Bandslam – High School Band

Bandslam – High School Band

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Musical adolescenziale, godibile ma rigido, parzialmente salvato dalla verve dei suoi giovani interpreti: è Bandslam – High School Band di Todd Graff.

Rock’n’Roll High School

Come tutti i nerd, Will Burton è un tipo diverso dagli altri: ascolta musica diversa da quella che ascoltano tutti gli altri, non riesce a farsi degli amici e viene sempre preso di mira dai bulli. Dopo essersi trasferito in una nuova scuola, conosce alcuni ragazzi che suonano in una rock band, il cui sogno è quello di vincere una competizione musicale dedicata agli studenti liceali. Convinto dalla leader del gruppo a unirsi a loro, per Will sarà forse l’occasione per migliorare i suoi rapporti con il prossimo e finalmente farsi degli amici… [sinossi]
Well I don’t care about history.
Rock, rock, rock’n’roll high school
‘Cause that’s not where I wanna be.
Rock, rock, rock’n’roll high school
I just wanna have some kicks.
I just wanna get some chicks.
Rock, rock, rock, rock, rock’n’roll high school
Ramones, Rock’n’Roll High School

Da quando Todd Graff ha iniziato a interessarsi alla regia cinematografica, dopo due decenni e più passati a interpretare ruoli (i film cui ha prestato la sua arte che sarebbe doveroso rintracciare? Quantomeno Dentro la grande mela di Tony Bill, Abyss di James Cameron e City of Hope di John Sayles), il minimo comun denominatore del suo approccio autoriale alla materia cinematografica pare essere rappresentato dalla musica. Se il suo esordio Camp (2003) risultava essere, a conti fatti, un vero e proprio omaggio tanto al musical di Broadway quanto a Stephen Sondheim nello specifico [1], con Bandslam ci si sposta in direzione della storia del rock. In un profluvio di dialoghi incentrati sui mitici Velvet Underground capitanati da Lou Reed e John Cale, con tanto di digressione sull’album “della banana” [2], su David Bowie (vero e proprio motore nascosto della vicenda), su Mick Jagger che si diverte a jammare con Peter Tosh [3], sui Sonic Youth, i Bad Brains e via discorrendo, Bandslam prova a raccontare una storia di crescita e maturazione adolescenziale. Nulla di male in tutto ciò, sia chiaro, e i risultati difatti di certo non sono drammatici. Eppure c’è qualcosa che non torna in un’operazione come questa…

Esempi di film statunitensi intenzionati a ragionare da vicino sul rock e sull’influenza che esso può avere sulle menti pubescenti se ne possono davvero trovare a bizzeffe, anche e soprattutto in tempi recenti: senza infatti voler scomodare esempi quali Quadrophenia di Franc Roddam, che dire di School of Rock di Richard Linklater? Senza dover andare troppo a cercare il pelo nell’uovo, è indubbio che la pellicola diretta da Graff abbia preso ben più di un’ispirazione dal divertente film del cineasta texano [4]: un gruppo di studenti decisi a metter su una rock band, un mentore al quale affidarsi per far sì che il proprio suono risulti il più possibile originale, il miraggio di un assegno cospicuo da arraffare vincendo il concorso musicale di fine anno. Spostate i protagonisti dalla scuola media, dove alloggiavano in School of Rock, alle superiori, trasformate l’educatore da trentenne mai cresciuto a sbarbatello costretto a crescere troppo in fretta per via di una situazione familiare tutt’altro che agevole, e il gioco è fatto.
Dispiace dirlo, ma Bandslam è davvero un prodotto costruito su misura, in maniera certosina e cercando di evitare ogni sbavatura possibile: si prende la trama da un successo di alcuni anni fa [5], si cerca di rifarsi all’atmosfera disincantata e sulfurea del bel Juno di Jason Reitman – dal cui set arriva anche il direttore della fotografia Eric Steelberg, tanto per non lasciare nulla al caso –, e si mettono sul piatto due starlette musicali come Alyson Michalka (insieme alla sorella a capo della mini-band Aly & AJ) e Vanessa Hudgens (High School Musical 1, 2 e 3). Il risultato? Un pastrocchio non troppo coeso ma decisamente godibile. Sempre che non si abbia voglia di pretendere qualcosa di più di un paio di dialoghi arguti, e si abbia la compiacenza di adeguarsi a una struttura narrativa oliata quanto prevedibile.

C’è da chiedersi quanto possa cadere il pubblico giovanile nella trappola tesa ad arte dalla produzione del film: pur apprezzando la verve interpretativa dei protagonisti, è impossibile non avvertire quella fastidiosa aria d’artefatto, di costruito in laboratorio, di cui Bandslam è circondato. Ogni singolo spostamento degli attori in scena, il minimo scambio di sguardi, è rigidamente organizzato: cosicché quando si vede lo sfigatissimo protagonista scrivere imperterrito mail all’indirizzo di David Bowie, già si sa che nel finale non sarà possibile evitare una comparsata illustre del Duca Bianco (6); paradigma perfetto, quest’ultimo, di una stanchezza dello scrivere che non è possibile non denunciare con forza. Se Bandslam riesce ad approdare a una solida sufficienza è solo per via della freschezza dei suoi interpreti, dell’appeal rilasciato dal genere musicale di riferimento (anche se la sterzata ska è decisamente comoda e molto poco in linea con quanto argomentato fino a quel momento, elegia del CBGB’s in primis) e di un impianto sotto sotto autoironico. Per il resto si ha la netta impressione di uno script partorito con il manuale della sceneggiatura in mano: tutto a posto, ma niente veramente in ordine, insomma. Una volta si diceva che il rock era irruenza e sincerità: dov’è allora il rock in Bandslam?

Forse a Graff e al suo sceneggiatore Josh A. Cagan avrebbe giovato una visione dello splendido Linda Linda Linda di Yamashita Nobuhiro, dove la semplicità e l’onestà sprizzano dalla più misera delle inquadrature. Una lezione di cinema (e di musica) arrivata dal Giappone senza che molti, a parte i soliti noti, se ne accorgessero. Ma questa è una vecchia storia…

Note
1. Compositore e commediografo, fu paroliere per West Side Story di Leonard Bernstein. Tra le sue creature impossibile non citare quantomeno Sweeney Todd e Into the Woods. Per il cinema ha lavorato per Warren Beatty sia in Reds che in Dick Tracy.
2. Velvet Underground & Nico, anno domini 1967 e momento cruciale dell’intera storia della musica rock, fu così soprannominato per via della celeberrima banana disegnata da Andy Warhol in copertina, con la dicitura “Peel Slowly and See”.
3. Don’t Look Back, dall’album Bush Doctor del 1978.
4. Tra l’altro sarebbe il caso di notare come Richard Linklater sia un assiduo frequentatore del rock: il suo Dazed and Confused prende il titolo da una celeberrima canzone dei Led Zeppelin, e in Suburbia – che ruota interamente intorno al mondo della musica – la colonna sonora fu curata dai Sonic Youth.
5. School of Rock, come già detto; ma in fin dei conti non è forse la stessa trama che ci hanno raccontato Michael Ritchie in Che botte se incontri gli Orsi (1976) e il sempiterno Richard Linklater nel remake Bad New Bears (2005)?
6. Nulla di male, sia chiaro, ma Bowie è preferibile quando, invece di interpretare se stesso, si cimenta con l’arte attoriale, come dimostrato ampiamente nel corso dei decenni da L’uomo che cadde sulla terra di Nicolas Roeg, Miriam si sveglia a mezzanotte di Tony Scott, Furyo di Nagisa Oshima, Tutto in una notte di John Landis, L’ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese, Fuoco cammina con me di David Lynch e The Prestige di Christopher Nolan.
Info
Il trailer di Bandslam – High School Musical.
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