Achille e la tartaruga

Achille e la tartaruga

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“Devo essere quasi morto per avere delle idee”. E quasi muore davvero Kitano nell’inseguire la tartaruga, sempre un pizzico avanti a lui, come l’Achille del paradosso di Zenone: Achille e la tartaruga, presentato alla 65esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

Kitano è morto, viva Kitano!

Machisu rimane presto orfano di entrambi i genitori e finisce in un orfanotrofio. Da adolescente, studia presso una scuola d’arte e stringe amicizia con un’altra studentessa, Sachiko. I due si sposano e hanno una figlia. Con il tempo, l’ossessione di Machisu di raggiungere gli standard dell’arte contemporanea aumenta sempre di più sino a sopraffarlo e annullare la sua esistenza, lasciandolo insensibile a tutto quanto avviene attorno, inclusa la morte della figlia e l’essere lasciato dalla moglie. Mentre le persone che lo circondano muoiono e se ne vanno, Machisu prova come meglio può a tenere il passo con le attese degli esperti d’arte, rimanendo senza un soldo e divenendo sempre più patetico. [sinossi – Wikipedia]

Sembra davvero cibarsi di paradossi il cinema di Takeshi Kitano, come se senza non potesse muoversi, andare avanti ma neanche indietro. Invece è talmente ossessionato dal proprio movimento da rimanere esattamente fermo, immobile, paralizzato da una crisi creativo-depressiva senza precedenti. Ma non sarebbe giusto liquidare l’ultimo Kitano, quello della trilogia della distruzione per intenderci (Takeshis’, Glory to the Filmmaker! e questo Achille e la tartaruga), come se fosse il vaneggiamento di un pazzo o qualcosa di peggio. Lo è, probabilmente, ma non solo. L’operazione di Kitano è un qualcosa di sottilmente deviato, è un violento e brusco inno al nichilismo più completo. Come era il suo cinema precedente, senza dubbio.
Ma allora cosa è cambiato? Sostanzialmente il cambiamento è tutto interno a Kitano stesso, al suo desiderio – anzi, ossessione – di essere altro, di produrre altro, a dispetto di mode, gusti o che. E allora, se Takeshis’ era l’ammissione di una frammentazione dell’io, e Glory to the Filmmaker! era la distruzione di quei frammenti, Achille e la tartaruga deve essere essenzialmente un film da cui ripartire. Ma, e torniamo ancora al paradosso che dà il nome al titolo, questo suo muoversi sembra essere inutile, la sua tartaruga pare sempre sfuggirgli dalle mani.

Eppure, Kitano è rinato. È morto, forse, ma è anche rinato. Bollito o bruciato che sia, il suo cinema riparte dal minimalismo di un gesto pittorico che già una volta lo ha salvato. La pittura, dunque, il suo rifugio all’epoca dell’incidente motociclistico poi rivelatosi un tentato suicidio, è ancora una volta per Kitano un’àncora di salvezza, qualcosa a cui dedicarsi anima e corpo, arrivando persino a violentarsi. Il cinema non può aiutarlo, almeno non il suo, visto che in Glory to the Filmmaker! è stato totalmente azzerato, spazzato via da quell’esplosione nucleare del pre-finale, che non segnava però una guarigione (subito dopo infatti un medico impietoso giudicava – radiografie alla mano – “a pezzi” il cervello di Kitano).
Ancora una volta, però, anche il mondo della pittura non è un punto di arrivo ma solo un punto in cui Kitano si sente più vicino alla tartaruga. In questa sua ricerca ossessionante che lo trasfigura in qualcosa di disumano, facendolo diventare man mano che il film va avanti un corpo-filmico a tutti gli effetti, Kitano si riduce ad una mummia con un occhio solo.
Ma è quello che gli serve, niente di più niente di meno. Un occhio solo, quello per guardare dentro il mirino della cinepresa, il resto è assolutamente superfluo.

Un cinema, dunque, che prova a rigenerarsi eliminando gli eccessi e disinfettando le proprie ferite. Kitano, in sostanza, ha rinunciato a inseguire quella tartaruga. E proprio rinunciando l’ha di colpo raggiunta. Ed è talmente intimo questo straordinario percorso registico che sta compiendo, anche qui costellato da tentati suicidi redentori e dall’ennesimo azzeramento delle proprie istanze (con i quadri che vengono bruciati e che sono, in realtà, tutte opere del regista stesso), che Kitano non riesce nemmeno – cosa che invece faceva in Glory to the Filmmaker! – a usare il suo vero nome. Come se avesse bisogno di tenere a distanza questa storia, come se non avesse il coraggio di guardarsi allo specchio.
“Kitano è morto, viva Kitano” urla tre volte l’araldo.

Info
Il trailer di Achille e la tartaruga su Youtube
Il sito della casa di produzione di Achille e la tartaruga, la Office Kitano.
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