Union Town

Union Town

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A ottant’anni Barbara Kopple torna alla regia documentaria con Union Town, appassionato eppur inevitabilmente tragico spaccato delle lotte sindacali con cui i lavoratori nell’industria delle consegne a domicilio cercano di veder riconosciuti i loro diritti di base di fronte a multinazionali prive di alcuno scrupolo morale ed etico. Fuori concorso a Venezia 2026.

Sundown and Sunrise of American Syndicate

Dopo Harlan County U.S.A. e American Dream, Union Town completa la trilogia di Barbara Kopple dedicata ai diritti dei lavoratori. Il film segue il settore delle consegne dell’ultimo miglio a New York, mettendo in luce il ruolo fondamentale di chi vi opera in un momento di straordinaria rinascita del movimento sindacale nella più grande metropoli degli Stati Uniti. Attraverso le lotte sindacali all’interno di UPS, Amazon e della rete di rider delle piattaforme digitali, Union Town restituisce un ritratto del lavoro contemporaneo e delle nuove forme di organizzazione collettiva. Girato nell’arco di tre anni, il film si interroga sul significato della solidarietà in un mondo diviso tra chi detiene il potere e chi deve lottare per conquistarlo. [sinossi]
There once was a union maid, she never was afraid
Of goons and ginks and company finks and the deputy sheriffs who made the raid.
She went to the union hall when a meeting it was called,
And when the Legion boys come ‘round
She always stood her ground…
“Oh, you can’t scare me, I’m sticking to the union,
I’m sticking to the union, I’m sticking to the union.
Oh, you can’t scare me, I’m sticking to the union,
I’m sticking to the union ‘til the day I die.”
This union maid was wise to the tricks of company spies,
She couldn’t be fooled by a company stool, she’d always organize the guys.
She always got her way when she struck for better pay.
She’d show her card to the National Guard
And this is what she’d say…
“You gals who want to be free, just take a tip from me;
Get you a man who’s a union man and join the ladies’ auxiliary.
Married life ain’t hard when you got a union card,
A union man has a happy life when he’s got a union wife.”
Woody Guthrie, Union Maid (1940)

Sono trascorsi quasi cinquant’anni da quando Barbara Kopple presentò al New York Film Festival, in un autunno particolarmente freddo, Harlan County, USA, il film che documentava il cosiddetto “Sciopero di Brookside” del 1973, quando quasi duecento minatori del carbone di una contea del Kentucky decisero di iniziare una lotta contro la compagnia per la quale lavoravano. Erano gli Stati Uniti usciti malamente feriti dalla guerra del Vietnam – Saigon era caduta il 30 aprile del 1975 – e politicamente scottati dai Pentagon Papers e dal Watergate; una nazione che si apprestava a conferire l’incarico di Presidente a Jimmy Carter ma allo stesso tempo già sognava una ripresa di quel capitalismo selvaggio che l’avrebbe invasa di lì a pochissimi anni “grazie” alla reaganomics. Poco meno di quindici anni più tardi la regista nata a New York nel luglio 1946 presentò sempre al festival cittadino American Dream, resoconto di un altro sciopero svoltosi tra il 1985 e il 1986 in una città del Minnesota per protestare contro l’abbassamento della paga oraria: si è proprio nel pieno delle politiche governative volute da Ronald Reagan per “migliorare” l’economia. Se il tavolo dei negoziati tra scioperanti e proprietari della miniera nel 1973 si era potuto allestire solo dopo l’ingiustificabile morte di uno dei contestatari, la protesta del 1986 aveva avuto come risultato una sconfitta totale, con la paga oraria rivista ulteriormente al ribasso. Decenni più tardi la situazione non è affatto cambiata, come sottolinea Union Town, il film con cui Kopple torna per la terza volta alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia dopo Wild Man Blues (presentato nel 1997 tra gli eventi speciali) e My Generation (2000, Cinema del Presente): i lavoratori riescono sempre a malapena a sopravvivere e la paga oraria resta un terreno di scontro ideale, mentre le multinazionali continuano a fare profitti sulle spalle della gente.

