Planet Terror

Planet Terror

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La fantascienza vista attraverso la lente deformante del grindhouse tarantiniano. Da qui nasce Planet Terror, l’apice del percorso cinematografico di Robert Rodriguez.

Science Fiction, Double Feature

Una tranquilla cittadina texana viene invasa all’improvviso dai sickos, zombie desiderosi di sangue umano infettati dal DC2, un agente biochimico. Ciò è avvenuto a causa di alcuni militari che hanno disperso il virus prelevato da una vecchia base militare in disuso. Le loro motivazioni non sono chiare, ma alcune persone riescono a sopravvivere all’iniziale attacco biologico e tentano di fuggire verso luoghi più sicuri… [sinossi]
Science Fiction, Double Feature
Doctor X Will Build A Creature
See Androids Fighting, Brad and Janet
Ann Francis stars in Forbidden Planet
Wo oh oh oh oh oh oh
At the Late Night, Double Feature, Picture Show.
Richard O’Brien, Rocky Horror Picture Show

E così il dittico dei Grindhouse voluto dai fratelli Weinstein si è finalmente concluso: dopo il Death Proof firmato da Quentin Tarantino, ecco arrivare Planet Terror, dodicesima regia di Robert Rodriguez – considerando anche l’episodio all’interno di Four Rooms.
Partiamo da un punto che potrebbe apparire forse accessorio ma che in realtà è indicativo di una scelta registica da non sottovalutare: mentre Tarantino, una volta abortito il progetto originario (nel quale Death Proof e Planet Terror figuravano come i sopraccitati double feature, ovvero due piccioni – di serie B – con una fava) a causa del clamoroso e inaspettato insuccesso di pubblico, aveva ripiegato su un film comunque “doppio”, nel quale i segmenti erano legati solo dal minimo comun denominatore dato dalla mitologia degli stuntman e dal personaggio interpretato da Kurt Russell, il suo fratellino prediletto ha messo in scena uno spettacolo unico. Un’ora e tre quarti in cui assistiamo a un gas che trasforma gli uomini in mostri deformi ricoperti di piaghe e bolle, zombi assetati di sangue pronti a sbranare altri esseri umani nel giro di pochi secondi.
Eppure, pur essendo stati tra i non molti ammiratori dell’ultima fatica di Tarantino, ci sembra a prima vista che Planet Terror riesca, senza alcuna fatica, a inserirsi nel contesto storicizzato dei Grindhouse con altrettanta freschezza e semplicità; sia chiaro, non stiamo in questo momento ipotizzando uno scontro alla Celebrity Death Match tra due dei migliori registi mainstream che negli ultimi venti anni hanno calcato le passerelle hollywoodiane, perché ci infileremmo in un gioco al massacro – ci verrà perdonata la reiterazione di termini riferiti a scontri fisici, mutilazioni e amenità di questo stampo, probabilmente sono dettati dalla memoria ancora fresca del film – che, siamo certi, finirebbe senza vincitori, ma ci sembra giusto rimarcare come Planet Terror sia, al di là di ogni ragionevole dubbio, l’omaggio corposo, mai pretestuoso ed estremamente accurato all’universo cinematografico dal quale prende ispirazione. Perché se c’è qualcosa di doveroso da far notare è come Tarantino e Rodriguez, da sempre sodali, si muovano all’interno dei percorsi cinematografici che abitano, in direzione simile ma tutt’altro che uguale: tutte le critiche affrettate che hanno voluto leggere, nella carriera del texano di origini messicane, il tracciato idolatra di un fan dell’autore di Pulp Fiction, hanno sbagliato clamorosamente mira. Il cinema di Robert Rodriguez è perfettamente indipendente da quello di Tarantino, e anche per questo Planet Terror, pur apparentandosi a Death Proof per ragioni strettamente filologiche – le regole del Grindhouse non saranno ferree e invalicabili, ma hanno pur sempre dei paletti da rispettare – è opera perfettamente autodeterminata, e come tale deve essere interpretata e criticata.
Qualora ci fossero ancora dubbi in proposito, vi invitiamo al solitamente vituperato gioco di riconoscimento delle fonti cinefile alle quali si abbeverano questi due cavalli di razza: da una parte abbiamo l’universo dei b-movies anni Settanta, che partono dalla Blaxploitation sempre cara a Tarantino (ricordate il ripescaggio di Pam Grier in Jackie Brown?) e approdano al cinema di genere nostrano, con citazioni sparse da L’uccello dalle piume di cristallo a Italia a mano armata, dall’altro il tutto sembra invece muoversi verso lo sci-fi più basso e usurato e soprattutto verso il cinema di John Carpenter.
Già, se c’è un regista che potrebbe assurgere al ruolo di nume tutelare di Rodriguez in questa sua ultima fatica è proprio l’autore di 1997: Fuga da New York, Essi vivono e La cosa; non si tratta solo di un avvicinamento dettato dal “gusto” della pellicola (un male che arriva dall’esterno, un gruppo di persone che si riuniscono loro malgrado per combatterlo) perché se così fosse dovremmo correre all’indietro e arrivare al superbo Rio Bravo di Howard Hawks, ispirazione primaria di Carpenter, tanto da poter leggere la sua intera carriera come un continuo, dilatato e immenso, remake del capolavoro western di Hawks, sua rilettura critica e rielaborazione. No, il discorso è decisamente più complesso: Rodriguez non sembra aver “semplicemente” metabolizzato il cinema di Carpenter per poterlo riutilizzare a suo uso e consumo.

