Manolete

Manolete

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Con tre anni di ritardo sulla sua realizzazione raggiunge le sale cinematografiche italiane Manolete, il mediocre biopic che Menno Meyjes ha dedicato a Manuel Rodríguez Sanchez, il famoso torero messicano che scandalizzò la Spagna franchista.

Ah, la tauromachia!

La storia d’amore tra Manuel Rodríguez Sanchez, il famoso torero messicano più noto come Manolete, e l’attrice Antonia Brochalo, meglio conosciuta come Lupe Sino. Per conquistare la donna, Manuel si impegna per diventare il miglior torero del paese, ma la loro è una relazione extraconiugale che sconvolge la Spagna franchista. [sinossi]
Ah, la tauromachia… questo passatempo squisitamente maschile!
Luigio Guastardo della Radica

Sangue e arena? Troppo sangue e troppa arena. In Manolete di Menno Meyjes, film che arriva in Italia con qualche anno di ritardo e un minutaggio inferiore a quello previsto (ovvero con sforbiciate piuttosto pesanti, considerando la durata originaria segnalataci intorno ai 115 minuti), bastano poche sequenze per far sorgere il sospetto di un’eccessiva enfasi registica, abbarbicata a un manierismo di fondo in grado di produrre qualche sequenza davvero notevole, insieme ad altre di irritante stucchevolezza. Una parabola esistenziale come quella del bel torero Manuel Rodríguez, in arte Manolete, non può che essere discesa libera verso la morte, assecondando così il reale epilogo di una biografia entrata presto nella leggenda, non solo nella penisola iberica. Ma la sua inevitabile caduta, secondo l’occhio registico classicheggiante di Menno Meyjes, è da porre in diretta contrapposizione col continuo richiamo alla vita esercitato dalla passionale amante, Lupe Sino (una Penelope Cruz i cui modi provocanti non turbano in realtà più di tanto, assorbiti anch’essi nella dimensione del rito, o se preferite del consumato mestiere), destinata però con quel piglio esuberante ad accelerare in lui un distacco dalla realtà, progressivo e quanto mai pernicioso, che infine gli si rivelerà fatale. Eros e Thanatos, siamo alle solite. Se dal punto di vista del racconto questo biopic animato di focosità taurina sembra incanalarsi da subito su sentieri prestabiliti, il piano formale dell’opera riserva forse un’unica vera sorpresa: la maniacalità, a tratti persino affascinante, con cui l’autore smonta l’impianto spettacolare della corrida nel ripetersi ossessivo e, in un certo senso, persino musicale, di determinate inquadrature: la veste del torero, gli occhi rabbiosi del toro, qualche volto concentrato e teso da isolare nella folla. Il meccanismo stesso della visione cinematografica sembra così implodere su se stesso. Ed il montaggio sembra dilatare l’attesa del dramma, per tutti scontato, verso un punto indefinito.

Poi il sangue che zampilla, l’agonia che si prolunga anche qui all’inverosimile, col volto/sudario di Adrien Brody (lui sì un’icona perfetta, straordinariamente bravo l’attore a coniugare insicurezze private e pubbliche virtù, da vero eroe decadente) a tentar di trasmettere un pathos che però sconfina ben presto oltre il dovuto. Non per demeriti dell’interprete, che ribadiamo magnifico, ma per un’idea di regia che a forza di rincorrere il paradigma perfetto, il fraseggio armonico, l’esaltazione di certi cromatismi vividi e traboccanti sole iberico, finisce per sfibrare il racconto (i cui sottotesti politici relativi alla Spagna di Franco appaiono ugualmente risaputi e anemici), riducendo la propria virtuosistica ricerca a una galleria di immagini altamente stereotipate, riconfigurate per assecondare un amor fou da cartolina. L’esito di un simile progetto cinematografico, intriso di autocompiacimento, a lungo andare non può che oscillare tra il didascalico e il caricaturale, poiché tutto vien preso tremendamente sul serio. Mentre, in attesa che arrivi un nuovo Losey a cospargere di significati profondi la tradizionale sfida nell’arena (cfr. L’assassinio di Trotsky, 1972), sarebbe forse opportuno che la tauromachia, questa mitica lotta dell’uomo contro il toro, si spogli dell’aura nobile per rientrare in una cornice più prosaica, per non dire addirittura plebea. Alla faccia del pur simpatico Luigio Guastardo della Radica, fittizio cantore delle sue antiche origini.

Info
Manolete, un trailer.

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