ha per protagonista sia la disciplina marziale nipponica sia il meraviglioso Pat Morita, e quel The Karate Kid: La leggenda continua, che uscì nel 2010 per lanciare la carriera presto abortita del figlio di Will Smith, Jaden. Lanciato quindici anni fa come potenziale reboot “ribaltato” del film del 1984, con il ragazzino statunitense che si ritrova in Cina e lì scopre il kung fu, La leggenda continua si trova ora di colpo a fungere da ponte all’interno della saga, che qui torna di nuovo a ragionare sul wushu ma lo lega comunque al karate, nell’ottica di un sincretismo culturale che in questi tempi di polarizzazione assume perfino un valore velatamente politico – involontario, con ogni probabilità. Il problema del film di Entwistle risiede nel fatto che il regista ha finora lavorato solo per il piccolo schermo, e si vede, e pare quasi soffrire di un eccesso di sudditanza nei confronti del canone della decennale saga. Ecco quindi che sotto il profilo squisitamente narrativo Karate Kid: Legends non ha davvero molto da offrire, con il tracciato emotivo e psicologico del giovane Li Fong – il venticinquenne Ben Wang si impegna, ma la sua esplosività fisica viene ovattata da un’espressività scarsamente incisiva – che è leggibile con fin troppa semplicità anche dallo spettatore meno smaliziato. Visto che la regia sorregge il peso del racconto solo in maniera occasionale, pur concedendosi qualche sequenza interessante, ben presto il film si trova ad arrancare stancamente, cercando di salvarsi con il ricorso alla mitopoiesi interna alla saga: vedere Ralph Macchio e Jackie Chan insieme giustifica qualche entusiasmo, così come fa piacere l’apparizione di William Zabka nei panni di Johnny Lawrence – che quindi segna con forza un legame anche con il serial Cobra Kai. Giochini da fan service, in ogni caso, di cui si si stanca con rapidità. La sottotrama da commedia, in cui svolge un ruolo non indifferente Joshua Jackson, diventa quasi un rifugio, sintomo però di un film che non riesce mai a prendere una strada personale, affidandosi solo ed esclusivamente al già visto, al già conosciuto, al già digerito. Si esce dunque dalla sala confortati dalla scarica di nostalgia cinefila, ma anche ben poco esaltati: e per un film “sportivo” non c’è forse dettaglio più deteriore.

Info
Karate Kid: Legends, il trailer.

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