Karmalink
di Jake Wachtel
Karmalink è l’opera prima di Jake Wachtel, statunitense di nascita ma apolide per vocazione, che firma una vera anomalia: un film di fantascienza in Cambogia. Ragionando sul passato e sul futuro, tra il genere e i rimandi al buddismo, Wachtel cerca – riuscendovi spesso – di fotografare il presente di una nazione in sommovimento, tra spinte tecnologiche/tecnocratiche e lacerti di filosofie ancestrali. Film d’apertura fuori concorso alla Settimana Internazionale della Critica.
Anche Buddha è un ologramma?
Phnom Penh, in un futuro prossimo. Un ragazzino adolescente si allea con una brillante ragazzina senzatetto del suo quartiere per risolvere il mistero dei sogni delle sue vite passate. Quel che inizia come una caccia ad un tesoro buddista presto si traduce in una scoperta più grande che potrebbe portare ad una rivelazione digitale o ad una totale perdita di identità. [sinossi]
Le vite precedenti (vale a dire paṭiccasamuppāda ñāṇa), come ha insegnato Apichatpong Weerasethakul un decennio or sono, hanno un peso enorme all’interno del buddismo. E partendo dalla visione di esse che, comprendendo il presente, il monaco in meditazione può aspirare a “leggere” il proprio futuro. Karmalink, che apre la trentaseiesima edizione della Settimana Internazionale della Critica di Venezia prendendo parte fuori concorso alla sezione, prende spunto dal concetto di “vita passata” per cercare di tracciare le linee per un futuro che non sia solo parte integrante della narrazione – cosa succederà ai due giovanissimi protagonisti? – ma diventi riflessione sul futuro di un’intera nazione, vale a dire la Cambogia, e dello stesso cinema. Nella sincronia tra passato e futuro c’è già il senso stesso del cinema, vale a dire la confusione dei piani, la possibilità di uscire dal proprio presente per aleggiare come fantasma tra i tempi, in parte asservendoli alle proprie volontà. È questa l’intuizione più brillante di Jake Wachtel, uno che di sincronie, mescolanze e superamento degli spazi – per ora non del tempo – ha fatto quasi una vocazione. Cresciuto in California, Wachtel ha ben presto preso a girovagare ai quattro angoli del globo, fino a quando non si è trasferito in Cambogia all’età di ventotto anni. Oltre a divenire la sua nuova casa, Phnom Penh l’ha anche spinto ad approfondire il proprio rapporto con il cinema, insegnandolo ai bambini dei quartieri più poveri. Lo spazio in cui ha insegnato è divenuto l’elemento determinante del suo immaginario, e Karmalink vede recitare i suoi ex studenti ed è ambientato proprio all’interno della loro comunità. Quest’opera prima non diventa più dunque solo la messa in scena di una storia, ma anche e forse soprattutto la rappresentazione di un istante, l’immagine imperitura di un percorso, umano e professionale.
La fantascienza, come forse i più intuiranno, non è certo il pane quotidiano per chi ha finora diretto film in Cambogia. Ed è questo elemento alieno, così come alieno a ben vedere è colui che pone la firma in calce all’opera, a evidenziare il primo evidente slittamento da pratiche comuni. Non è certo la prima volta che la Settimana della Critica pone il genere come punto d’osservazione privilegiato per comprendere il proprio tempo – si veda ad esempio Tumbbad degli indiani di Adesh Prasad e Rahi Anil Barve, che aprì la SIC nel 2018 –, ma è raro avere l’occasione di imbattersi in una vera e propria rivoluzione. Una rivoluzione che riesce anche a essere pranzo di gala, però, perché Wachtel sembra in ogni caso muoversi nella linea tratteggiata ad esempio da un regista come Rithy Panh, la cui filmografia è quasi interamente concentrata sulla memoria storica della tragica esperienza della cosiddetta Kampuchea Democratica, quando Pol Pot era al potere. Il passato è la base, l’humus di cui si nutre la terra di Karmalink. Il passato è la Storia, l’immagine già filmata. Per poter comprendere davvero il presente Wachtel si lancia nella dissertazione sul futuro, spingendosi in campi dell’immaginario cui il cinema cambogiano non è avvezzo ma facendolo con certosino controllo dei dettagli e una discreta vena visionaria. Se il passato è già filmato il futuro è in realtà l’inconscio, il sogno perdurante, l’ambizione dell’impossibile. Per riuscire in questa impresa improba, fatta di dualità all’apparenza difficili da conciliare (passato/futuro, radici culturali/fantascienza, povertà di budget/ambizioni fantascientifiche), Wachtel non è partito da un’immagine, ma dalla spoliazione e depurazione di uno sguardo preconcetto: al di là di quello che si potrebbe supporre, Karmalink non è il risultato di una narrazione vittima di un colonialismo produttivo, ma l’ardito risultato della fusione tra le esigenze di una terra millenaria e l’anarchismo di un apolide per vocazione. E se non tutto sempre torna all’interno della narrazione, e se qua e là si possono incontrare delle semplificazioni e delle ingenuità poco importa. Nel suo fondere tempi e stili, approcci estetici ed etici, con una forte componente nazionalpopolare che guarda tanto al teen movie d’avventura quanto alle digressioni cyberpunk, Karmalink riesce a ricordarci che tutto è connesso, e non per via di una rete digitale che sta progressivamente prendendo il sopravvento. Tutto è connesso perché l’essere umano era, è, e sarà. E prosegue nel suo viaggiare, affrontando le burrasche di ieri come quelle di domani. E disegnando, pur tra mille difficoltà, l’oggi.
Info
Karmalink sul sito della SIC.
- Genere: fantascienza
- Titolo originale: Karmalink
- Paese/Anno: Cambogia, USA | 2021
- Regia: Jake Wachtel
- Sceneggiatura: Christopher Seán Larsen, Jake Wachtel
- Fotografia: Robert Leitzell
- Montaggio: Harrison Atkins, Stephanie Kaznocha
- Interpreti: Cindy Sirinya Bishop, Leng Heng Prak, Rous Mony, Sahajak Boonthanakit, Srey Leak Chhith, Sveng Socheata
- Colonna sonora: Ariel Marx
- Produzione: 802 Films, LittleBIG Films
- Durata: 101'



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