Kosmos: anno 2000

Kosmos: anno 2000

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Pacifismo cosmico, speranze di internazionalismo e riflessioni pessimistiche sull’essere umano. Kosmos: anno 2000 di Budimir Metalnikov è un bell’esempio di fantascienza sovietica anni Settanta. Filosofico e intimista, con Sergej Bondarčuk nel ruolo principale. In dvd per Sinister e CG.

Il dottor Ivens, professore universitario, ha dedicato la sua attività accademica a ricerche per prolungare la vita degli esseri umani. Sopravvissuto a un disastro aereo insieme alla moglie e pochi altri, scopre di esser stato salvato da un gruppo di alieni scesi sulla Terra in perlustrazione. Ivens avvia così un confronto, impietoso per gli umani, con la cultura superiore degli alieni, che hanno raggiunto un perfetto equilibrio sociale e non conoscono guerre e separazioni territoriali… [sinossi]

Come spesso accade, gli alieni sono più saggi dei terrestri. Di frequente sono narrati come temibili e aggressivi (per nascondere a volte dietro di loro paure socio-politiche in chiave allegorica); talvolta sono invece portatori di una cultura superiore non solo in ambito tecnologico, ma anche etico e valoriale. Magari avranno una sfera emotiva diversa dalla nostra, ma spesso al cinema si fanno testimoni di un’invidiabile organizzazione sociale, fondata su meritori principi.
Gli alieni di Kosmos: anno 2000 (1973) sono in realtà ancor più sui generis. Non sono alieni veri e propri, bensì si dichiarano simili ai terrestri, provenienti da un pianeta lontano dove semplicemente esiste un’altra specie di essere umano. Vengono in pace e per curiosità, sollevando però tormentosi interrogativi a un professore universitario, il dottor Martin Ivens, che da anni studia la possibilità di prolungare la vita dei terrestri. La discesa dai cieli di esseri ignoti all’uomo, tòpos di tanta letteratura e cinema fantascientifici, è in realtà nient’altro che una rilettura moderna dell’antico tema allegorico del viaggio in terre lontane, in chiave seria o parodica.

Specie nel Settecento europeo l’opera che narra di viaggi favolosi, avventurosi o agghiaccianti, con intenti fortemente allegorici e polemici riscosse grande successo in letteratura (basti pensare al “Candido” di Voltaire, alle “Lettere persiane” di Montesquieu, a “I viaggi di Gulliver” di Swift, e in qualche modo pure al “Robinson Crusoe” di Defoe), e costante è l’incontro con realtà sociali diverse e perturbanti, o per converso la radiografia della cultura europea tramite visioni fintamente “altre”. In questo tipo di letteratura l’incontro con l’alterità, credibile o immaginosa, diretta da occhi europei su altre realtà o viceversa, serve da cartina tornasole per condurre riflessioni sull’uomo e le sue storture.
Come in altri illustri esempi cinematografici, anche Kosmos: anno 2000 (assurdo titolo italiano, tanto più che nel film nessuno fa il minimo cenno all’anno 2000, in luogo dell’originale “Il silenzio del dottor Ivens”) rilegge tale incontro tra culture proiettandolo sulle distanze siderali del cosmo. L’altro viene da lontanissimo, da oltre le stelle (ma del resto pure i lillipuziani, i giganti, la città volante o i cavalli parlanti di Swift sfuggivano alla logica fisica dell’essere umano), per rifrangere sull’uomo contemporaneo un severo giudizio.
Budimir Metalnikov, prolifico sceneggiatore con soli tre film all’attivo in qualità di regista, sposa a sua volta la polemica e contrario sul genere umano, collocandosi a un bivio tra la dimensione critica e quella metafisica. Per certi versi gli alieni di Metalnikov sembrano aver raggiunto l’internazionalismo vagheggiato dagli ideali marxisti (sul loro pianeta hanno leggi che valgono per tutti e si sorprendono della divisione politico-territoriale vigente sulla Terra); per altri sollevano riflessioni sull’attitudine umana alla guerra, con tanto di pistolotto più che esplicito contro le armi nucleari, chimiche e batteriologiche.

