Trenque Lauquen

Trenque Lauquen

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Laura Citarella torna alla regia a sette anni di distanza da La mujer de los perros (co-diretto insieme a Verónica Llinás) con Trenque Lauquen, nel quale alla maniera del sodale Mariano Llinás, qui in veste di produttore e consulente, teorizza sull’infinito intrecciarsi delle storie, e sul senso di dispersione nella campagna argentina. Un’opera sorprendente e affascinante, presentata in Orizzonti alla Mostra di Venezia nel settembre 2022 e poi vista a Palermo al Sicilia Queer Filmfest in occasione dell’omaggio alla cineasta.

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Rafael, un docente universitario di Buenos Aires, arriva trafelato a Trenque Lauquen, cittadina a circa cinquecento chilometri di distanza dalla capitale. Il motivo del suo viaggio non è certo il piacere: la sua fidanzata Laura, che stava facendo ricerche botaniche nella zona, è scomparsa nel nulla. Ad accompagnarlo nella ricerca è Ezequiel, che tutti conoscono come Chicho, che nasconde però due segreti: è a sua volta innamorato di Laura, e con lei stava portando avanti una bizzarra indagine sugli scambi epistolari tra due amanti risalenti a cinquant’anni prima. Nel frattempo in un laghetto di Trenque Lauquen viene rinvenuto uno strano essere, forse un uomo/caimano… [sinossi]

Il pampero è il classico vento argentino che coglie all’improvviso anche il più esperto dei vaqueros, arrivando di colpo; in un tango del 1948 Edmundo Bianchi e Osvaldo Fresedo lo aggettivavano, in qualche modo rendendolo quasi antropomorfo, con i termini “macho, altanero, indomito y mañero”, vale a dire “maschio, arrogante, indomabile, ed educato”. La Pampero Cine è la casa di produzione cinematografica fondata nel 2002 a Buenos Aires da Laura Citarella, Mariano Llinás, Agustín Mendilaharzu, e Alejo Moguillansky, ma è anche qualcosa più di una semplice realtà produttrice: rifiutando con decisione il sistema di finanziamento e le regole dell’industria Pampero Cine ha nel tempo dato vita a una sorta di contro-sistema indipendente, tanto sotto il profilo estetico quanto e ancor più per quel che concerne l’etica produttiva e industriale. Sicuramente una realtà non maschia, chissà se arrogante, senz’altro indomabile, ed educata al cinema, al suo senso, allo sviluppo di un pensiero che faccia ricorso all’immagine. Il nome per adesso più celebrato, grazie anche alle partecipazioni a festival internazionali dei suoi film, è quello di Mariano Llinás che in poco meno di un decennio con Historias extraordinarias e La flor ha marcato con forza il territorio, ridisegnando la mappatura del racconto con il ricorso sistematico alla digressione, alla storia all’interno di un’altra storia, e a una dimensione fluviale delle sue creature. Per i più purtroppo la presenza nel settembre 2022 in concorso a Orizzonti di Laura Citarella con Trenque Lauquen è passata sotto silenzio, in modo quasi indifferente: inoltre si era agli ultimi giorni della Mostra di Venezia e con ogni probabilità l’idea di rinchiudersi in sala per un film lungo oltre quattro ore può aver “spaventato” più di un accreditato. Particolarmente lungimirante è stata dunque la scelta del palermitano Sicilia Queer Filmfest di ospitare il film lo scorso maggio, per l’occasione organizzando un omaggio alla quarantaduenne regista argentina. La fortuna di imbattersi in Trenque Lauquen non è “solo” quella di poter godere sul grande schermo di una delle visioni più complesse e appaganti degli ultimi anni, ma anche e forse soprattutto quella di ridefinire il senso del ruolo, e del concetto stesso di prodotto. Per Citarella, come dopotutto per Llinás, Mendilaharzu, e Moguillansky, il cinema non è merce, e il suo obiettivo dev’essere dunque quello di trovare un proprio perché poetico, lirico, filosofico, che in qualche misura “legittimi” lo sforzo produttivo. Configurando il lavoro sul set – e prima, e dopo – come un atto collettivo, Citarella e i suoi sodali si smarcano dalla prassi.

