Il trono di fuoco

Il trono di fuoco

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Produzione più ricca per Jess Franco, che in Il trono di fuoco rievoca una figura storica britannica, lo spietato giudice Jeffreys, per riflettere allegoricamente su Potere e repressione. Squilibrato e sconnesso tra vari montaggi diversi, con un sempre grande Christopher Lee. In dvd per Sinister e CG.

Gran Bretagna, 1685. Durante gli scontri tra i difensori del re Giacomo II e i sovversivi sostenitori di Guglielmo d’Orange, il giudice Jeffreys si dà alla caccia e alla condanna dei ribelli mandandoli incontro a feroci torture. Ne fanno le spese due sorelle accusate pretestuosamente di stregoneria, in realtà affiliate ai rivoltosi. Al termine di una lunga serie di processi sommari e violenze inflitte, il destino del giudice sarà decisamente beffardo… [sinossi]

Per qualche anno Jess Franco si trovò a disposizione budget più ampi del solito e cast d’attori variamente prestigiosi. Questo fu possibile grazie al sodalizio del regista “errante” con un tuttofare britannico, Harry Alan Towers, figura poliedrica ai limiti del maneggione con qualche problemino con la giustizia accumulato negli anni (fu accusato di gestire un giro di accompagnatrici e di collaborare con l’Unione Sovietica). Oltre ad occuparsi della produzione Towers scriveva pure soggetti, e così accadde pure per Il trono di fuoco (1969), che presenta svariati titoli con sensibili differenze da un paese all’altro in cui fu distribuito.
In realtà i singoli distributori nazionali, con consueta disinvoltura nei confronti di opere ritenute a massiccio sfruttamento commerciale, agirono pesantemente anche sulla durata del film, tagliando e ricucendo arbitrariamente col risultato di lasciare ai posteri un cospicuo numero di montaggi diversi, cosicché è praticamente impossibile risalire a un vero “director’s cut” che rispecchi le volontà di Franco (negli extra l’autore parla di un film dalla durata complessiva di circa 2 ore, in pratica mai distribuito nella sua interezza).
Ad oggi la versione più lunga è il montaggio britannico di 98 minuti, in cui tuttavia mancano alcune sequenze rintracciabili nelle versioni di altri paesi e ritenute anche decisive sul piano narrativo ed espressivo, come le sequenze presentate tra le scene inedite nel dvd che sembrano raccordare con maggiore trasparenza alcuni passaggi nodali del racconto.
La versione adesso edita in dvd da Sinister e CG coincide nella durata ai fatidici 98 minuti di cui sopra, ma non si è nemmeno sicuri che tale versione corrisponda esattamente a quella britannica, visto che vi troviamo vari reinserimenti con sottotitoli in cui la lingua originale alterna l’inglese al tedesco, tanto da far pensare a un’ulteriore versione frutto di un collage tra diverse edizioni. In ogni caso si percepisce fortemente la sensazione di opera sconnessa e tormentata, che alterna lunghe enfasi verbose a ellittici passaggi narrativi ai limiti della comprensibilità. Così come si mostra adesso nel nuovo dvd edito in Italia Il trono di fuoco procede per salti e singhiozzi narrativi, a volte prolisso ed eccessivo, altrove sbrigativo. Se in certi passaggi lo spirito creativo di Franco rimane ben riconoscibile, d’altro canto è impossibile risalire a una sua unitaria volontà espressiva.

Il soggetto di Harry Alan Towers andava a riesumare una figura dimenticata e dispersa nella storia del Seicento, uno dei secoli più rimossi della storia dell’uomo: il britannico giudice Jeffreys che intorno al 1685 si trovò crudele arbitro degli scontri tra i difensori di re Giacomo II e i sovversivi sostenitori di Guglielmo d’Orange, pronto a sbarcare dai Paesi Bassi in terra britannica per ridare fiati più democratici a una monarchia oscura e intransigente. Lo spietato Jeffreys difende ovviamente lo status quo del potere costituito e cerca di reprimere la rivolta nel sangue tramite processi sommari e turpi metodi di tortura. In realtà Jeffreys è anche pronto ad allinearsi a qualsiasi altro monarca che prevalga nel paese, fedele a un’idea di cieco servitore dello Stato nevroticamente affezionato al suo ruolo burocratico e all’esercizio del potere, possibilmente arbitrario e assoluto. Ma quando nel paese sbarcheranno davvero i seguaci di Guglielmo d’Orange, il giudice andrà incontro a un destino decisamente beffardo.

Il trono di fuoco risulta inaspettatamente accurato sotto il profilo storico, a cominciare proprio dalla rievocazione del giudice Jeffreys, le cui gesta sanguinose sono largamente documentate da fonti originali. Non si tratta quindi di una facile e consueta amplificazione commerciale di una figura leggendaria, bensì di un personaggio storico tratteggiato con una certa fedeltà. Ovviamente Jeffreys è messo al centro di un racconto di avventure e peripezie tra potere e ribelli che conserva molto del genere cinematografico, ma evidentemente il budget più consistente del solito permette a Jess Franco ampia accuratezza in costumi e scenografie. L’orizzonte generale resta comunque quello del film concepito per un’ampia internazionalità, pronto a essere distribuito in svariati paesi in un’ottica di intenso sfruttamento commerciale sulla base di un vantaggiosissimo rapporto tra costi e ricavi. Lo dimostrano pure alcuni dati extrafilmici, come una curiosa didascalia al termine dei titoli di coda che attribuisce il copyright dell’opera all’Etablissement Sargon con sede a Vaduz, capitale del Liechtenstein, noto paradiso fiscale; a tale entità sono attribuiti pochi altri film, tra i quali Justine, ovvero le disavventure della virtù (1968), protagonista Romina Power, altro frutto del sodalizio Franco-Towers, il che fa pensare a uno stratagemma dello scaltro produttore britannico per risparmiare sui costi.

