Reds

Reds, ovvero quando Warren Beatty portò la vita di John Reed e la Rivoluzione d’Ottobre nel cuore di Hollywood, “costringendo” anche l’Academy ad accettare, in piena era reaganiana, ciò che era avvenuto in Europa sessantaquattro anni prima. Con lo stesso Beatty protagonista insieme a Diane Keaton, Jack Nicholson, Paul Sorvino, Gene Hackman e Maureen Stapleton.

Le dodici nomination che (non) sconvolsero il mondo

Tornato dal Messico, dove aveva seguito, con i suoi brillanti reportage, la rivoluzione di Pancho Villa, John Reed si innamora di Louise Bryant e fugge con lei a New York. Con l’ingresso nel 1917 degli Stati Uniti nella prima guerra mondiale, i due si ritrovano a San Pietroburgo, dove diventano testimoni della rivoluzione d’ottobre. Tornati in patria, Louise si sente trascurata dall’impegno politico nel Partito Comunista degli Stati Uniti d’America di John che, ritornato in Russia, vi morirà, non prima di essere riuscito a riabbracciare Louise che là lo ha raggiunto… [sinossi]

Reds sembra quasi la risposta alla prefazione che Vladimir Il’ič Ul’janov, in arte Lenin, scrisse per la prima edizione de I dieci giorni che sconvolsero il mondo: “Ho letto con immenso interesse e con costante attenzione da capo a fondo il libro di John Reed I dieci giorni che sconvolsero il mondo. Lo raccomando vivamente agli operai di tutti i paesi. Vorrei che quest’opera fosse diffusa in milioni di esemplari e fosse tradotta in tutte le lingue perché essa dà un quadro esatto e straordinariamente vivo di fatti che hanno tanta importanza per comprendere la rivoluzione proletaria, la dittatura del proletariato. Tali questioni sono oggi assai discusse, ma, prima di accettare o di respingere le idee che esse rappresentano, è indispensabile comprendere tutto il valore della decisione che si prenderà. Senza alcun dubbio il libro di John Reed aiuterà a illuminare questo problema fondamentale del movimento operaio mondiale”. John Reed, unico statunitense sepolto al Cremlino, massimo onore ottenuto per l’azione rivoluzionaria svolta nell’ambito della nascita dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, è in gran parte una figura dimenticata dalla storia, e da chi dovrebbe difenderne la memoria. Lo era anche nel 1981, quando Reds uscì con gran clamore critico nelle sale statunitensi il giorno di Natale, quasi a voler sovrapporre la nascita della Rivoluzione d’Ottobre a quella del simbolo della cristianità. In Italia Arcana aveva pubblicato Avventura & Rivoluzione nel 1977, seguita poi da Einaudi (Il Messico insorge, 1979) e finalmente da Rizzoli che nel 1980 diede alle stampe I dieci giorni che sconvolsero il mondo. Dall’altra parte dell’oceano, esaurita la spinta del dibattito politico attorno alla rivoluzione bolscevica, messa a tacere l’ala socialista e comunista degli Stati Uniti prima negli anni Trenta e poi in maniera tombale con i rigurgiti fascisti del Maccartismo, la situazione editoriale era ancor più desolante. John Reed, il giornalista che prima aveva rischiato la vita per raccontare le gesta di Pancho Villa e quindi, dopo un’azione di propaganda interna, si era gettato nella mischia moscovita, mentre gli ultimi bagliori del conflitto mondiale illuminavano le notti e il regime degli zar crollava sotto i colpi della fame del popolo, e dell’insorgere della borghesia.

Non sarebbe facile oggi, a Hollywood, trovare le risorse economiche e strutturali per ricordare la vita di Reed, del suo amore per Louise Bryant e per la rivolta del popolo oppresso contro le classi dominanti. Anzi, sarebbe utopico sperare in qualcosa del genere. Non era certo più facile trentasei anni fa: il 20 gennaio del 1981 Ronald Reagan succedette a Jimmy Carter come Presidente degli Stati Uniti d’America, spostando decisamente verso destra una nazione in cui ancora circolavano i germi rilasciati dalle grandi proteste politiche e civili degli anni Sessanta e Settanta. Il 5 marzo, con un discorso alla nazione, Reagan detta i punti salienti del suo quadriennio (che vedrà poi un secondo mandato, seguito addirittura da quello di George Bush sr.): meno tasse e tagli alla spesa pubblica per risollevare l’economia. Sul finire del mese il tentativo fallito di attentato nei confronti del presidente, per mano del giovane John Hinckley, chiuderà la discussione su qualsivoglia tema interno.