Questa eccentricità, decentramento che sbilancia Pampero Cine rispetto al panorama circostante – anche quello interno al sistema argentino, ovviamente –, si avverte con forza in Trenque Lauquen, ma era già presente nei precedenti lavori di Citarella come regista: Ostende, del 2011, La mujer de los perros, diretto a quattro mani insieme a Verónica Llinás nel 2015, e Las poetas visitan a Juana Bignozzi, anche in questo caso una co-regia da dividere con Mercedes Halfon. C’è una comunione di amorosi sensi che lega queste opere, e che oltre al già citato perché produttivo permea l’etica dello sguardo di Citarella, e la sua propensione al racconto. Il suo, e Trenque Lauquen lo testimonia al di là di ogni ragionevole dubbio, è un cinema che parla del dubbio, dell’attraversamento della vita come “mistero”, dell’indagine per comprendere sé stessa, del femminile e della sua necessità di un’indipendenza ontologica dagli schemi di una società a predominanza maschile. Questo misterico viaggio di quattro ore e venti minuti principia, e non è un caso, dalla ricerca di una donna: Rafael è un professore universitario che si precipita a Trenque Lauquen, una cittadina quattrocentocinquanta chilometri a sud-ovest della capitale, perché la sua fidanzata Laura è scomparsa nel nulla. Anche Laura lavora come botanica per l’università e stava svolgendo da tempo delle ricerche in loco. Rafael è accompagnato nelle sue indagini da Ezequiel, che ha frequentato Laura durante il periodo trascorso in città (e se n’è innamorato). Potrebbe apparire come il bizzarro sposalizio tra la detection antonioniana de L’avventura e quella ben più a ridosso del mystery che conduce l’agente Dale Cooper, con Trenque Lauquen novella Twin Peaks, ma Citarella di nuovo sta confondendo le acque, rendendole a ogni passaggio più limacciose. Riallacciandosi ad altre opere portate a termine con i suoi compagni di scorribanda cinematografica, la regista non focalizza più l’attenzione, com’era all’epoca del moderno, sulla ricerca dell’identità in quanto tale, ma semmai su come tale rivendicazione d’identità debba per forza passare attraverso altre “storie”, meticciandosi dunque con la società, e con l’ambiente circostante. Ecco dunque che Trenque Lauquen, come fu già all’epoca di Historias extraordinarias, si tramuta in un accumulo di storie, di narrazioni più o meno possibili, di fatti microscopici che lavorano sottopelle, in modo silenzioso.

Così come per Citarella il cinema ha senso solo nella conoscenza del luogo in cui si lavora, allo stesso modo si può comprendere come la scomparsa di Laura – che contrariamente all’omonima lynchiana e alla Anna di Antonioni è ben presente nel film – sia il modo in cui il pubblico può uscire dall’inganno della “storia” per comprendere la complessità delle storie, dei legami che si creano, e che possono rimbombare inascoltati nell’aria per decenni. La protagonista è la sempre splendida Laura Paredes, che partecipa con la regista alla scrittura – una consulenza la dà anche Llinás – moltiplicando così il senso di quel nome attribuito al personaggio principale. Ma se c’è dell’autobiografismo in Trenque Lauquen è del tutto indifferente, perché il film rinnega completamente il concetto di centralità dell’autore e della propria personale esistenza: insieme a Ostende, di cui può sotto certi aspetti apparire come un prolungamento, o forse una rivisitazione, questo film è l’oggetto cinematografico maggiormente di “finzione” di Citarella. La storia della donna smarrita è programmaticamente inquadrata e narrata ricorrendo allo sguardo maschile, almeno nella prima parte: sono Rafael ed Ezequiel (che in città tutti conoscono come Chicho) a raccontare Laura, e dunque il pubblico può conoscerla solo da questo punto vista; la seconda metà prevede invece il totale ribaltamento della prospettiva, ora interamente dall’ottica di Laura. Questo gioco dialettico, che inspessisce l’ordito del film e fa emergere le contraddizioni dell’abitudine allo sguardo su cui in modo artificioso si ragiona altrove – qui ogni riflessione politica emerge dal racconto, e ancor più da ogni singola scelta di messa in scena di Citarella – trova il proprio naturale rispecchiamento nel ricorso al folklore, o al cinema di serie B. È il frammento che vuole che nel laghetto di Trenque Lauquen possa essere stato ritrovato un essere mostruoso, una sorta di ibrido tra essere umano e caimano. Qui, in questo passaggio, si annida la svolta decisiva del racconto, la presa di coscienza di Laura, e anche il cambio di punto di vista di Citarella. Si cambia genere cinematografico (sfociando nell’horror in una sorta di reinterpretazione del mostro della laguna neralauquen dopotutto significa proprio laguna) e si cambia dunque genere biologico, che non può che prodursi in una messa in crisi della propria identità in un sistema conforme, preordinato, privo di reali fughe d’aria.

Citarella rivendica la letterarietà del racconto – ci sono riferimenti alle lettere, ai giornali, alle trasmissioni radiofoniche – ma lo fa da una prospettiva in tutto e per tutto cinematografica, dove lo sguardo non ha timore di dover rimanere immoto in attesa, in attesa di qualcosa che possa svelare il mistero che non è più e non è mai stato solo quello della scomparsa di Laura, ma è il mistero del conoscersi, del relazionarsi con l’esterno, di esistere al di fuori di sé come singolarità e perciò di doversi connettere al collettivo, a qualcosa che era lì da prima e sarà lì ancora dopo (il luogo inteso come terra, spazio già calpestato da miliardi di individui nella storia), per trovare il proprio spazio e di conseguenza il proprio senso. Viaggio misterico nel significato del racconto, il film di Citarella divaga con una grazia irresistibile, riuscendo a mettere in scena il desiderio dell’esperienza della vita come in pochi negli ultimi anni si sono dimostrati in grado di fare.

Info
Trenque Lauquen sul sito della Biennale.
Il trailer di Trenque Lauquen.

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