Garage

A un anno e mezzo dalla sua presentazione al Torino Film Festival trova distribuzione in Italia Garage, l’opera seconda del cineasta irlandese Lenny Abrahamson, che si dimostra fine narratore della sconfitta, in un film permeato da un profondo senso di giustizia.

Dietro ogni scemo c’è un villaggio

Campagna irlandese: Josie gestisce una stazione di servizio poco fuori da un centro abitato. È il classico scemo del villaggio: in paese, nonostante tutti lo considerino ritardato, è sinceramente benvoluto. Dopotutto si tratta di uno spirito semplice, completamente innocuo nelle sue intenzioni. Josie intreccia un’amicizia con un adolescente, David, che lavora con lui: ma la ventata di novità nella vita di Josie non porterà solo rose… [sinossi]

L’uscita in sala di un film come Garage, opera seconda di quel Lenny Abrahamson che stregò il cuore all’epoca di Adam & Paul (premi vinti un po’ ovunque in Europa, inaspettato e clamoroso successo in patria e neanche uno straccio di uscita in home video nella penisola a forma di stivale; non che la cosa, ahinoi, ci stupisca), permette una serie di riflessioni che sarebbe grave lasciar scivolare via. La prima riguarda l’assestamento verso l’alto del concorso del Torino Film Festival a cui si è assistito nel corso degli ultimi anni: la vittoria di Garage nell’edizione 2007, appaiata a quella di Tony Manero lo scorso dicembre dimostra senza possibilità di smentita come la kermesse in programma sotto la Mole Antonelliana sia da considerare come uno dei polmoni verdi del nostro sistema festivaliero. Tanto più che i film vincitori riescono senza eccessive tribolazioni a trovare un loro spazio nella distribuzione cinematografica ufficiale: privilegio, questo, che non tutti gli eventi possono permettersi (ci si sta ancora chiedendo cosa stiano aspettando a far uscire anche dalle nostre parti il bellissimo This is England di Shane Meadows, meritato premio speciale della giuria alla prima Festa del Cinema di Roma).
La seconda riflessione sposta l’occhio invece verso la verde terra d’Irlanda: non sono in molti a saperlo in Italia, ma tra Dublino e Belfast la produzione cinematografica è in pieno fermento. Nomi come quelli di Perry Ogden (Pavee Lackeen), Pete Travis (Omagh, Henry VIII), Terry Loane (Mickybo and Me), Delcan Recks (Eden), per non parlare di Steve McQueen, che all’opera prima ha regalato il monumentale Hunger – appalaudito a scena aperta allo scorso Torino Film Festival e vincitore dell’edizione 2009 del RIFF – non possono certo essere sopravvolati a cuor leggero. Per non parlare di grandi “vecchi” come Neil Jordan, John Boorman e Thaddeus O’Sullivan.

La terza e ultima riflessione riguarda invece l’importanza di un’opera come Garage: al di là del suo valore artistico ed estetico, comunque decisamente apprezzabile (anche se si nutre ancora qualche pur minimo dubbio, a distanza di quasi due anni dalla prima visione, verso la messa in scena dell’autoriflessione naïf concessa a Josie; una soluzione non solo facile da un punto di vista prettamente narrativo, ma che soprattutto produce una scollatura tra l’apparato visivo della maggior parte della pellicola, altresì estremamente attenta nel dosare il linguaggio verbale), l’impressione è che Abrahamson sia riuscito a raccontare, attraverso la parabola umana del benzinaio vagamente ritardato, qualcosa di estremamente vero e profondo sulla cancrena che attanaglia la società occidentale contemporanea: nella scelta finale del protagonista è racchiuso un senso di giustizia e di accettazione delle proprie colpe talmente estremo da colpire lo spettatore in pieno viso e mandarlo inesorabilmente al tappeto. Ed è forse questo che in realtà il cineasta irlandese vuole narrare: al di là di ciò che può apparire a prima vista, non è di Josie che Garage parla. Non della sua ottusità, non della sua visione semplicistica della vita, non della sua esistenza ai margini: ma bensì di chi, anche inconsapevolmente, quei margini ha dato una gran mano a costruirli. Prima ancora di essere una straziante e a tratti insostenibile avventura umana, Garage ha il pregio di dimostrare la sua natura sinceramente morale. Chi ha ancora negli occhi Adam & Paul resterà senza dubbio sorpreso: il tono dimesso e sconfitto di Garage non scende a compromessi con chicchessia. Perfino nelle prime inquadrature, quando il gioco del destino non sembra ancora aver preso il sopravvento, Abrahamson riporta con durezza e forza alla realtà lo spettatore: non ridete dello scemo, perché non v’è nulla da ridere. E non ridete con lui, perché non capirà le vostre risate.

Ancora una volta Abrahamson si dimostra regista scafato, in grado di lavorare di fino una materia sottile come la tela di un ragno e proprio per questo a rischio di crollo da un momento all’altro: l’atmosfera sospesa, quel silenzio che pervade l’aria e che viene quasi deturpato dai pochi dialoghi che qua e là si fanno strada e la capacità di inserire l’uomo nel contesto che lo circonda, sono elementi non poi così facili da trovare nel curriculum di un autore all’opera seconda. Che poi avesse probabilmente convinto di più l’umanesimo urbano di Adam & Paul è qualcosa che lascia il tempo che trova. A suo modo Garage è un film raro, sonnecchiante e barbarico allo stesso tempo, in cui un personaggio va con grande dignità incontro alla giustizia pur essendo completamente innocente. Verrebbe da dire che forse, in Italia, qualcuno dovrebbe prendere esempio da questo stupidotto irlandese. Ma si sa, paese che vai…

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