Padiglione 22
di Livio Bordone
Con Padiglione 22 Livio Bordone tenta la via del thriller paranoide, angosciante, e il regista dimostra di sapersi anche destreggiare nel genere, mentre fatica più a livello di scrittura, tanto dei personaggi quanto delle situazioni.
La ragione è dei matti
Nel 2003 Laura Marotti ha una nevrotica vita normale. Ma dal passato torna il fratello maggiore, Valerio, schizofrenico sepolto vivo in una clinica privata. Valerio scappa dalla clinica e va a morire nel Padiglione 22 del manicomio dove era stato rinchiuso da piccolo, prima che la legge Basaglia nel 1978 liberasse i degenti dalla segregazione coatta. Dal giorno della propria morte, lo spirito di Valerio comincia a tormentare Laura, già dilaniata dai sensi di colpa, dall’odio verso quel fratello che in vita gravava sulla famiglia con la sua faccia ebete e abbandonata e che, da morto, diventa presente, minaccioso, ossessivo nel ricordare a Laura tutta la sua terribile, dolorosa indifferenza. In un crescendo di tensione e visioni oniriche che riportano Laura agli anni settanta, a vivere scorci del passato e incontri allucinanti con gli spettri dei degenti e con un Valerio più giovane, si sviluppa la lotta crudele tra il fantasma e Laura, o meglio tra Laura e i suoi sensi di colpa. [sinossi]
Si inizia da un dato triste: Padiglione 22 fa parte di quella numerosa schiera di film battenti bandiera tricolore che, dopo un travagliato iter produttivo e un’ancor meno stabile vita di post-produzione, approdano fugacemente sugli schermi della penisola, per poi finire con rapidità nel dimenticatoio. Questa pratica, a suo modo barbarica, si perpetra anno dopo anno, senza che nulla sembri muoversi in direzione contraria. Film costretti loro malgrado a diventare spettri, ectoplasmi ridotti a vivere nella memoria di pochi cinefili incalliti; proprio come i fantasmi, verrebbe da dire, che si insinuano nella mente della giovane Regina Orioli. Fantasmi che sanno di manicomi, stolide imitazioni dei campi di concentramento in cui venivano relegati i “pazzi” negli anni che precedettero la sacrosanta legge Basaglia. La storia di Regina Orioli è quella di suo fratello, rinchiuso da ragazzo in seguito a comportamenti dissociati: ora la sua memoria torna a ossessionare la sorellina minore, inguainata in una normale (o almeno così sembra) vita piccolo borghese. Non ci si lascerà prendere la mano dalla trama nuda e cruda di Padiglione 22, perché forse è proprio la sceneggiatura, firmata sempre da Bordone, l’elemento che ha lasciato il maggior numero di dubbi al termine della visione; al di là delle verosimiglianze della sinossi, che in un thriller paranoico e visionario possono anche passare in secondo piano, a non convincere appieno sono infatti l’utilizzo dei flashback – spesso inutilmente debordante, e francamente poco rivelatore – e soprattutto la scrittura del personaggio di Laura. La protagonista di Padiglione 22 rimane, a conti fatti, un personaggio sfocato: la sua vita arriva allo spettatore solo attraverso dettagli sfuggenti (perfino il rapporto di coppia è indagato in modo a tratti superficiale), che non sempre si è in grado di afferrare. Ad aiutare non è neanche la Orioli, che non sembra avere lo spessore attoriale per affrontare un personaggio con un vissuto così tragico e psicologicamente complesso. Ma non si vuole apparire eccessivamente distruttivi: pur tenendo conto, difatti, dei vari difetti riscontrati in precedenza, è più che lecito rimanere sottilmente angosciati da Padiglione 22.
Bordone ha avuto il grande pregio di lavorare di pancia, colpendo in modo viscerale lo spettatore: è questo il grimaldello che permette al film di non accartocciarsi su sé stesso, dimostrando al contrario una serie di peculiarità che evidenziano tratti in grado di porlo come anomalia di un tracciato distributivo troppo spesso adagiato sulle regole di mercato. Magari sbaglia Padiglione 22 – e in parte non v’è dubbio che lo faccia – ma almeno lo fa per sventatezza e non per mediocre accettazione della prassi; perché si sente forte il bisogno, in anni impantanati come quelli che si stanno vivendo in Italia (da un punto di vista cinematografico, ma non solo), di opere che abbiano il coraggio di puntare sull’aspetto visivo, lasciandosi condurre per mano dalla forza stessa emanata dalle immagini create. Un flusso di coscienza visivo che, una volta lasciata al suo destino la routine narrativa, riesce a dimostrare il suo reale valore: che non è rivoluzionario e non è perfetto, ma che merita comunque rispetto. Livio Bordone ha posto la firma in calce a un prodotto medio, come quelli che un tempo ingrassavano il mercato senza meritarsi un posto nei libri di storia e critica – anche se la rivalutazione del genere fine a sé stessa alla quale abbiamo assistito nell’ultimo lustro sembra oramai non fare più distinzioni tra capolavori e opere interessanti da un punto di vista meramente storico – e che al giorno d’oggi sono visti con orrore dai distributori e dagli esercenti, perché privi di un pubblico di riferimento e probabilmente considerati fuori tempo massimo.
Dopotutto neanche la comparsata di Elio Germano nella parte di un matto che gioca con un’arancia è riuscita nel miracolo, e Padiglione 22 corre il serio rischio, come pellicole a lui affini, di terminare il suo percorso ricacciato nell’oblio e guardato con sospetto. Proprio come gli ospiti dei manicomi di una volta.
Info
Padiglione 22, il trailer.
- Genere: horror, thriller
- Titolo originale: Padiglione 22
- Paese/Anno: Italia | 2006
- Regia: Livio Bordone
- Sceneggiatura: Livio Bordone
- Fotografia: Marco Carosi
- Montaggio: Giuseppe Pagano
- Interpreti: Arturo Paglia , Corinna Locastro, Elio Germano, Gaetano Amato, Giuseppe Antignati, Regina Orioli
- Colonna sonora: Andrea Sisti, Puccio Pucci
- Produzione: Paco Cinematografica
- Distribuzione: Paco Cinematografica
- Durata: 82'
- Data di uscita: 12/12/2008

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