Outrage

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Takeshi Kitano torna con Outrage allo yakuza e lo fa per celebrare la morte del genere e il suo auto-smembramento. Un film che va letto e giustificato per come tesse fili, visibili e invisibili, con tutta la filmografia del cineasta giapponese.

Se muoio, rinasco (finché non finirà la vita)

Diversi capi filiale si riuniscono con l’occasione di un lauto pranzo con il Presidente, il capo della Sanno-kai (l’organizzazione criminale che controlla tutta la zona di Tokyo). Kato, il vicecapo della Sanno-kai, mette in guardia l’affiliato Ikemoto circa i suoi rapporti palesi con l’outsider Murase, capo dell’omonima famiglia criminale, con il quale ha recentemente stretto un patto d’onore in carcere. Nel tentativo di alleviare i sospetti del Presidente, Ikemoto chiede al suo sottoposto Otomo e ai suoi colleghi di fare il lavoro sporco per lui, operando un piccolo ma evidente attacco contro Murase. E la guerra ha così inizio… [sinossi]

Takeshi Kitano, opinione personalissima, è divenuto negli ultimi anni l’autore cinematografico su cui è più bello scrivere. I suoi ultimi film, perlomeno includendo tutta la trilogia della distruzione (Takeshis’, Glory to the Filmmaker! e Achilles and the Tortoise) provocano la goduria di chi ama l’esercizio della critica come dello studio applicati al cinema: osservare come l’evoluzione (per alcuni, l’involuzione) di un autore possa trasformare e modificare così radicalmente la propria carriera, è un qualcosa di stupefacente. Qualcuno avrà anche capito leggendo questa meravigliata premessa che trovarsi di fronte ad Outrage spinge ancora una volta il critico a ritrovarsi di fronte a tutto il cinema di Kitano. Tutto, completamente. Perché Outrage, detto brutalmente, è un film – come e più di quelli che lo hanno recentemente preceduto – impossibile da leggere singolarmente.
Se lo si fa, e lo si analizzasse razionalmente giudicandolo per quel che è, diremmo che è un brutto film, con pochi tratti da salvare (giusto qualche momento di macabro divertimento). Se invece lo si analizza all’interno di tutto il corpus cinematografico di Kitano ecco magicamente spuntare collegamenti, riflessioni, spiegazioni, spunti che arricchiscono di un nuovo interessante tassello il percorso registico dell’autore di Dolls.
Ma il pubblico che andrà a vedere il film non vedrà semplicemente un film e non un’intera carriera? Non è forse giusto che un film venga letto, o almeno che possa esser letto, per quel che è, semplicemente un film? Una critica, e chi si occupa di farla, non dovrebbe parlare semplicemente di quel prodotto che, parliamoci chiaro, viene venduto all’interno della sala cinematografica?
Questioni, quelle appena sollevate, la cui risposta ci porterebbe via troppo tempo tempo (non essendo tra l’altro questa la sede più adatta) ma che sono davvero al centro della lettura di un film come questo.

Outrage, nomen omen, è l’oltraggio di Kitano allo yakuza-movie (al quale ritorna 10 anni dopo Brother). Film assurdo questo, dove il regista pare si diverta sistematicamente a debellare i codici di quel genere che lui ha contribuito a delineare: le esplosioni di violenza, altrove quasi ieratiche, qui assumono una gratuità, un realismo e un accanimento senza precedenti; gli affiliati non hanno mai parlato, gridato, strillato, così tanto, non si sono mai pisciati sotto dalla paura, non hanno mai mostrato le loro vere emozioni come in questo film; mai in uno yakuza-movie era stata mostrata l’organizzazione praticamente auto-eliminarsi, smembrarsi da sola. È forse questo l’aspetto più importante di Outrage, quello che ce lo fa ritenere come una sorta di canto del cigno del genere, il ground zero della yakuza che al cinema non avrà più possibilità di esistere. Semplicemente perché la Yakuza non c’è più, decimata da un tutti contro tutti impressionante. E Kitano, che per tutto il film viene chiamato “vecchio yakuza”, è rimasto solo. È tempo di arrendersi per il vecchio leone. Il poliziotto che lo arresta, un suo vecchio amico, gli confida “Di questi tempi la carriera è più importante dei soldi”. Kitano allora viene sbattuto in prigione e mentre va in scena una partita di baseball viene ucciso a sangue freddo da un vecchio nemico. Una morte, ancora una volta in Kitano, estremamente simbolica.

È come se abbia voluto chiudere i conti con quel genere, è come se proseguendo la “distruzione” messa in atto nei suoi ultimi film si fosse ricordato di quel genere che tanto gli aveva dato. La trilogia allora diviene quadrilogia, visto che c’è ancora qualcosa che è sopravvissuto. E di Kitano sopravviveva quello, nella mente dei suoi spettatori come in chi gli chiedeva i motivi che lo hanno spinto ad allontanarsi da quel cinema. Ora ce lo ha spiegato: la yakuza è morta. Che anche lui lo fosse, invece, lo sospettavamo da tempo. Per la conferma, come da copione, aspettiamo la prossima puntata. Ma da oggi abbiamo qualche indizio in più…

Info
Il trailer di Outrage su Youtube.
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