Nightmare Detective

Nightmare Detective

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Presentato alla prima edizione della Festa del Cinema di Roma Nightmare Detective appare un oggetto alieno, quasi quanto Shinya Tsukamoto, autore tra i più inclassificabili della contemporaneità.

Suicidami nei sogni

In una videointervista realizzata nel 1995 da Opificio Ciclope, Shinya Tsukamoto affermava: “Veramente avrei un’idea per la TV, vorrei fare un serial alla Twin Peaks; la storia di un detective che deve scoprire chi crea incubi nella mente dei suoi clienti. […] Una cosa del genere potrebbe portarmi molti soldi, visto che sono completamente povero e di soldi ne ho bisogno.”
Quando gli spettatori presenti alla prima edizione della Festa Internazionale del Cinema di Roma hanno seguito con gli occhi lo scorrere dei titoli di coda di Akumu Tantei/Nightmare Detective, difficilmente il primo pensiero razionale che li ha attraversati sarà stato quello di aver assistito alla prima mondiale di un blockbuster. Sono passati undici anni dalle parole di Tsukamoto e, per quanto sia legittimo dubitare che il regista nipponico sia in bancarotta, è altrettanto certo che non abbia vestito durante questo lasso di tempo i panni del divo cinematografico. In occidente le sue opere continuano a essere privilegio del popolo dei festival e degli amanti del downloading: se infatti si percorresse la carriera cinematografica di Tsukamoto ci si accorgerebbe senza sforzo alcuno che nel Vecchio Continente fu per primo il piccolo Fantafestival di Roma ad accogliere, nel 1989, le gesta metamorfiche di Tetsuo. Fu poi la volta del Fantasporto di Porto (Hiruko the Goblin e Tetsuo II: The Body Hammer), di Sitges e Bruxelles (sempre con il secondo capitolo della saga incentrata sull’uomo/macchina di carne), Gijón (Bullet Ballet nel 1998), Locarno (Tokyo Fist nel 1995, Haze dieci anni dopo) e Venezia (Soseiji – Gemini nel 1999, A Snake of June nel 2002 e Vital nel 2004), prima del ritorno nella capitale, ma stavolta dalla porta principale.

Nightmare Detective è apparso effettivamente fin da subito l’anima deviante del Concorso Lungometraggi della Festa voluta con così tanta protervia da Walter Veltroni. E non tanto per la sua carica di autorialità, dato che con una compagnia come quella di Otar Iosseliani, Tian Zhuangzhuang e Géla Babluani ce n’era per alleviare anche la più radicata angoscia cinefila; e per dirla tutta neanche per l’artificio che ne vorrebbe costringere le forme nel recinto del genere, arma impropria nelle mani di critici dell’ultim’ora che hanno vomitato tonnellate di inchiostro all’indomani della proiezione, allestendo fragili architetture in grado di apparentare Tsukamoto al Takashi Shimizu degli inesauribili The Grudge o ai vhs assassini di Hideo Nakata. Nella più ingegnosa di queste inquietudini psuedocinefile c’è anche chi ha attribuito al povero, ignaro Tsukamoto, la regia di The Call 2, improbabile e dimenticabile seguito del prototipo partorito da un Takashi Miike di passaggio; il film portava in effetti in calce la firma di uno Tsukamoto, ma si trattava di tale Renpei, il quale non ha alcuna relazione di parentela con il “Nostro”.
Proprio il difficile rapporto con la critica istituzionale italiana è il punto che fa apparire Nightmare Detective l’anomalia di un festival (Festa, pardon) che ha puntato il mirino sul trionfo mediatico delle opere presentate – ma, paradosso tra i paradossi, non ha ancora trovato una residenza sui nostri schermi ai due vincitori, Playing the Victim di Kirill Serebrennikov e This is England di Shane Meadows – facendosi in più di un’occasione beffe dei malati terminali della magnifica ossessione, costretti ad assistere in molti casi a un semplice programma di anteprime, tutt’al più particolarmente folto.

Non era certo questo il caso di Tsukamoto, giunto al suo nono lungometraggio, a due anni di distanza da Vital ma a uno dal mediometraggio Haze, arto estendibile del lavoro svolto su commissione per il Digital Sam in Sam Saek, annuale appuntamento ideato e sponsorizzato dal Festival Internazionale del Film di Jeonju. A dispetto di quanto fatto anche dalle penne più autorevoli e di quanto annunciato dallo stesso autore (“ho elaborato la trama di Nightmare Detecitve a ridosso delle riprese di Tetsuo”) è indubbio che si debba partire proprio da Haze per intraprendere la lettura di quest’ultima opera. Nightmare Detective si iscrive con (fin troppa) facilità nel tracciato autoriale di Tsukamoto: è un film sul corpo elettrico/morto/rinnovabile/mutato, sulla catastrofe industriale, sull’incubo come ruota motrice dell’uomo moderno. È tutto questo, e non cerca di nasconderlo in nessun momento; al contrario, lo palesa a ogni pie’ sospinto, in una manifesta scelta narratologica che arriva a rasentare i campi della pura didattica. Nella sua continua e incessante palingenesi delle forme, il cinema di Tsukamoto cristallizza il contenuto, preservandolo da ogni possibile manipolazione esterna.
Dopo aver messo in scena l’accumulo di massa, risultato di un mondo ipercinetico e teso alla graduale ma definitiva disumanizzazione (il dittico dedicato a Tetsuo, il suo prodromo The Phantom of Regular Size e il medio Denchu Kozo no Boken – L’avventura del ragazzo del palo elettrico) ed essersi successivamente interessato alla perdita di massa (la furia autolesionsta di Tokyo Fist e Bullet Ballet, l’incubo epidemico che domina il paesaggio di Gemini, il cancro al seno di cui soffre Asuka Kurosawa in A Snake of June, la dissezione del cadavere di Nami Tsukamoto in Vital), in Nightmare Detective Tsukamoto ragiona sull’assenza di massa.

