Un ragazzo d’oro

Un ragazzo d’oro

di

Pupi Avati torna al cinema a tre anni di distanza da Il cuore grande delle ragazze con Un ragazzo d’oro, film sconclusionato, amaro e grottesco, quasi fuori controllo. Protagonista uno Scamarcio all’apice dell’autolesionismo.

Una sconclusionata giovinezza

Davide Bias, figlio di uno sceneggiatore di film di serie B, è un creativo pubblicitario col sogno di scrivere qualcosa di bello, di vero. Convive quotidianamente con ansia e insoddisfazione: per tenerle a bada, solo le pillole. Quando il padre muore improvvisamente, il giovane si trasferisce a Roma da Milano dove incontra Ludovica, un’editrice interessata a pubblicare l’autobiografia che il padre di Davide aveva intenzione di scrivere. Sarà lui stesso a scrivere il libro… [sinossi]

Pupi Avati è un regista dalle mille contraddizioni, un uomo di provincia cui le lusinghe della grande città hanno finito per creare una filmografia a suo modo schizofrenica, piena di episodi oscuri e insopportabili, quanto spesso lodati, così come di perle fieramente di serie B, che lui stesso tende a rimuovere. Tutto quello che ha contribuito a dare quella “forma informe” del suo cinema sembra essere stato maldestramente ridotto e riassunto in Un ragazzo d’oro, il nuovo film del regista bolognese in cui si guarda sia a quella famosa serie B che alla sua esperienza nell’horror, come pure alla brutta televisione anni Ottanta.
Scamarcio, da protagonista, porta sulle sue spalle – con convinzione, se si eccettua l’ultima parte del film – il peso di un’opera a tratti palesemente scomposta (i momenti di comico involontario non sono pochi), a tratti connotata da un inestricabile garbuglio di kitsch, di vintage e di grottesco che rasenta persino il sublime (chi fa più oggi un’inquadratura come quella di Scamarcio a letto che guarda verso il fondo del quadro, dove in profondità tipicamente anni Sessanta c’è sua madre che parla al telefono, ad un telefono fisso sistemato come ai bei tempi in corridoio?).

Resta il dubbio in effetti su quanto Avati creda al gigantesco esempio di autolesionismo che muove il personaggio di Scamarcio il quale, pur di rimettere a posto i conti con il padre morto, scrive un’autobiografia a nome del genitore sotto forma di presunto risarcimento di una gara di salto in alto in cui questi l’aveva aiutato a vincere da bambino. Resta il dubbio, ma in fin dei conti va bene così perché si viene trascinati in un mondo clamorosamente obsoleto in cui gli interni “contemporanei” sanno di plastica e naftalina (l’inverosimile studio pubblicitario, lo studio dell’editrice interpretata da Sharon Stone) e convivono con altri interni e oggetti affettuosamente démodè (la casa dei genitori di Scamarcio con ciabatte anni Quaranta ed esotiche acque di colonia, ma soprattutto il manicomio del finale, vero guizzo orrorifico e pre-basagliano del film).
Un ragazzo d’oro sembra in effetti un horror mancato, una sorta di parodia involontaria di Una sconfinata giovinezza (che era a sua volta la parodia di se stesso), in cui la discesa nell’incubo del protagonista – affetto da scissione di personalità e da progressiva identificazione con la figura paterna – appare forzata e insistita, artefatta quanto puramente avatiana. Un mondo in cui le donne o ignorano bellamente il dramma in corso (la mamma interpretata da Giovanna Ralli che strepita ma non capisce quel che sta succedendo al figlio) o tradiscono deliberatamente il proprio fidanzato (Cristiana Capotondi) o, ancora, sfruttano le presunte qualità artistiche dell’uomo per battere cassa e stremarne e sublimarne gli impulsi erotici (l’editrice incarnata da Sharon Stone).

