Romanzo criminale

Romanzo criminale

di

Sebbene tratto dal rigoroso romanzo di Giancarlo De Cataldo, Romanzo criminale di Michele Placido è un assemblaggio irrisolto di storia del belpaese e vicende personali dei killer della Magliana, condite soltanto in maniera intermittente con alcuni elementi “di genere”.

Feuilletton criminale

Libano, Freddo e Dandi sono tre amici. Vengono dalla strada e sognano di conquistare Roma. Per realizzare questa impresa senza precedenti mettono su una banda spietata ed organizzata. Scialoja, un giovane commissario, è sulle loro tracce… [sinossi]

Prodotto dalla Cattleya e distribuito dalla Warner Bros, Romanzo criminale vanta un lancio promozionale senza precedenti (già dal lunedì il TG1 annunciava l’uscita della pellicola nel fine settimana), con manifesti a tappezzare la città per celebrarne lo strepitoso cast e l’invenzione, questa davvero insolita per un prodotto italiano, di un logo in cui le iniziali “RC” sono separate da un’eloquente pistola stilizzata. Tutto era dunque pronto per il rispolvero del gangster movie all’italiana in forme edulcorate e “alte”, suggellate dalla firma di un regista oramai affermato, intento a dirigere interpreti di tutto rispetto. Ma, sebbene tratto dal rigoroso romanzo di Giancarlo De Cataldo, che ha collaborato anche alla stesura dello script, Romanzo criminale è un assemblaggio irrisolto di storia del belpaese e vicende personali dei killer della Magliana, condite soltanto in maniera intermittente con alcuni elementi “di genere”.

Dal canto loro, gli sceneggiatori Rulli e Petraglia, fautori del realismo romanzato italiano, come già avveniva nei loro recenti prodotti (da La meglio gioventù, fino al recente
Quando sei nato non puoi più nasconderti) snocciolano trovate da feuilleton, redente dal rivendicato legame con la storia del nostro paese. Si tratta oramai di un marchio di fabbrica per la coppia, ma è indicativo di una tendenza diffusa, che conduce sovente ad accettare qualsiasi sbavatura retorica, in virtù del bollino di garanzia “tratto da una storia vera”, oppure, e in questo caso, anche, “tratto da un romanzo di successo”.
L’incipit di Romanzo criminale, ad esempio, ci mostra già quanto fossero romantici (l’effetto flou è d’obbligo) i protagonisti in formato bambino, e non c’è nulla di male in questo, in fondo qualsiasi manuale di sceneggiatura consiglia di distillare elementi importanti dei caratteri fin dalle prime scene; il problema è che poi, in determinati momenti della storia, quando compare l’ombra scura del tradimento, ecco che le immagini tornano a quella rocambolesca fuga sulla spiaggia, interrompendo le vicende e fornendone motivazioni piuttosto usurate. Poi, nel finale, il cerchio si chiude e il sentimentalismo tracima in un tramonto sulla rena, dove sullo sfondo di un mare infuocato dal sole calante si stagliano in silhouette i bambini in fuga dalle istituzioni: ecco dunque sbucare le sagome in divisa, che somigliano più ai gendarmi di Pinocchio che a degli integerrimi tutori della legge.

I grandi burattinai del feuilleton cinematografico nostrano, mescolano dunque la fiaba alla realtà, gangsterismo e innamoramento, poi persino la cronaca nera alla science fiction, nella drammatica raffigurazione del dopobomba alla stazione di Bologna, dove Kim Rossi Stuart (il Freddo) emerge dalle macerie incolume e spaurito, ma anche commosso dalla morte di un bambino. L’afflato epico delle immagini, precedute da una brutta simulazione dello scoppio della bomba, dovrebbe farci dimenticare l’assenza di motivazione: perché il Freddo è andato a Bologna?
Come già avveniva in La meglio gioventù, per sancire il legame con una fetta di storia del nostro paese, ogni tanto riemergono eventi storici in forme differenti: mentre, come
abbiamo detto, il Freddo si ritrova nell’inferno di calcinacci della strage di Bologna, il rapimento di Moro entra in collisione col racconto centrale, dapprima attraverso la telecronaca al TG di Bruno Vespa, poi come missione da compiere per conto dello Stato, rappresentato, in maniera stilizzata più che inquietante, da Gianmarco Tognazzi con la ventiquattrore e l’impermeabile e dal primattore nascosto nell’eremo con vista sull’Altare della Patria, Toni Bertorelli. Poi, improvvisamente, i fatti d’Italia forzano la rappresentazione romanzata con inserti extradiegetici da registrazioni di repertorio: vediamo immagini in bianco e nero di una manifestazione della DC, ascoltiamo la telefonata dei terroristi che rivelano la collocazione del corpo di Moro. Ma il momento più azzardato è l’associazione operata dal montaggio dell’esecuzione del Nero (Riccardo Scamarcio), che spira accanto a un manichino dopo aver coreograficamente infranto una vetrina, con l’attentato al Papa in piazza S. Pietro e, ancora, con la vittoria dell’Italia ai mondiali dell’82. Possibile che nessuno si sia accorto di questa inopportuna associazione del Papa con il criminale neo fascista?
Oppure si tratta veramente di una simbologia cristologica di dubbio gusto? La raffigurazione della “passione” del killer, desunta dal maestro Martin Scorsese (come anche l’uso delle canzoni pop e i rapporti passionali e violenti tra i membri della gang), prende vita poi attraverso l’esibizione di cadaveri all’obitorio e sudari caravaggeschi, che abbozzano suggestive ascendenze mistiche.
Veniamo all’uso delle didascalie, da sempre pericolosa arma a doppio taglio che rischia di degenerare nel didatticismo, quando non è dosata in maniera consona al ritmo del racconto o dissacrata con l’opportuna ironia. Qui ne abbiamo diverse manifestazioni, innanzitutto dopo quasi un’ora e mezza di film ci accorgiamo di averne visto soltanto il primo capitolo: una scritta ci informa infatti del passaggio di testimone dal Libanese (Pierfrancesco Favino) al Freddo (Rossi Stuart). Ovviamente ci saremmo accorti comunque della sostituzione dell’eroe principale, dal momento che il Libano era passato a miglior vita, accoltellato, lui che voleva fare l’imperatore di Roma, in un fetido vespasiano. Tuttavia bisogna aggiungere che questi “capitoli” hanno durate talmente differenti (più lungo Libano, assai più brevi Freddo e Dandi), da rendere la schermata nera dai caratteri rossi un’interruzione inopportuna, che spezza il flusso di un racconto dalle mille deviazioni. Intenti a seguire le vicissitudini amorose, avevamo infatti già perso di vista gli intrighi di potere della banda, che dal secondo capitolo in poi degenerano nell’inesorabile eliminazione dei vari componenti.

Ma un altro tipo di intervento didascalico punteggia le vicende: si tratta di primi piani, dettagli o scene esplicative spesso superflue, che provocano un brusco calo dell’attenzione. Prendiamo ad esempio la caratterizzazione del personaggio di Jasmine Trinca, giovane insegnante di ripetizioni e dedita alle belle arti: la sorprendiamo ora intenta a osservare l’amato attraverso un vetro colorato in una non ben precisata bottega di restauro, ora, per ricordarci quanto è colta e studiosa, sopita a letto con in mano un libro. Lo stesso accorto trattamento è riservato al Nero (Riccardo Scamarcio), protagonista sporadico di alcune sequenze, tutte caratterizzate da attività smaccatamente neofasciste: quando non frequenta una palestra di arti marziali, legge o comunque maneggia una letteratura consona al personaggio, sempre opportunamente focalizzata dalla regia. Strepitosa è invece la scena che vede il commissario Accorsi osservare con malcelata invidia la danza di corteggiamento del Dandi (Claudio Santamaria) con la sua bella Patrizia (Anna Mouglalis), che presto, ça va sans dire, sedurrà anche lui. Un plauso sincero va a Santamaria, che ha
dato vita a una delle sue migliori interpretazioni e questa sequenza in particolare ne è la
prova: dal suo sguardo stralunato non ci aspettavamo una così verace e opportuna volgarità.

Tutti i personaggi risultano nel complesso schizofrenici e richiedono due forme opposte di interpretazione, che non sempre raggiungono il ricercato amalgama: spietati nelle scene violente, si rivelano passionali e romantici in quelle private. Sorprende per la scarna efficacia la messa in scena dell’uccisione di Roberto Brunetti sulla spiaggia, davvero ben girata e con un uso appropriato del paesaggio del lido ostiense, desolato e inquietante. L’esecuzione segna forse il momento più convincente della performance del killer dolente Rossi Stuart, altrove intento a alternare la ferocia delle sue azioni con bagliori sentimentali guastati da una pronuncia romanesca non sempre credibile e venata dalla sottile melanconia di chi si giustifica asserendo “a me m’hanno imparato così”.
Non sono pochi dunque i momenti convincenti per una pellicola altrimenti incostante e dalla durata eccessiva (ben 153 minuti), e se questa critica risulterà un po’ troppo severa è proprio perché Romanzo criminale è deludente e poteva essere migliore, se Placido (o chi per lui) avesse avuto il coraggio di mettersi in discussione e apportare i tagli necessari a palesare un punto di vista sugli eventi, una chiave di lettura possibile e non meramente agiografica.

Placido non è certo un abile direttore di scene d’azione, eppure il ritmo veloce, le star all’opera, la violenza esibita e la fotografia ipercromatica (opera di Luca Bigazzi) riescono a convincere e incantare senza problemi i patiti del genere. In realtà infatti, in Romanzo criminale, i criminali ci sono mostrati all’opera poche volte: c’è il colpo iniziale e poi gli investimenti, dopodiché cominciamo a seguire sottostorie e giochi di potere, criminali o amorosi che siano, fino alla lenta e distillata carneficina finale. Gli ingredienti come si è visto erano molti, e tutti di valore, ma se da un lato la sceneggiatura insiste in maniera didattica sulle sostanze disponibili per comporre una mistura “perfetta”, in realtà assistiamo ad un film convulso e schizofrenico che, se proviamo a sottrarre la musica (tutte le hit dell’epoca) e il montaggio rapido, palesa tutti i suoi difetti.

Info
Il trailer di Romanzo criminale.
  • romanzo-criminale-2005-michele-placido-01.jpg
  • romanzo-criminale-2005-michele-placido-02.jpg
  • romanzo-criminale-2005-michele-placido-03.jpg
  • romanzo-criminale-2005-michele-placido-04.jpg
  • romanzo-criminale-2005-michele-placido-05.jpg
  • romanzo-criminale-2005-michele-placido-06.jpg

Articoli correlati

Array
  • Roma 2016

    7 minuti Recensione7 minuti

    di Michele Placido adatta per lo schermo la pièce di Stefano Massini, mettendo in scena una storia corale e politica. Quanto possono pesare, nella vita di un'operaia, 7 minuti? Alla Festa di Roma 2016.
  • In sala

    La scelta

    di Michele Placido prende spunto da una commedia di Luigi Pirandello (L'innesto) per raccontare il dramma intimo di una coppia che vorrebbe avere figli, senza troppa fortuna. Fino a quando...
  • DVD

    Del perduto amore

    di In dvd per Mustang Entertainment e CG Del perduto amore, significativa testimonianza di un rinnovato metodo popolare italiano in via di definirsi negli anni Novanta. Protagonista Giovanna Mezzogiorno, al suo secondo film.
  • DVD

    Le amiche del cuore

    di In dvd per Mustang Entertainment e CG Home Video l'opera seconda di Michele Placido. Tentativo di rinascita del cinema popolare italiano a inizio anni Novanta, ma assai incompiuto e presago di future narrazioni televisive.
  • Archivio

    Il cecchino RecensioneIl cecchino

    di Placido tenta con Il cecchino l'esperimento in terra francese, lasciando da parte per una volta le ambizioni autoriali. Ne viene fuori un thriller robusto, anche se imperfetto.
  • Archivio

    Vallanzasca – Gli angeli del male

    di Il Vallanzasca di Michele Placido manca di compattezza narrativa, non centra il contesto storico e sembra sviluppato solo su un accumulo di sequenze disorganiche. E tra queste qualcosa di buono c'è, ma meno rispetto a Romanzo criminale.