Adventureland

Adventureland

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Con Adventureland Greg Mottola disegna un teen-movie agrodolce, sguardo tenero ma non pacificato sugli Stati Uniti di fine anni Ottanta, e su una gioventù abbandonata al suo destino.

Non si esce vivi dagli anni ’80

Dopo aver preso il diploma al college, James si aspetta un meritato viaggio in Europa per riposarsi e rilassarsi dalle fatiche dovute allo studio. Per sua sfortuna, però, la realtà che lo attende é ben diversa. Costretto a trovarsi un lavoro, si renderà conto che le opportunità per un ragazzo appena uscito dal college non sono poi così tante, e sarà costretto ad accettare un posto umiliante e mal pagato in un parco divertimenti. Nonostante lo sconforto iniziale, presto quell’esperienza si rivelerà forse una delle più importanti della sua vita… [sinossi]

Esistono prassi cinematografiche che, pur facendo spudoratamente parte di un vero e proprio processo produttivo, riescono a eludere (occasionalmente) le trappole del riciclo seriale e a segnalare percorsi personali, persino originali. Paradigma decisamente puntuale di ciò che vi abbiamo appena descritto è senza dubbio il teenage movie, fin troppa vituperata costola della commedia – in particolar modo, per un computo puramente numerico, di quella a stelle e strisce – che nel corso degli anni ha permesso di aprire gli occhi su alcuni dei gioielli meno visibili della cinematografia contemporanea. Allo stesso tempo è stato però fin troppo facile imbattersi in scipite e anodine storielle senza arte né parte (volendo rimanere negli ultimi mesi, come ignorare la sonora delusione regalataci da Burr Steers e dal suo 17 Again?), dimostrazione palese e incontrovertibile della necessità di saper maneggiare la materia adolescenziale, unico viatico per evitare gravi cadute nel cattivo gusto e nella mediocrità.

A risollevarci l’animo giunge dunque Adventureland, terzo lungometraggio di quel Greg Mottola che, dopo il sorprendente esordio The Daytrippers (1996), uscito in Italia con il titolo L’amante in città e destinato a un successo davvero di nicchia, era letteralmente sparito dalla mappatura del cinema internazionale; dopo un decennio passato a vivacchiare in televisione tra un serial e l’altro, il nome di Mottola è tornato improvvisamente alla ribalta grazie a Suxbad – Tre menti sopra il pelo (ebbene sì, il sottotitolo italiano è davvero questo!), ottima commedia giovanile che ha sbancato i botteghini americani e si è distinta anche nei box office del Vecchio Continente. È con ogni probabilità grazie al successo del film che lanciò Michael Cera pochi mesi prima del ciclone Juno che Mottola è riuscito a portare a termine Adventureland, opera estremamente personale con la quale il cineasta italo-americano torna a gingillarsi con la sceneggiatura – pratica abbandonata proprio dopo l’esperienza di The Daytrippers: al di là di quanto possa sembrare dal trailer, Adventureland non ha pressoché nulla della goliardia a cui ci ha abituato un certo cinema statunitense: perfino le situazioni più grottesche, o più direttamente “volgari” (l’erezione di James in piscina, i cazzotti a tradimento che il ragazzo riceve sul pube da parte dell’amico d’infanzia Frigo, la danza provocante dell’ambita Lisa P., tanto per fare alcuni esempi), che prendono vita sullo schermo, nascondono sottotraccia l’anima profondamente melanconica, disillusa e vagamente pessimista di Mottola. Ambientare il film nell’estate del 1987 non è solo un modo per riallacciare Adventureland all’esperienza cinematografica del teen-movie, che in quel decennio visse una delle palingenesi più esaltanti grazie ad autori come John Hughes e a titoli quali Ritorno al futuro di Robert Zemeckis, Explorers di Joe Dante e Lucas di David Seltzer, ma serve a inquadrare le vicende e le aspirazioni dei giovani protagonisti della pellicola in un’ottica sociale e politica ben più ampia. In quegli anni di passaggio che porteranno dal secondo mandato a Ronald Reagan a quello a George Bush sr., capace di sconfiggere il democratico Michael Dukakis – bizzarra casualità, evento al centro dello sviluppo narrativo del bel Donnie Darko di Richard Kelly – nelle elezioni presidenziali, il ruolo di ragazzi come James, o come l’introverso Joel laureato in letteratura russa e lingue slave (e destinato, per sua stessa ammissione, a lavorare come tassita, commesso, e via discorrendo), perderà buona parte del proprio peso.

Come il Richard Linklater del bellissimo Dazed & Confused (e, tornando indietro con la memoria, come la Amy Heckerling di Fast Time at Ridgemont High che preconizzava l’avvento del teen-movie come oggi lo intendiamo), anche Mottola ci parla di una generazione destinata inevitabilmente al fallimento, ingranaggi poco essenziali di un mondo teso alla più completa “yuppieficazione”. Lontano anni luce dalla basilare semplicità di molto cinema a lui coevo, Adventureland è un aggraziato e dolente viaggio nelle pieghe di una società, raccontataci attraverso gli occhi di chi ancora vede il panorama circostante con gli occhi colmi di speranza: un prodotto che sembra guardare senza vergogna alle sortite di Wes Anderson o al Noah Baumbach de Il calamaro e la balena (e dopotutto il protagonista Jesse Eisenberg viene proprio da lì), pur con i dovuti distinguo. Mottola non avrà forse l’ispirazione visiva e la straordinaria capacità di lavorare su una narrazione “sgretolata” rendendola estremamente coerente e compatta che contraddistingue i nomi appena citati, e a volte sembra intraprendere la via più semplice – soprattutto nel finale – ma ha il coraggio di non alzare mai i toni, di lavorare per accumulo di esperienze minimali e non per climax narrativi, e ciò è senza dubbio da sottolineare. Mottola si conferma tra l’altro ottimo direttore di attori, se è vero che tra Eisenberg, Martin Starr, Bill Hader, Margarita Levieva (già apprezzata nel curioso Noise di Henry Bean) e Matt Bush non sapremmo davvero chi scegliere: più monocorde, per quanto apprezzabile, appare l’interpretazione della nuova starlette Kristen Stewart (Into the Wild e Twilight le frecce nella sua faretra) e quella di Ryan Reynolds, il fusto che millanta di aver suonato sul palco con Lou Reed e dimostra di non conoscere Satellite of Love. Ma forse è anche giusto così.

Ottima la colonna sonora, sia originale (composta dagli Yo La Tengo, storica band dell’indie rock statunitense) che compilata per l’occasione, per quanto stupisca la mancanza di aderenza al periodo storico – i Velvet Underground e Lou Reed solista, i Rolling Stones – e sembrino fin troppo semplici altre scelte (Just Like Heaven per i Cure, Rock Me Amadeus di Falco); commovente la presenza della splendida Don’t Want to Know If You Are Lonely degli Hüsker Dü.

Info
Il trailer di Adventureland.
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