Planet Terror è un film carpenteriano, prima ancora che per la poetica o per l’indole sulle quali pone le proprie basi, per l’approccio stesso che Rodriguez ha con la messa in scena e con il set; si ebbe già modo di parlare, all’epoca di Death Proof, dell’importanza predominante di quella che si potrebbe far rientrare nell’ottica del divertissement, per arrivare a comprendere il senso ultimo del Grindhouse tarantiniano. Questo discorso torna preponderante anche in occasione di Planet Terror, per quanto ci sia bisogno di una serie di specifiche ulteriori.
Che Robert Rodriguez abbia partorito un divertissement è affermazione per la quale non si teme la minima smentita – tanto più che questa ipotesi è stata avallata dallo stesso cineasta in diverse occasioni –, ma sarebbe sbagliato cercare di identificare Planet Terror come elemento a parte della sua filmografia, figlio messo al mondo in maniera distratta e rilassata tra un lavoro “serio” e l’altro (dopotutto, quale film di Rodriguez potrebbe a pieno titolo rientrare in questa categoria? Sin City? Forse, ma non ne siamo poi tanto sicuri). Il punto cruciale dell’intera disamina critica del lavoro del trentanovenne texano è che il corpus della sua cinematografia è disseminato di tanti piccoli Planet Terror: come interpretare altrimenti il gioiellino sci-fi The Faculty? Come dare reale senso a operazioni al limite del demente come il trittico dedicato agli Spy Kids o il francamente noioso Le avventure di Sharkboy e Lavagirl in 3-D?
Ma osiamo di più: dove sarebbero andati a parare, privati del divertimento del loro autore, film come Once Upon a Time in Mexico (per chi scrive, una delle punte massime toccate da Rodriguez) o come i suoi predecessori El Mariachi e Desperado? Il cinema di Rodriguez si immerge completamente nel piacere ludico che guida le mosse del regista, e sarebbe impensabile staccare l’uno dall’altro; per questo chiedevamo di fare attenzione nell’abusare del termine divertissement e per questo soprattutto trovavamo giusto apparentare Planet Terror ai film di John Carpenter. Le trovate ingegnose e spassose che sono disseminate nell’ora e tre quarti nelle quali si agitano le lotte per la vita dell’insuperabile battagliero El Wray e della sua accolita di resistenti – vero e proprio concentrato di freaks elevati al ruolo di semidei: dalla one-leg-woman Rose McGowan con un mitragliatore al posto dell’arto mancante al miglior cuoco di barbecue del Texas, dall’infermiera con le mani anestetizzate e rese inutili dal marito geloso alla coppia di babysitter messicane – non sono divertenti aggiunte atte ad arricchire la vicenda narrata, ma ne rappresentano il nucleo fondante. Probabilmente anche per questo motivo abbiamo letto il double bill a firma Rodriguez come quello maggiormente aderente allo spirito stesso dei Grindhouse, perché nel suo cinema non si ha mai l’impressione di trovarsi di fronte a una ricerca estetica, prima ancora che narrativa, dell’essenza cinematografica (come invece è riscontrabile in alcuni dei massimi capolavori tarantiniani, Kill Bill Vol. 1 e Kill Bill Vol. 2 in primis), bensì a un’attività corporea, sanamente umorale, priva di preconcetti teorici e, proprio per questo motivo, libera di teorizzare sulla materia cinematografica.
Planet Terror è un film indubitabilmente di pancia, fracassone e goliardico, ma che sfrutta questa sua indole per rendersi materia cinematografica trasudante passione, fascino, in una sfida lanciata allo spettatore. Non ci sono paletti morali, come insegnano le subitanee e spiazzanti morti alle quali vanno incontro, lontani da qualsiasi legaccio retorico, i protagonisti della vicenda (e c’è almeno una dipartita, quella del biochimico interpretato da Naveen Andrews, già apprezzato nella serie TV di culto Lost, che rimanda in maniera diretta a Fantasmi da Marte, a proposito di corto-circuiti carpenteriani), e non ci sono paletti al cattivo gusto: per questo probabilmente Planet Terror potrebbe correre il rischio di andare incontro a un insuccesso di pubblico e critica, ma sarebbe francamente un errore grave, forse gravissimo.

Perché non cogliere l’opportunità per applaudire una scelta viscerale come quella operata da Rodriguez significherebbe non comprendere l’importanza di un cinema sincero, appassionato, popolare nel senso più alto e profondo da attribuire al termine (elemento di riconoscimento per le masse, coinvolgimento a diversi strati dell’intera composizione sociale di uno stato), che di rado ha, in questi tempi sterilizzati e pronti solo a scandali preconfezionati e all’acqua di rose, occasione per mettere fuori il capino.
Ci piacerebbe ipotizzare El Wray alla guida della motocicletta giocattolo come capopopolo di una rincorsa al cinema per il cinema, senza altra mediazione pronta a frapporsi, sapendo che stiamo assaporando un’utopia.

Ps. Annotazione finale per il trailer, posto in apertura, del fantomatico Machete (che pure pare che Rodriguez stia girando per il mercato home-video); tre minuti di puro godimento estatico e cinefago.

Info
Il trailer di Planet Terror.
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