Il corpo del misterioso “0”, interpretato dallo stesso cineasta, non esiste perché razionalmente non può essere sul luogo del delitto. Ci si muove negli angusti passaggi dell’onirismo, così come era per il protagonista racchiuso nel labirinto di Haze, eppure è forte la sensazione che non sia il rapporto tra realtà e finzione a interessare il cineasta. A questa dicotomia, (ab)usata nella prassi del cinema contemporaneo, Tsukamoto contrappone la neccessità di puntare l’occhio esclusivamente sulla mente umana, sulle sue deviazioni, sul suo lacerante urlo disperato.
Perché in questo thriller che vagheggia tracce di horror non è l’assassino a rappresentare il male, ma i ragionamenti delle vittime stesse. L’omicidio a cui vanno incontro è un libero arbitrio, l’uscita di sicurezza da un mondo e da una vita che non li può interessare perché non ne hanno coscienza. Se è nell’inconscio che si muove “l’investigatore di incubi” Ryhuei Matsuda, è nell’inconsapevolezza più totale che agiscono i comprimari di questa vicenda. La loro pulsione suicida, materializzata di fatto nella telefonata a “0”, parte da radici ben più profonde ma non riesce a trovare nella società nipponica contemporanea una razionalizzazione compiuta. L’universo fagocitante che l’uomo si è costruito addosso, fino a farne materialmente parte, opprime e schiaccia senza che si possa trovare un colpevole; perché “0” è un mero esecutore, un giustiziere senza causa, un ennesimo, ultimo, estremo (de)relitto.
Si fa presto a trovare l’horror in questa vicenda truculenta e livida come la Tokyo senza speranza che la ospita, ma è sfida più ardua ed estremamente più gratificante riconoscervi nelle pieghe l’orrore: la paura che agita i protagonisti è la stessa che li uccide, li trasporta via, in quell’al di là del quale non riusciamo ad avere conoscenza ma che ci attrae, ci fascina, ci ammalia. Come la morte/non morte del sogno/incubo in cui cadono i personaggi di Paprika di Satoshi Kon, Tsukamoto fa retrocedere lo spettatore all’infanzia, conducendolo negli anfratti più oscuri che tanto lo spaventavano, e gliene mostra l’essenza.

Il “nemico” non è più fuori o dentro, perché il processo di disumanizzazione al quale si faceva riferimento da principio ha oramai raggiunto lo zenith: l’umanità ha perso, senza essersi neanche resa conto di partecipare a un gioco. Il Game Over che concludeva il primo Tetsuo avrebbe dovuto mettere già in allarme all’epoca: così non è stato, e oramai si vaga in un mondo di incubi, di labirinti delle atrocità. Un mondo disseminato di morte e autodistruzione, che Tsukamoto torna a mostrare (come aveva già fatto in Haze e nell’episodio Tamamushi del film corale Female) affidandosi alle tecniche del digitale; in mano sua quest’arma diventa straordinariamente l’evoluzione naturale dei low budget che caratterizzarono i suoi esordi. Tsukamoto usa la videocamera per attaccarsi con ancora maggior partecipazione ai suoi protagonisti e per attuare un dinamitardo attacco su larga scala al colore – che qui, come già in precedenza, è quasi inenarrabile nella sua atipicità. La franchigia che il quarantaseienne giapponese ha meritato durante la sua carriera abitata di bianchi e neri, monocromi e bicromi, seppia, si arrocca qui su una progressiva spoliazione del colore, perfetta sintesi di quel mondo àpodo che fotografa.
Eppure, un ultimo appiglio alla speranza Tsukamoto lo concede: ed è qui che si sono arenate molte delle critiche dei fan di vecchia data (dimenticando di fatto le conclusioni delle sue opere da A Snake of June in poi). D’altro canto non è esatto, in tutta sincerità, definire realmente ottimista il finale di Nightmare Detective: si può rimanere, ed è vero, aggrappati a uno scoglio dopo essere stati sballottolati qua e là dalle onde. Ma per quanto durerà?

Info
Il trailer di Nightmare Detective.
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