Cadillac Records

Cadillac Records

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Darnell Martin in Cadillac Records si confronta con il mito di Leonard Chess, della sua etichetta discografica e quindi con la nascita del blues elettrificato; un’operazione affascinante, su cui grava il peso di una narrazione fin troppo di prammatica e priva di personalità.

All I Could Do Was Cry

Chicago anni ’50, il fermento musicale di quegli anni, portò alla ribalta artisti come Etta James, Leonard Chess, Muddy Waters, Little Walter, Chuck Berry e, insieme a loro, la casa discografica Chess Records, che per molti anni influenzò e dettò legge nel panorama musicale rock & blues. [sinossi]

Se c’era un bianco che nella Chicago degli anni Cinquanta aveva realmente il blues, quelli era senza ombra di dubbio Leonard Chess, al secolo Lejzor Czyk, nato in Polonia nel 1917 ed emigrato nella dreamland a poco più di dieci anni. Ora ovviamente chiunque abbia un pur minima conoscenza della storia della discografia musicale degli ultimi cinquant’anni non potrà non sapere che il buon Lenny fu il creatore e padrone della Chess Records, vale a dire la più straordinaria fucina di talenti di quel delicato periodo storico che vide il blues archetipico dei vari Robert Johnson, Bessie Smith, Blind Lemon Jefferson elettrificarsi, accelerarsi e trasformarsi passo passo nel rock’n’roll. Ed è proprio di questo, in soldoni, che si occupa Cadillac Records di Darnell Martin, regista che tra un’elegia dei bassifondi ispanici (I Like It Like That) e un dramma carcerario (Prison Song) si trova soprattutto a lavorare in televisione: Homicide, Oz, E.R. e Grey’s Anatomy sono solo alcuni dei serial a cui Martin presta la propria professionalità.

Cadillac Records è un progetto decisamente interessante: innanzitutto si preoccupa di riportare alla luce un momento di passaggio fondamentale della musica popolare del secolo scorso, primo e profondo anello di congiunzione tra la cultura degli ex-schiavi – che negli anni cinquanta vivevano ancora in uno stato di segregazione, sarebbe il caso di non dimenticarlo – e il potere dominante dei cosiddetti wasp; in secondo luogo diventa una riflessione a tutto tondo sullo stato della democrazia e sull’ipocrisia del commercio: fu solo grazie all’interessamento di band sulla cresta dell’onda come i Rolling Stones e gli Yardbirds in cui militavano Chris Dreja ed Eric Clapton che il pubblico europeo venne a conoscenza di un nome a dir poco essenziale come quello di Muddy Waters. E proprio da McKinley Morganfield (questo era il suo vero nome) parte l’avventura organizzata da Martin, anche nelle vesti di sceneggiatore: il profondo sud, il retaggio della schiavitù, il passaggio al nord, il casuale incontro con Leonard Chess, i primi vagiti di successo, l’improvviso e in gran parte inaspettato clamore radiofonico, la nascita della factory della Chess Records e via discorrendo: Cadillac Records procede come il più classico e standardizzato dei biopic, ed è questo il difetto maggiore della pellicola. Nel mettere in scena un universo culturale in sommovimento, passaggio di consegne tra “vecchio” e “nuovo” raramente palesatosi in maniera così concreta, Martin non si lascia mai prendere la mano, ma porta a casa il compitino con una diligenza che davvero non si addice alla causa; il blues era la musica del dolore, del riscatto, della rabbia, della sardonica frustrazione. L’uomo di colore poteva finalmente cantare e incendiare le folle di ascoltatori, quale che fosse la pigmentazione della loro pelle: non si trattava più solo di un salmodiare collettivo, sommesso rantolo di un’indole mai realmente prona, ma piuttosto di una presa di potere, della pur non complessiva e non uniforme rivalsa. E da qui che partì quel processo di rivoluzione dei costumi che avrebbe, con l’avvento definitivo del rock, minato il corpo putrescente dell’omologazione del mondo bianco, innestando i primi germi dell’insoddisfazione giovanile nei confronti dei modelli di sistema vigenti.

Tutto questo in Cadillac Records è appena accennato, lasciato esclusivamente come panorama di sfondo, e l’intera struttura si riduce a un ritratto, peraltro fondamentalmente edulcorato (va bene l’accenno alle disavventure coniugali di Muddy Waters, ma Leonard Chess viene descritto come una sorta di angelo del focolare pronto a risolvere qualsiasi problema, e v’è solo una minima traccia, nel corso del film, che dovrebbe rendere edotti sulle difficoltose relazioni tra due dei capofila della Chess Records, Muddy e Howlin’ Wolf) dei personaggi cardine di quell’esperienza: a succedersi sullo schermo sono Muddy Waters, Little Walter, Howlin’ Wolf, Etta James, Chuck Berry e Willie Dixon, ma si tratta di qualcosa di non molto diverso da una parata di fotografie. Non c’è vera e propria anima blues in Cadillac Records, e per quanto sia possibile apprezzare l’enorme sforzo attoriale (per il personaggio di Chess in un primo momento era stato opzionato Matt Dillon, ma Adrien Brody è convincente come al solito, per non parlare di un monumentale Jeffrey Wright nei panni di Muddy Waters), l’impressione di assistere a un dettato senza errori di ortografia è decisamente forte. Sarebbe stato lecito aspettarsi quantomeno una pur minima riflessione sull’eterno furto/omaggio del mondo bianco nei confronti della musica nera – Elvis Presley che pubblica nuovamente i successi eversivi di Little Richard, Eric Clapton che normalizza il fragore chitarristico di Muddy Waters – ma il tutto si risolve in maniera piuttosto confusa, con un rapido accenno di Chuck Berry al riff utilizzato dalla moda surf dei primi Beach Boys e poco più.

Non che si voglia sminuire l’interessante esistenza di un microcosmo quasi a sé stante nella Chicago di quegli anni, ma l’impressione è che Martin abbia fatto ricorso a tutte le proprie arti per evitare di problematizzare in maniera eccessiva la questione: e l’amore, l’odio e il rapporto di fratellanza che legò Leonard Chess, Muddy Waters e le rispettive consorti al mondo blues in sommovimento non è in fin dei conti così diverso da quello che ha raccontato, per altre vie e sfruttando altre storie, il cinema negli ultimi centodieci anni. Mentre, come canta Muddy in Rollin’ Stone (a proposito, il titolo del brano vi dice qualcosa?) “Well, my mother told my father, just before hmmm, I was born, “I got a boy child’s comin, He’s gonna be, he’s gonna be a rollin stone, Sure ‘nough, he’s a rollin stone”.

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