La città che cura
di Erika Rossi
Esce in sala il documentario La città che cura, presentato nella sezione Documentari fuori concorso del 30° Trieste Film Festival. La regista Erika Rossi segue un progetto innovativo di salute pubblica messo in pratica per la prima volta a Trieste, basato sulle microaree, sul recupero delle relazioni sociali di vicinato come premessa al benessere. Nel segno di Basaglia.
Il quartiere
Nei quartieri alla periferia di Trieste, un modello di salute innovativo ripensa la ‘cura’ fuori dagli standard istituzionali, riportando l’attenzione sulla vita delle persone, senza vederle solo attraverso la lente della malattia. Lo vediamo messo in pratica su Plinio, un anziano pianista ipocondriaco che non vuole più uscire di casa, Roberto che affronta la fatica di vivere dopo un grave ictus, Maurizio che paga lo scotto di una vita di eccessi, seguiti da medici che discutono spesso nelle loro assemblee… [sinossi]
Trieste città basagliana: il grande teorico dell’antipsichiatria operò qui tra il 1971 e il 1979, epoca a cui risalgono i suoi più grandi successi: la città viene designata quale zona pilota per l’Italia dell’OMS per lo studio della salute mentale e poco dopo il parlamento italiano vara la legge 180. Pur mai citata espressamente, la figura di Basaglia aleggia in La città che cura, il documentario di Erika Rossi, sul progetto innovativo di salute pubblica basato sulle microaree e sulla medicina territoriale, messo in pratica da dieci anni finora solo nella città mitteleuropea. Il documentario parte da un libro su questa esperienza, La città che cura. Microaree e periferie della salute di Maria Grazia Cogliati Dezza e Giovanna Gallio, e si è aggiudicato la Borsa di Sviluppo Premio Solinas Documentario per il Cinema 2017 ed è stato presentato nella sezione Documentari Fuori Concorso del 30° Trieste Film Festival.
Nel momento in cui si paventa a una delle persone seguite dal servizio (difficile a questo punto anche solo usare il termine ‘paziente’) un ricovero ospedaliero, con la sua contrarietà, appare evidente il senso di questo metodo sanitario e la sua eredità basagliana – anche se non si dice nulla circa un’eventuale filiazione diretta, magari attraverso la partecipazione al progetto di discepoli del grande psichiatra, ma si tratta certamente dell’applicazione dei suoi principi –: l’ospedale deve essere l’ultima ratio, le persone, anziane, con problemi psichiatrici, non vanno confinate in edifici asettici a loro estranei, ma mantenute nel contesto domiciliare, nella comunità di quartiere in cui si è svolta la loro vita, mantenendo quel sistema di relazioni umane come parte essenziale della loro cura, del loro benessere, abbinata alle capacità umane dei medici, alla loro attitudine ad ascoltare i loro utenti e a farsi da loro ascoltare, spiegandosi in maniera semplice.
Il quartiere Ponziana rappresenta un quartiere popolare, anonimo, con i suoi palazzoni e i suoi baretti, agli antipodi della parte storica, al salotto elegante che si sviluppa attorno alla Piazza Unità d’Italia. Di Trieste, nel quartiere Ponziana, si riconosce lo sviluppo verticale, le strade in pendenza e il porto che si intravede sullo sfondo di alcune inquadrature, con le sue grandi infrastrutture d’acciaio. Un paesaggio alla Jacques Demy e il mare come valvola di sfogo non solo fotografica. Un lungo camera car sulle strade cittadine sottolinea questa anima della città. E il film comincia con una casa di ringhiera, una delle pochissime a Trieste, quella tipologia di edilizia popolare con i ballatoi tipica del Nord Italia che in questa città non ha attecchito per ovvi problemi eolici. Viene così a mancare quella possibilità di tessuto sociale del vicinato tipica di chi si affaccia sul cortile. E mancano anche gli ascensori, come dice l’amministratore di condomini, cosa che fa aumentare la reclusione dei tanti anziani che vivono ai piani alti.
Di Basaglia e del Sessantotto rimangono anche i momenti assembleari, le riunioni di autogestione che fanno periodicamente gli operatori di questo servizio di medicina territoriale, per confrontarsi, per migliorare il servizio alla luce della condivisione, tra loro, delle rispettive esperienze. Centrale poi in La città che cura è l’arte. Il servizio di microaree organizza corsi di teatroterapia e danzaterapia, che sfociano in spettacoli di piazza, in feste con musica, danze e anche il cinema all’aperto. E fondamentale in questo senso la figura di Plinio, che vive in condizioni molto precarie, di abbandono, ma che si trasfigura quando suona alla tastiera, rivelandosi quale un pianista bravissimo. A lui è affidato l’accompagnamento di una festicciola ma anche dell’intero film, comparendo nella prima scena. Nel primo caso la regista fa sentire prima la sua musica come extradiegetica che diventa poi diegetica inquadrando il personaggio, situazione invertita rispetto a quella iniziale, dove il senso è comunque quello del propagarsi delle sue note, che fanno palpitare il quartiere, che diventa così non una semplice periferia di qualcos’altro ma un mondo vivo, con il suo tessuto sociale e i suoi ricordi. A Plinio il film è dedicato, nei titoli di coda facendoci capire così che, dopo le riprese del film, deve essere passato a miglior vita. La città che cura è un documentario necessario su un’esperienza di servizi sanitari unica, ma che si basa su principi elementari di attenzione umana e di diritto alla socialità.
Info
Il trailer di La città che cura.
La scheda dedicata a La città che cura sul sito del Trieste Film Festival.
- Genere: documentario
- Titolo originale: La città che cura
- Paese/Anno: Italia | 2018
- Regia: Erika Rossi
- Sceneggiatura: Erika Rossi
- Fotografia: Daniel Mazza, Erika Rossi
- Montaggio: Beppe Leonetti
- Interpreti: Maurizio Brandolin, Monica Ghiretti, Plinio Postogna, Roberto Parisi
- Colonna sonora: Stefano Schiraldi
- Produzione: Tico Film
- Distribuzione: Lo Scrittoio
- Durata: 89'
- Data di uscita: 09/05/2019

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