Inutile cercare una distaccata satira “cinepanettonesca” nella descrizione del padre protagonista, sceneggiatore di farse becere impersonate negli anni Settanta da Alvaro Vitali, e “compagno di merenda” di cinematografari del sottobosco romano sopravvissuti a se stessi che citano continuamente Tarantino (non manca anche un’apparizione di Valeria Marini, allo stesso tempo parodica e seria, come indecisa se ironizzare su stessa e quindi imbarazzante). È inutile perché quel sottobosco appartiene allo stesso Avati, così come gli appartiene la presunta forma del cinema autoriale che ne fa quasi maestro dei registi di oggi (da Ozpetek in poi), così come ancora gli appartiene l’ambizione – solo vagheggiata – del cinema radicale, militante e scandaloso (ed è lì a testimoniarlo un ritratto di Pasolini nella cameretta di Scamarcio); il tutto per un coacervo che mette questi ingredienti sullo stesso piano e che – volontariamente o meno – fa perdere credibilità a ogni cosa, rendendola ridicola, come per un post-fellinismo senza controllo. E alla fine non ci stupiremmo se un giorno ci ritrovassimo a rimpiangere anche Avati, pensando a Un ragazzo d’oro come a un’opera che sussumeva il suo cinema facendone una sorta di testamento pre-mortem e in absentia.

Info
Il trailer di Un ragazzo d’oro.
  • un-ragazzo-d-oro-2014-pupi-avati-001.jpg
  • un-ragazzo-d-oro-2014-pupi-avati-002.jpg
  • un-ragazzo-d-oro-2014-pupi-avati-003.jpg
  • un-ragazzo-d-oro-2014-pupi-avati-004.jpg
  • un-ragazzo-d-oro-2014-pupi-avati-005.jpg
  • un-ragazzo-d-oro-2014-pupi-avati-006.jpg
  • un-ragazzo-d-oro-2014-pupi-avati-007.jpg
  • un-ragazzo-d-oro-2014-pupi-avati-008.jpg
  • un-ragazzo-d-oro-2014-pupi-avati-009.jpg
  • un-ragazzo-d-oro-2014-pupi-avati-010.jpg
  • un-ragazzo-d-oro-2014-pupi-avati-011.jpg
  • un-ragazzo-d-oro-2014-pupi-avati-012.jpg
  • un-ragazzo-d-oro-2014-pupi-avati-013.jpg
  • un-ragazzo-d-oro-2014-pupi-avati-014.jpg
  • un-ragazzo-d-oro-2014-pupi-avati-015.jpg
  • un-ragazzo-d-oro-2014-pupi-avati-016.jpg
  • un-ragazzo-d-oro-2014-pupi-avati-017.jpg
  • un-ragazzo-d-oro-2014-pupi-avati-018.jpg
  • un-ragazzo-d-oro-2014-pupi-avati-019.jpg
  • un-ragazzo-d-oro-2014-pupi-avati-020.jpg
  • un-ragazzo-d-oro-2014-pupi-avati-021.jpg
  • un-ragazzo-d-oro-2014-pupi-avati-022.jpg
  • un-ragazzo-d-oro-2014-pupi-avati-023.jpg

Articoli correlati

  • Buone feste!

    Zeder

    di Il meglio della sua filmografia Pupi Avati l'ha dato nella messa in scena del deforme e dell'horror. Prova ne è Zeder, che immerge Lovecraft nella bassa padana...
  • Trieste S+F 2016

    La casa dalle finestre che ridono

    di La casa dalle finestre che ridono, la più celebre incursione nel thriller e nell'horror di Pupi Avati, viene ospitato sullo schermo del Trieste Science+Fiction, nell'omaggio a Fant'Italia.
  • Fantafestival 2019

    L'arcano incantatore recensioneL’arcano incantatore

    di L'arcano incantatore segna il ritorno di Pupi Avati nei territori del fantastico a tredici anni di distanza da Zeder. Un'opera che mette in scena l'esoterismo ragionando una volta di più sul concetto di colpa, e di esplorazione del misterico.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento