Red Riding: 1983

Red Riding: 1983

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Terzo e conclusivo capitolo della trilogia, Red Riding: 1983 imbocca un doppio sentiero: quello dell’indagine effettiva sull’assassino, percorrendo anche tutte le manovre giudiziarie che hanno portato innocenti in galera, e quello interiore, per distruggere i fantasmi di un passato orribile e lancinante.

La finestra sul male

Le indagini sullo squartatore dello Yorkshire, il serial killer che seminò il terrore nella contea inglese negli anni ’70 e ’80. 1983: è scomparsa un’altra ragazza in circostanze analoghe a quelle dei rapimenti avvenuti nel 1974 e il Commissario Maurice Jobson inizia a dubitare di aver fatto condannare l’uomo sbagliato… [sinossi]

Non c’è cosa più terrificante e inquietante di una paura che si protrae nel tempo, come un cancro temporaneamente ricacciato ma mai completamente estirpato. Una rappresentazione di tutto ciò è il serial killer, e con lui la sensazione di trauma collettivo, di dolore irrisolto che si perpetua col passare degli anni. Nel terzo e conclusivo episodio di Red Riding, strano esperimento partorito dalla tv inglese, siamo nel 1983, dunque a distanza di nove anni dalle prime indagini del giornalista Eddie Dunford raccontate dal regista Julian Jarrold nel capitolo 1974. Red Riding: 1983 di Anand Tucker (Hilary e Jackie, Shopgirl) ci mostra come niente si è concluso, le indagini che parevano risolversi nel secondo episodio vengono sbugiardate da nuove sparizioni di bambine, e ancora una volta la comunità dello Yorkshire ha paura. Se poi nel secondo episodio assistevamo a una serrata inchiesta giudiziaria da parte di un poliziotto incorruttibile, stavolta si passa all’indagine sulla natura del male, le sue radici, e l’incapacità di combatterlo o di allontanarlo. La straordinaria analisi sul male, quasi al limite dell’antropologia, è sicuramente il filo conduttore di tutte e tre i film, ma Anand Tucker ne sposta ancor più l’attenzione sull’aspetto psicanalitico. La coscienza collettiva, in questo caso della comunità nello Yorkshire, malata di un provincialismo rozzo e chiuso mentalmente che, tanto per intenderci, piacerebbe come ambientazione a Stephen King per i suoi racconti orrorifici, diventa un confronto con la coscienza personale. L’eterna sfida tra bene e male rappresentata nell’arco di quindici anni ha in sé un aspetto fondamentalmente riuscito, cioè identifica il male più grande non nella perversione, nella violenza, bensì nell’omertà e nel profondo interesse di natura economica che l’accompagnano. Fin quando in una spirale assurda l’omertà stessa diventa violenza, così come viene rappresentato dalla polizia corrotta di zona, che è a ben vedere la vera protagonista dei tre film. Se allora gli straordinari esempi di male assoluto (anche per come sono interpretati) come i poliziotti torturatori, totalmente asserviti a una sorta di società massonica di forze armate, industriali e politici, dominavano la scena nei primi due film, qui invece il protagonista è un poliziotto pentito che in piena crisi di coscienza cerca di espiare le proprie colpe cercando di fermare l’assassino.

Seguendo dunque un doppio registro (quello dell’indagine effettiva sull’assassino, percorrendo anche tutte le manovre giudiziarie che hanno portato innocenti in galera, e quello interiore per distruggere i fantasmi di un passato che è lancinante per l’anima), Red Riding: 1983 fa sì che la narrazione diventi più emotiva, al limite dell’onirico. In questo senso, il regista si avvicina di più allo stile del primo episodio, che racconta fondamentalmente il viaggio e la scoperta del terrore in grado di condurre fino alla paranoia un ragazzo, che al film di mezzo diretto da James Marsh il quale, pur nella sua eccezionale descrizione di varia (dis)umanità, si approssima come ritmi dalle parti del poliziesco classico.
È come se Tucker debba in qualche modo prendersi il compito di abbracciare il senso della trilogia, e dunque di sintetizzare i quindici anni di trame fosche e sanguinarie e le loro ragioni, e per far ciò abbia dovuto essere quasi più didascalico, accentuando il lato concettuale ed esemplare dell’intera opera. Per questo si ricorre molto a sensazioni, come quella di atmosfera malsana, di serenità violata, con lo sguardo sulle campagne assolate e desolate che ricordano il paesaggio spoglio e incolto del Non aprite quella porta griffato Tobe Hooper, vera e propria avvisaglia che il male è vicino. E si descrive anche qual è il mondo delle vittime, in particolare di chi ha subito gli abusi della polizia oltrechè di un caposaldo del vivere sociale, ovvero la Chiesa con i suoi educatori parrocchiali. D’altronde l’esemplarità di Red Riding sulla natura del male è già in come vengono descritti i personaggi principali: hanno infatti nomignoli di animali i torturatori, e dunque profondamente simbolici, come ad esempio gufo, tasso, civetta, mentre l’assassino è noto col nome di lupo. Cos’è dunque se non il lupo cattivo che non fa dormire la notte, o non fa uscire la sera dai condomini inglesi della middle class, grazie anche all’amplificazione mediatica che è tipica di ogni omicida, come noi ben sappiamo in Italia?

Tuttavia, seppur si capisca la vera identità dell’assassino, la tensione in questo capitolo conclusivo viene meno rispetto ai precedenti, anche per il fatto che oramai i colpevoli si conoscono tutti; ciò non toglie però che neanche Anand Tucker allenti la mazzata verso le istituzioni inglesi che arriva dall’intera trilogia, e in questo senso Red Riding non dà mai la sensazione di un Romanzo criminale che, col pretesto della realtà storicizzata, cerca di fare della buona fiction allontanandosi da qualsiasi pantano parastatale. Al contrario, l’opera scritta da Tony Grisoni parte dalla finzione per dare un’immagine nascosta e scomoda della storia di un paese. Senza dubbio una scelta interessante e che inquieta in questi magnifici film è la scoperta che gore, efferatezza, il lato perverso e truculento del maligno hanno una specie di naturale connessione col potere, come del resto accadeva nella storia di Jack lo squartatore, figura che colpiva i bassifondi ed era di provenienza alta, come se il piacere perverso fosse generato dallo stesso potere, o forse viceversa, come se ognuno alimentasse l’altro e lo proteggesse. Viene in mente che in Italia abbiamo un caso che farebbe scuola in questo senso, ovvero quello sul mostro di Firenze e la sua possibile origine massonica; una serialità di truci omicidi rituali che tra l’altro si protrae per più anni rispetto alla storia di Red Riding. Chissà se qualcuno prima o poi avrà voglia di una trilogia al riguardo…

Info
Il trailer originale di Red Riding: 1983.
La scheda di Red Riding: 1983 su Wikipedia.
Il blu-ray di Red Riding: 1983.
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