Cosicché lo stupore alieno di fronte alle storture umane si riconverte in immediata riflessione sulla pochezza umana, sulla sua vulnerabile debolezza e sulla meschinità di un quadro internazionale fondato su egoismo e particolarismo. Pacifismo interstellare, come si conviene. Pur lavorando in piena epoca brežneviana e sotto l’egida della Mosfil’m, Metalnikov si concede insomma qualche flebile libertà espressiva, forse supportato dal prender rifugio nel racconto di fantascienza.
E forse, anche, perché Kosmos: anno 2000 si spinge verso la riflessione fuori dal contingente, puntando all’universalità di temi e a uno spirito decisamente ecumenico (benché sul finale intervengano indubitabili agenti di polizia politica di cattivissima indole).
Probabilmente giocò a favore del film non solo l’evidente richiamo al massimo conseguimento degli ideali socialisti realizzati nella cultura utopica degli alieni, ma anche il coinvolgimento di un monumento vivente come Sergej Bondarčuk, assai convincente nel ruolo da protagonista del dottor Ivens.

Ancor più interessante, tuttavia, risulta Kosmos: anno 2000 sotto il profilo espressivo. Superficialmente ne ricaviamo l’impressione di un film girato in ristrettezze e inadeguatezze tecnologiche, ma in un secondo momento sorge il dubbio che tale impressione sia solo il frutto di uno sguardo troppo condizionato da un’uniforme cultura cinematografica occidentale nei confronti del racconto di fantascienza. Forse ci troviamo di fronte semplicemente a una modalità “altra”. Che sia intenzione d’autore o effetto secondario di limitati mezzi espressivi, resta il fatto che nella sua veste definitiva Kosmos: anno 2000, specie nella sua prima parte, si affida a strumenti quasi da cinema delle origini finalizzati all’espressione del diverso, dell’irrazionale e del meraviglioso.
In un’epoca attuale largamente colonizzata dal miraggio della tridimensionalità, fa un certo piacere riscoprire un film d’altri tempi che mira all’evocazione di una dimensione a-umana tramite un uso intelligente della bidimensionalità. L’alterità del luogo in cui il dottor Ivens viene a trovarsi nell’esordio è infatti suggerita dal convergere sullo stesso piano bidimensionale di immagini tra loro lontane, con pieno sfondamento del concetto di tempo e spazio. Giustificando tali fenomeni tramite le facoltà telepatiche degli alieni, Metalnikov riempie il frame di elementi visivi che pertengono a luoghi diversi unificandoli tramite il pensiero.
Ci troviamo insomma in una sorta di dimensione intrapsichica che non prevede limiti tra realtà e pensiero, non lontano dai meccanismi di condensazione del sogno, ottenuta tramite l’uso intensivo di antichi strumenti come la sovrimpressione e la suggestione di incessanti effetti cromatici.

Certo, poi arriva un modellino di caccia militare a rompere decisamente la credulità spettatoriale, dal momento che tradisce appieno la sua artificiosità a causa della sua evidente sproporzione di dimensioni: eppure anch’esso evoca la rottura della logica spaziale dando luogo a echi surrealisti, costituendosi più come immagine mentale che “oggettiva”. E in tale direzione risulta assai efficace anche la scelta di dare consistenza a un altro modo di vedere e comunicare (quello degli alieni) col ricorso a inserti subliminali.
A questa prima parte, a suo modo scatenata sotto il profilo visivo (ottimo anche l’uso del bianco e nero e di inquadrature deformate per definire un non-luogo di transizione), ne segue una seconda tutta calata nel grigiore realistico della città. La fantascienza si scontra con la banalità del reale, ivi compreso un prevedibile dramma coniugale e la caccia agli alieni di spietati funzionari. Quel che ne rimane è un’idea decisamente originale di racconto di fantascienza, assemblato senza forzature con elementi narrativi eterogenei.
In ultima analisi Kosmos: anno 2000 solleva una miriade di curiosità, soprattutto riguardo alla sua ricezione sincronica in terra sovietica. Negli anni Trenta la famiglia di Metalnikov aveva subito le puntuali angherie del regime, con tanto di arresti come nemici del popolo. In seguito, nella sua attività cinematografica Metalnikov fu un professionista onorato dalle istituzioni, benché un film come questo si ponga comunque come oggetto piuttosto alieno (scusate il gioco di parole) a un contesto repressivo. Per cui sarebbe da indagare più a fondo le relazioni tra autore e industria, intenti e giustificazioni, libertà espressiva e controllo. E magari rintracciare anche maggiori fonti documentarie sul film e sul suo autore, decisamente trascurati quantomeno in Occidente.
Kosmos: anno 2000 torna oggi a ribadire che la strada del meraviglioso è assai più semplice delle derive attuali. Per essere alieni è sufficiente, in fondo, avere dei capelli d’argento.

Extra: galleria fotografica.
Info
La scheda di Kosmos: anno 2000 sul sito di CG Entertainment.
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