Franco sembra trovarsi a metà strada tra se stesso e la convenzione. Da un lato assistiamo a lunghe sequenze di dialoghi statici e tediosi, decisamente poco stimolanti; dall’altro il film si accende spesso di fulminee trasgressioni al codice, che rimandano alla ribalda anarchia di un cinema infiltrato nella convenzione per farla a pezzi. Benché la cornice resti quella del fumettone storico, Il trono di fuoco assomma i generi più diversi, muovendosi tra le maggiori tendenze dell’exploitation internazionale, soprattutto in aperta compiacenza verso il binomio sesso-violenza: prison movie e torture movie d’epoca, avventura, melodramma in costume, erotismo etero e lesbo con una punta di necrofilia, e pure una sequenza di cannibalismo.
Come dicevamo la storia dei montaggi diversi non rende agevole il compito d’interpretare le vere intenzioni di Franco, ma è evidente che almeno in un’occasione il regista manda all’aria i principi di necessità ed economia narrativa, concedendo una lunghissima sequenza a un licking di una prigioniera sul corpo esanime (o quasi) di una compagna di cella. Si tratta di una sequenza priva di qualsiasi stringente necessità, una sorta di epifania extradiegetica fondata sull’enfasi e la mostrazione, a cui concorre la musica funzionale di Bruno Nicolai.
È l’esempio più evidente ma non è l’unico: a ogni passo Franco rompe le regole dall’interno, fa esplodere sprazzi di inusitata violenza sotto le vesti composte di un tetro dramma in costume, sfida continuamente il politicamente corretto, a cominciare dalle reiterate violenze su figure femminili, che non risparmiano nemmeno inermi non vedenti. Neppure troppo sottotraccia scorre un vibrante discorso su Potere e libertà e sui perversi meccanismi di autodifesa del potere costituito. L’allegoria politica è più che evidente, e non soltanto perché al centro del racconto si erge una figura storica realmente esistita.
Il trono di fuoco racconta infatti una pretestuosa caccia alle streghe, che sotto accuse strumentali di traffici col maligno intende spazzare via, tramite premeditate sentenze di morte, un’intera ribellione contro il potere politico. È facile intravedere sotto le gesta del giudice Jeffreys e dei suoi accoliti i meccanismi di repressione di libertà e contestazione dei tanti regimi totalitari che animavano lo scenario internazionale sul finire degli anni Sessanta (a cominciare proprio dalla Spagna franchista dalla quale Jess Franco proveniva). Ma in senso ancora più universale Il trono di fuoco racconta l’autodifesa del Potere a tutte le latitudini geografiche e storiche, un’allegoria totale per una condizione ontologica dell’uomo.
La stessa pulsione erotica si trasforma in strumento di violenza e repressione: durante i processi Jeffreys guarda nelle scollature delle imputate e pretende una prestazione sessuale in cambio di una grazia. È cinema anarchico dentro e fuori, nelle idee, nelle parole, e anche nella forma, in continua interrogazione nei confronti della convenzione espressiva. In mezzo a brani di dialoghi pesantemente esplicativi si aprono infatti sequenze che sembrano affidarsi alle risorse del cinema più lontano e primigenio, rievocando l’epoca del muto o quantomeno dell’assenza di parola, quando il cinema aveva già guadagnato i rumori ma ancora non riusciva a dare voce agli attori. Basti pensare all’incipit nel bosco (in cui è francamente esilarante il campo/controcampo tra due serie d’inquadrature, una nel buio della notte, l’altra in pieno giorno) e alla lunga ed appassionante sequenza della battaglia a colpi di cannone: la parola umana è assente, mentre ci si affida totalmente all’espressività dei rumori, del montaggio e dell’immagine in movimento. Stupisce il gusto di Franco per la reiterazione, per il tempo lungo e non necessariamente compresso nelle necessità di racconto, una sequenza magistrale se si considera l’orizzonte produttivo, più ricco del solito ma non certo sontuoso.

In tutto questo Christopher Lee è chiamato a monetizzare espressivamente la fama guadagnata grazie alle produzioni Hammer e a un più generale profilo d’attore per spaventi. Perfetto nel ruolo del giudice Jeffreys, in realtà Lee conferisce al film un’ingannevole identità di horror, di cui Il trono di fuoco conserva poco o nulla. Più che di horror propriamente detto si tratta infatti di sadismo d’epoca, in cui certo le scene di tortura sono potenti ed esplicite ma ancorate a un contesto storico attestato, sia pure riletto secondo le logiche del fumettone. Nel ruolo di una strega cieca troviamo invece la nobile Maria Schell (Gervaise, 1956, di René Clément; Le notti bianche, 1957, di Luchino Visconti…), sorella di Maximilian, in un ruolo assai marginale benché tributato del secondo posto nei titoli di testa, altro specchietto commerciale per elevare tutta l’operazione. Nomi altisonanti per un cinema fuorilegge, magari più imbrigliato del solito ma ancora orgogliosamente anarchico e vitale.

Extra
galleria fotografica, trailer, scene inedite, “Bloody Jess” (23′).
Info
La scheda di Il torno di fuoco sul sito di CG Entertainment.
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