No, non doveva essere semplice porre le basi per un progetto, per di più tutt’altro che minimale, su John Reed, sulla rivoluzione russa, sulla propaganda del pensiero comunista, socialista e anarchico negli Stati Uniti d’America. È indubbio che se alla testa di Reds non ci fosse stato Warren Beatty tutto sarebbe naufragato in fretta e furia. In realtà Beatty avrebbe voluto produrre il film già nel 1969, e aveva già scritto in quegli anni una prima sceneggiatura, ma i tempi non erano maturi: è da notare come all’epoca Beatty aveva la stessa età di Reed al momento della morte. Quando Trevor Griffiths (drammaturgo britannico da sempre impegnato in prima persona nelle battaglie del Partito Laburista) nel 1976 accettò di dargli una mano a rivedere lo script, Beatty era concentrato anche su Il Paradiso può attendere, la prima delle sue cinque regie per il grande schermo. Un impegno, quello di creatore, che lo distolse dalla carriera attoriale se è vero che dal 1975, anno di Shampoo di Hal Ashby e Due uomini e una dote di Mike Nichols, a oggi Beatty ha recitato solo in quattro film diretti da altri autori: Ishtar di Elaine May (1987), Bugsy di Barry Levinson (1991), Love Affair di Glenn Gordon Caron (1994) e Amori in città… e tradimenti in campagna di Peter Chelson (2001), dove ritrova a distanza di venti anni Diane Keaton, già splendida nella parte di Louise Bryant.
Reds può essere considerato in qualche modo la risposta di uno statunitense a Novecento di Bernardo Bertolucci. Se il regista di Ultimo tango a Parigi aveva deciso di raccontare la storia dell’Italia della prima metà del “secolo breve”, concentrandosi sull’avanzare del fascismo e la repressione delle lotte contadine, e per farlo aveva scelto di guardare esteticamente dall’altra parte dell’oceano, rinverdendo il mito della grandeur hollywoodiana e della retorica popolare – e forse a tratti populista – che fece brillare l’età dell’oro sulla collina che sovrasta Los Angeles, Warren Beatty si muove in direzione uguale e contraria allo stesso tempo. Reds, il cui titolo di lavorazione era Comrades, sposa in tutto e per tutto lo spirito hollywoodiano, come dimostrano sia la commistione dei generi che la costruzione delle scene madri (fotografate anche qui, come per Bertolucci, da Vittorio Storaro). Beatty si muove su quattro registri: la prima parte, che presenta i personaggi di Reed e Bryant e si muove tra la sonnacchiosa e borghese Portland e la più rutilante e stracciona New York, ha i ritmi della commedia, al punto che negli occhi di Diane Keaton si leggono riverberi alleniani, con il suo personaggio che riprende movenze di quello interpretato in Amore e guerra di Woody Allen – e anche lì è la Russia, quella zarista, a farla da padrone. Si passa poi a un mélo classico, con tanto di triangolo amoroso e di promesse mai mantenute, sensi di colpa e inaccessibilità ai propri desideri. Questa parte, che comprende ovviamente il cuore della storia d’amore tra i due personaggi e il nucleo dello sviluppo politico ed emotivo di entrambi, sfonda nella ricostruzione storica – e necessariamente epica, come testimonia L’internazionale che irrompe sulle sequenza che vedono i due prendere parte alla mobilitazione bolscevica pre-rivoluzionaria – con la sua dolente magniloquenza. A legare le varie parti, e a fungere da elemento demitizzante, tanto del privato quanto del pubblico, intervengono poi le interviste a persone che hanno avuto davvero modo di conoscere e frequentare i due protagonisti durante la loro vita.