Union Town si concentra su uno dei lavori più usuranti e meno pagati d’oggi, vale a dire quelli collegati all’infinita catena di montaggio delle spedizioni a domicilio, da chi gestisce grandi pacchi (UPS, Amazon) ai “deliveristas” che magari devono attraversare New York per consegnare un bullone, o un sandwich al formaggio. Sì, deliveristas, perché la stragrande maggioranza di loro sono immigrati provenienti dall’America Latina, alcuni perfino irregolari che vivono dunque non solo con l’angoscia di doversi tenere un posto di lavoro che li affama, ma anche con il terrore che qualcuno all’interno della macchina burocratica si accorga della loro presenza e li espella. Kopple gira materiale per circa due anni e mezzo, dal 2023 alla fine del 2025, prendendo a spunto l’azione collettiva condotta dal sindacato Teamsters – la cui sigla è IBT, acronimo che contiene la dicitura integrale International Brotherhood of Teamsters –, che da centoventi anni si occupa di difendere i diritti dei conducenti sia negli Stati Uniti che in Canada. Un’azione di protesta che si è allargata poi alle altre persone che lavorano in UPS, una società a sua volta ultracentenaria che ha un utile netto calcolabile in decine di miliardi di dollari ma non si preoccupa minimamente dei suoi dipendenti, almeno di quelli con i ruoli meno appetibili. Union Town si muove su tre proteste contemporaneamente, perché a quella massiccia contro UPS (che si sviluppa a livello nazionale andando dunque oltre i confini dello stato di New York) si aggiungono una dei lavoratori di Amazon – una realtà, quella comandata da Jeff Bezos, che ostacola qualsiasi tentativo di sindacalizzazione dei dipendenti, con metodi ferali o, più propriamente, fascisti – e le lotte di un sindacato ispanofono per difendere chi spesso non sa neanche parlare correttamente in inglese.

Se le camere coordinate dalla regia di Kopple sposano senza indugi le battaglie dei lavoratori – la regista non è un’amante della giusta distanza, prediligendo un approccio più barricadero –, queste ultime vengono mostrate in tutta la loro disperata utopia, perché la verità che Union Town non ha alcun desiderio di edulcorare è che non esiste possibilità concreta di “vincere” contro il sistema del Capitale, un sistema edificato proprio su queste ineguaglianze, e che trae profitto e dunque linfa vitale dallo sfruttamento del corpo collettivo proletario, meglio ancora se indebolito dall’essere “migrante” o privo di difesa sindacale. Se il tavolo negoziale aperto con i vertici di UPS (vengono mostrati sguaiati interventi televisivi della CEO dell’azienda, che non nasconde la soddisfazione nella vessazione della massa lavoratrice) segna un primo successo per i Teamsters ecco che la scure si abbatte sui lavoratori tramite licenziamenti di massa contro i quali nessuna protesta ufficiale potrà mai ottenere giustizia. L’unica vaga speranza, sembra suggerire Kopple, risiede invece nell’apparato statale, perché il consiglio comunale di New York vara un’ordinanza che obbliga le piattaforme tramite cui lavorano i rider a conteggiare correttamente le loro mance – che venivano di fatto rubate dalla piattaforma – e impedisce il licenziamento in tronco tramite chiusura dell’account del lavoratore. È anche interessante notare come le riprese del film terminino prima dell’insediamento al campidoglio cittadino di Zohran Mamdani, che ha spinto ancora più a sinistra l’agenda comunale partendo proprio dai diritti di coloro che svolgono i lavori più “umili”. Grande esempio di cinema impegnato, Union Town va a chiudere idealmente una trilogia sulle lotte dei lavoratori che traccia un cinquantennio di abusi sistematici contro operai, minatori, autisti, figure basali della società su cui in pochi focalizzano lo sguardo. Barbara Kopple prosegue con uno sguardo nitido ed etico, che si fa cifra stilistica, la lezione che fu dei grandi documentaristi statunitensi del secondo Novecento, a partire ovviamente da Frederick Wiseman, a cui questo commovente atto d’amore politico è dedicato.

Info
Union Town sul sito della Biennale.

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