Kripton
di Francesco Munzi
Con Kripton Francesco Munzi torna di nuovo in mezzo ai giovani, ma stavolta ci porta ad osservare da vicino un gruppo di persone con disturbi mentali di vario tipo, colti durante il loro percorso di recupero all’interno di due strutture pubbliche romane. Nessuna “giusta distanza”: la macchina da presa si incolla ai loro volti e obbliga lo spettatore a una prossimità che alla fine diventa presa di coscienza e, inevitabilmente, empatia. Facendo di loro dei veri protagonisti, finalmente visibili. Alla 18esima edizione della Festa di Roma nella sezione Special Screenings.
Chiamami col mio nome
Il film nasce da progressivi avvicinamenti, all’interno di due strutture psichiatriche della periferia di Roma, ad alcuni ragazze e ragazzi affetti da malattie psichiche, sei giovani che hanno deciso volontariamente di ricoverarsi e che combattono con disturbi diversi. Il regista Francesco Munzi si rivolge a un microcosmo, narrando la quotidianità dei protagonisti, lo sviluppo delle loro relazioni, le rispettive soggettività. Attraverso una ricerca minuziosa e condivisa, emerge la loro voce, la loro condizione estrema, che la lingua del cinema trasforma in una possibile metafora del nostro tempo... [sinossi]
Prosegue il viaggio d’esplorazione dell’universo giovanile a opera del cinquattraquantenne regista romano, viaggio iniziato quasi vent’anni fa con quel bell’esordio che fu Saimir (2004) e proseguito poi, a tappe alterne, soprattutto tramite i documentari. L’obiettivo principale di Munzi sembra oramai quello di dare voce a chi non ne ha o non viene ascoltato. Se in Futura (2021), progetto condiviso con i colleghi Alice Rohrwacher e Pietro Marcello, il cineasta percorreva tutta l’Italia per dialogare con giovani di diversa estrazione sociale, offrendo loro il microfono per esprimere la loro visione del mondo e dell’attualità e del futuro, in Kripton va a immergersi in una realtà più specifica, quella dei disturbi mentali. Un microcosmo “invisibile”, tanto nascosto quanto complesso, da cui il resto del mondo distoglie volentieri sguardo e memoria per sfuggire al disagio che inevitabilmente questa realtà provoca. Così Munzi assieme alla sua equipe ha trascorso vari mesi, durante l’inverno del 2022, all’interno di due strutture pubbliche romane, a stretto contatto con i pazienti. Principalmente per porsi in ascolto. Sei sono i “casi” che sono stati scelti, tre ragazzi e tre ragazze, ricoveratisi volontariamente, ognuno con un disturbo diverso, di cui peraltro, non viene mai pronunciata la tipologia. Ed è forse proprio questo l’aspetto più importante dal quale partire: nessuna etichetta, nessuna facile catalogazione: quelli che lo spettatore si trova davanti sono semplicemente degli esseri umani in una fase molto complicata della propria esistenza, inseriti in un percorso di recupero che offre pronostici più o meno ottimistici, a seconda dei casi. C’è Dimitri, un bel ragazzo di 24 anni, adottato dai suoi genitori italiani all’età di 3 anni, che non vuole più fare niente, che non crede più in niente, sempre più chiuso in se stesso, vorrebbe solo “distruggersi”. C’è Silvia, anoressica consapevole di esserlo, ma ugualmente ossessionata dal cibo: pur essendo in procinto di tornare a casa, si rifiuta di mangiare quello che le preparano il padre o la sorella, e continua ad esigere il vitto della ASL. Giorgiana è una giovane mamma a cui è stata tolta la bambina neonata per ordine del tribunale. Soffre di allucinazioni, è convinta che Trump e Obama entrino nella sua mente e che l’Oscurità sia l’unico principio creatore e distruttore, e se ne sente protetta. C’è Emerson, che ha difficoltà a inserirsi nella società, ma che mostra costantemente capacità di ascolto e di empatia nei confronti degli altri. E poi c’è Marco Antonio, che durante l’infanzia ha subito la brutta separazione dei suoi genitori e ora è convinto di essere ebreo, di venire da Kripton, il pianeta di Superman, e che sua sorella sia un’estranea. Infine una ragazza africana che ancora non parla bene l’italiano e forse anche per questo parla poco – ma osserva molto – e cammina seguendo le linee delle mattonelle: il finale del film è tutto su di lei, e spalanca il cuore.
