Vital

Vital, l’ottavo lungometraggio di Shinya Tsukamoto, prosegue l’evoluzione del percorso autoriale del regista nipponico, pur lasciando alcuni dubbi.

Involucri di memoria

In un terribile incidente stradale lo studente di medicina Hiroshi ha perso la memoria, mentre la sua compagna Ryōko è rimasta uccisa. Per tentare di ritornare alla normalità, riprende i suoi studi. Durante il corso di anatomia, sezionare un cadavere sembra risvegliare ricordi, più o meno reali, finché capisce che il corpo su cui sta facendo pratica è proprio quello di Ryōko… [sinossi]

L’ottavo lungometraggio diretto da Shinya Tsukamoto continua l’evoluzione del percorso autoriale che il quarantaquattrenne nipponico ha intrapreso da Sōseiji/Gemini, presentato nella sezione Cinema del presente alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 1999. Pur mantenendo un’attenzione specifica sul corpo umano inteso contemporaneamente come soggetto dell’azione e oggetto dello sguardo, Tsukamoto ha via via modificato il senso della sua interazione con la messa in scena. Se nei due episodi di Tetsuo il corpo del protagonista viveva una trasformazione che lo portava a fondere carne e metallo – producendo dunque un aumento di massa – sia in Sōseiji che in A Snake of June (ma anche, a ben vedere, nel masochismo di Tokyo Fist e nelle pulsioni suicide di Bullet Ballet) il discorso si fa inverso: i corpi sono minati dalla malattia, destinati alla mutilazione, come il seno di Asuka Kurosawa in A Snake of June. La trasformazione del corpo non prelude più a una futura “conquista del mondo”, ipotesi finale degli uomini-macchina, ma è il sintomo primo della decadenza e della morte. E proprio il corpo morto è alla base di quest’ultimo Vital. Il paradosso presente nel titolo è tuttavia solamente apparente; Tadanobu Asano, qui lontano dalle interpretazioni cariche di pathos che avevano caratterizzato i suoi personaggi in Gohatto di Nagisa Oshima o in Last Life in the Universe di Pen-ek Ratanaruang (tanto per fare due esempi) e anzi stranamente monocorde, è un brillante studente di medicina affetto da amnesia in seguito a uno scontro in macchina che cerca brandelli di memoria attraverso la dissezione del corpo della propria fidanzata, morta nello stesso incidente. L’unico modo per rimanere attaccati alla vita, per riprendere il proprio posto nella società e per riappropriarsi della propria memoria è quello di studiare e cercare di capire le fibre di cui è composto l’uomo. L’idea, effettivamente e affascinante, non è supportata però in questo caso da una messa in scena altrettanto convincente.

L’intero progetto sembra infatti affetto da una linearità eccessiva. Tenendosi volutamente lontano da atmosfere angoscianti e ansiogene, Tsukamoto si perde in un meccanismo troppo facile da scardinare, a tratti addirittura ovvio. La prevedibilità, accusa impensabile fino a ora per il cineasta giapponese, fa capolino più e più volte in maniera preoccupante. La storia d’amore recuperata e rivissuta finalmente dal protagonista, vero e proprio fulcro della vicenda, non porta con sé alcuna scoria, solo il dolore ineluttabile della perdita. L’autore sembra quasi voler affermare che la memoria non permetta incubi. Ed è forse proprio il rapporto con la finitezza della morte in sé a inficiare la parte centrale dell’opera: abituato a entrare in contatto con un universo continuamente in fieri, basato sull’evoluzione perenne dell’uomo/macchina di carne e metallo – e quanto ruolo giocano i manga in questa base culturale – Tsukamoto non sembra muoversi completamente a suo agio su un terreno dominato dalla mente e dalla memoria. Non a caso i punti più alti del film sono quelli in cui la dissezione viene mostrata in tutta la sua fredda violenza (deturpazione e svilimento della carne): qui il gioco puramente ideale della memoria viene meno, fondendosi con una ricerca ben più materiale. Fortunatamente la regia di Tsukamoto riesce, almeno per buona parte della pellicola, a sopperire alla povertà della struttura narrativa, pur negandosi qualsiasi sconfinamento nel surreale e nel fantastico (quanto mancano qui digressioni come quelle degli uomini/cono presenti in A Snake of June!) e relegando la componente industriale, da sempre marchio di riconoscimento dell’autore, a semplici cornici da porre in apertura e in chiusura dell’opera.

Uomo rinascimentale per eccellenza (dei suoi film ha sempre curato oltre alla regia e alla sceneggiatura, anche la fotografia, il montaggio e molto spesso vi ha recitato – l’unica eccezione a questo schema produttivo riguarda lo spassoso Hiruko the Goblin, sua opera seconda), Tsukamoto perde in vigore proprio quando prende di petto l’arte di Leonardo Da Vinci: il suo protagonista, attratto a tal punto dall’interno del corpo umano da sentirsi costretto a riprodurre su carta le fibre, i tendini, i nervi, ha molto meno rapporto con lo studio dell’essenza umana di quanto non ne abbiano il medico di Sōseiji (tra l’altro interpretato sempre da Asano) o il padre vendicativo di Tetsuo II.
Insomma, a conti fatti Vital rischia di essere contemporaneamente un buon film e una parziale delusione: Tsukamoto non ha ancora raggiunto, nell’attuale evoluzione del suo percorso, una reale stabilità. In attesa di questo passaggio ci regala il suo film più istituzionale, dove la morbosità viene sconfitta dalla memoria dell’amore.

Info
Il trailer di Vital.
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