Questi testimoni, trentadue uomini e donne, rappresentano meglio di qualsiasi altro aspetto del film il tentativo di Beatty di costruire una struttura dialettica e mai apologetica: ecco dunque a ribattere l’uno all’altro persone che lavorarono al mensile socialista “The Masses”, cittadini di Portland, delegati del Comintern, compagni di scuola di Reed, giornalisti, membri del Partito Comunista degli Stati Uniti, e perfino il figlio di Kerensky, Oleg, che partecipa al film anche vestendo i panni del padre in una breve sequenza ambientata nel Palazzo d’Inverno di Pietrogrado.
L’approccio dialettico permette a Reds di non accontentarsi del solito paradigma del biopic, che vuole l’eroe accompagnato nel suo percorso da uno sguardo univoco, occhio assoluto che plaude o condanna in modo uniforme. Questo non vuol dire che Beatty non abbia un’idea chiara di Reed e del suo ideale rivoluzionario, né che presenti dubbi sugli accadimenti che portarono alla caduta della famiglia Romanov – tenuta sempre fuori dal film, con una scelta chiara non di rimozione ma di eliminazione. Reds prende una posizione netta e scomoda, soprattutto a Hollywood, ed è la medesima posizione di John Reed: la Rivoluzione d’Ottobre, con cui il partito bolscevico andò al potere, fu un passaggio epocale, doveroso e in ogni caso giusto, da appoggiare per tutte le forze marxiste e anarchiche. Quel che avvenne dopo, con la rapida burocratizzazione del sistema, e l’allontanamento delle masse dai soviet sempre più ridotti a tasselli in mano al potere centralizzato, rappresentò il risveglio da un sogno, ma non il suo annullamento. Reed decide di rimanere a combattere, in posizione di minoranza, a Mosca, per difendere gli interessi del popolo, degli operai, dei contadini, di quelle masse che vedevano nella rivoluzione il punto di passaggio indispensabile per il sovvertimento del sistema. Non è un Reed privo di dubbi, e Beatty lo mostra opporsi alla cecità del Partito e al suo assolutismo dogmatico: Reed compie una scelta diversa da quella di Emma Goldman, grande pensatrice anarchica che se ne andrà dalla Russia sovietica dopo la rivolta di Kronštadt del marzo 1921 per continuare la lotta altrove (per lo più in Spagna, altra nazione dove l’illusione del proletariato al potere verrà spazzata via, in quel caso dalla ventata fascista di Francisco Franco).

Beatty non prova a semplificare il discorso, ma accumula materiali eterogenei per cercare di dimostrare la stratificazione di un percorso di lotta che vide unirsi e separarsi pensieri tra loro affini ma non collimanti, il marxismo con l’anarchismo, il socialismo d’ispirazione socialdemocratica – messo alla berlina nel film in un paio di passaggi interni al Partito Socialista d’America – e quello rivoluzionario, il nascente leninismo, e via discorrendo. Quel che è chiaro, e su cui Beatty non propone alcun tipo di riflesso, è la lettura in chiave negativa di quella borghesia illuminata statunitense che si accontentò delle poche libertà che le concedeva la nazione – libertà sessuali, per esempio, in uno Stato al contrario completamente succube di una morale conservatrice – senza mai passare all’azione. A Reed le serate d’avanguardia teatrale nella baita in riva al mare non possono che stare strette: la conventicola progressista che si limita a disquisire senza accettare il proprio compito in prima persona è la ruota mancante dell’ingranaggio.
Reds non abbassa mai il capo di fronte alle colpe post-rivoluzionarie, che porteranno in un decennio al Terrore stalinista, ma sposa in pieno la decisione di Reed di non essere solo testimone dei fatti, ma di aderirvi, di lottare in prima persona, di essere un agente in lotta nella rivoluzione. In questo senso acquista un valore ancora maggiore la lettura dei personaggi femminili – Louise ed Emma –, e dei loro percorsi nella battaglia, per una in divenire e per l’altra ben più chiara e ideologicamente netta, per sollevare le masse femminili e spingere lo Stato a riconoscere il loro valore, la loro unicità, il loro diritto al pensiero, al voto, all’indipendenza dal maschile. Una sottotrama che non viene mai elusa da Beatty, e che spinge lo spettatore a domande scomode nel 1981 come oggi: se nella Russia bolscevica le donne hanno parità di diritti e possono votare, e negli Stati Uniti così non è, perché la seconda dovrebbe essere considerata una “grande democrazia”?

A cento anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, passaggio cruciale nella storia dell’umanità (quale che sia la lettura che si decide di sposare nei suoi riguardi), un film come Reds mantiene diritta la sua posizione, e dimostra una saldezza cinematografica e storica a dir poco ammirevole. Spettacolo hollywoodiano d’intrattenimento così in grado di scavare negli anfratti meno amati dal Capitale e di svelarne brillii e zone d’ombra, Reds è un’opera che non ha eguali, anche per la sfrontata capacità di giocare con la retorica del cinema classico per muoverla “a favore” della spinta rivoluzionaria, costringendo lo spettatore statunitense ad aderire emotivamente a ciò che con ogni probabilità gli è sempre stato descritto come il nemico. Opera pensante e mai banale, Reds sarebbe da vedere in split screen con i due film che sempre in quegli anni Sergej Bondarčuk dedicò a John Reed e alla sua avventurosa vita: Messico in fiamme e I dieci giorni che sconvolsero il mondo. Da una parte lo sguardo statunitense, dall’altro quello sovietico. Le affinità, a ben vedere, non sono poche. Com’era l’idea? Se la rivoluzione diventa un esempio può propagarsi…

Info
Il trailer di Reds.
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