L’interesse di Munzi non è rivolto solo ai pazienti, ma anche ai loro familiari, alle diverse modalità con cui gestiscono la situazione, alle loro sofferenze e insofferenze. Alcuni di loro sono arrabbiati, esasperati e lo spettatore è portato a misurarsi con le proprie stesse paure e insofferenze, a chiedersi come si comporterebbe al loro posto, perché è senz’altro molto facile giudicare standosene al riparo nei propri nuclei famigliari più o meno “normali”, senza avere la minima idea delle implicazioni e delle difficoltà che queste persone si trovano a loro volta ad affrontare. Sarebbe lecito attendersi, visto il tema e il contesto del film, un linguaggio cinematografico idoneo, e cioè rispettoso, una “giusta distanza” della macchina da presa dai soggetti. Invece avviene esattamente il contrario. Con una sorta di furore dardenniano, la macchina da presa di Munzi si incolla ai volti dei ragazzi e dei loro famigliari, li scruta da vicino tramite primi e primissimi piani, li interroga, li esorta, in qualche modo amplifica la loro reazione. A prima vista tutto questo sembrerebbe deontologicamente sbagliato, quasi aberrante, poiché Munzi fa esattamente quello che farebbe con degli attori in un film a soggetto. Il che equivale a dire che conferisce a queste persone lo status di attori, anziché di soggetti (clinici). Li mette nella posizione di essere se stessi oppure di recitare, di mostrare di sé ciò che vogliono. Questo è evidente soprattutto nel caso di Marco Antonio, il più affabulatore del gruppo, già portato di suo a inventarsi e a reinventare il mondo secondo il proprio sguardo. È ovvio che, ritrovandosi improvvisamente al centro dell’attenzione, tutto questo solletichi il suo narcisismo e lo porti ancora di più a sentirsi libero di esprimere le sue congetture, le sue idee, le sue storie. Ma è proprio questo il punto: anziché osservarli “oggettivamente”, sperando di cogliere in loro un’asettica e presunta “verità” (ma quale, poi? E di chi?), anziché etichettarli mettendo nero su bianco diagnosi e definizioni, Munzi mette i suoi protagonisti in una posizione di grande dignità, addirittura di poter scegliere di recitare, se vogliono. Li chiama con i loro nomi. Li rende più liberi e completi, assecondando qualsiasi forma di espressione vogliano lasciar uscire da sé. Ed è forse per questo che sia loro che i famigliari si sono sentiti abbastanza a proprio agio da consentire la presenza della macchina da presa persino durante le sedute di discussione con i medici, momenti così personali ed emotivamente intensi che ci si aspetterebbe avvenissero a porte chiuse. E invece anche in questi lo spettatore viene invitato a partecipare, ancora una volta per conoscere, per capire.
È quindi senz’altro un approccio “caldo” ed empatico, quello di Munzi, persino – in quest’ottica, paradossalmente – fortemente etico. E raccoglie il frutto sperato: quello di avvicinare lo spettatore a queste persone, a fargliele conoscere, a volte persino a divertirsi con loro, a preoccuparsi del loro destino e di quello delle loro famiglie. E riesce a fare questo senza alcun vittimismo o patetismo, ma indicando anzi la strada per una vicinanza, per una prossimità che è ciò che più viene loro negato. Loro, gli invisibili. Che però sono in aumento, come avvertono i dati esposti nei cartelli finali. E sono numeri che fanno paura e dicono di un aumento esponenziale di ricoveri e di consumo di psicofarmaci, specie tra i giovani, specie dopo la pandemia. E, in modo inversamente proporzionale, i tagli alla sanità pubblica, con sempre meno risorse per fronteggiare adeguatamente una tale richiesta di aiuto.
Info
La scheda di Kripton sul sito della Festa di Roma 2023.
- Genere: documentario
- Titolo originale: Kripton
- Paese/Anno: Italia | 2023
- Regia: Francesco Munzi
- Fotografia: Valerio Azzali
- Montaggio: Cristiano Travaglioli
- Produzione: Cinemaundici, Rai Cinema
- Distribuzione: ZaLab
- Durata: 107'
- Data di uscita: 18/01/2024


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