Il cecchino

Il cecchino

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Placido tenta con Il cecchino l’esperimento in terra francese, guardando al tipico polar transalpino. Ne viene fuori un thriller robusto, anche se imperfetto. Presentato alla settima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. Con protagonisti Daniel Auteuil e Mathieu Kassovitz.

Nel centro del mirino

Il capitano Mattei è a un passo dall’arrestare una famigerata banda di rapinatori di banche, quando un cecchino appostato sul tetto spara contro i poliziotti, per consentire ai suoi complici di fuggire. Ma uno dei rapinatori è gravemente ferito e i piani della banda devono cambiare. I banditi si rifugiano allora presso lo studio di un medico corrotto, e rimandano così la spartizione della refurtiva. Mentre Mattei organizza una feroce caccia all’uomo, per ognuno dei criminali inizia la discesa all’inferno… [sinossi]

Continua la lotta tra il Michele Placido regista e la critica nostrana, chiamata a giudicare durante la settima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma la sua ultima fatica dietro la macchina da presa, Il cecchino, presentata fuori concorso nella kermesse capitolina in attesa dell’uscita nelle sale e del conseguente responso da parte del pubblico pagante. Una lotta che negli anni ha assunto sempre di più i contorni di un duro faccia a faccia, con scontri verbali e sulla piattaforme critiche ancora impressi nella mente degli addetti ai lavori, in particolare in quel del Lido per le presentazioni di Ovunque sei o de Il grande sogno. L’esordio fuori dalle mura “amiche” di Placido con capitali transalpini di fatto non sfugge allo scontro, confermando la mancanza di stima reciproca tra le due parti, anche quando l’operazione in sé, a nostro avviso, conquista la sufficienza piena. Accade, dunque, che l’attenzione si sposti da ciò che dovrebbe essere il vero oggetto dell’analisi, ossia il film, al regista che l’ha realizzata e al suo comportamento. È un rapporto ormai incrinato che probabilmente non avrà mai una riapertura, a patto che ci sia mai stata un’apertura, o un tentativo di dialogo. Questa non vuole essere una difesa di Placido, anche perché lui stesso ha dimostrato in più di un’occasione di non accettare in maniera costruttiva il parere contrario o avverso di chi ha avuto e continua ad avere il compito di esprimersi sul suo operato, ma un tentativo di focalizzare l’attenzione unicamente sulla pellicola di turno. Probabilmente, dietro la scelta di andare a girare Il cecchino in terra francese, con finanziamenti per la grande maggioranza esteri, c’era la voglia del regista e attore foggiano di cercare nuove strade produttive e forse di mettere in atto l’ultimo disperato tentativo di ricucire uno strappo che, a questo punto, appare davvero insanabile.

Detto ciò, la nuova pellicola firmata da Placido ha il merito di prendere le distanze da quelle precedenti, in particolare da quelle che puntavano troppo in alto a differenza di quanto poi a livello di scrittura e messa in scena erano riuscite a esprimere. Derive autoriali piuttosto presuntuose come Un viaggio chiamato amore, così come le già citate Ovunque sei o Il grande sogno, hanno messo in evidenza l’incapacità del loro autore di puntare su progetti più adatti alle sue vere potenzialità, dimostrando al contrario di avere nelle corde un’altra tipologia di cinema. Non a caso il suo titolo più riuscito è Romanzo criminale, ossia la prova evidente che la strada cinematografica che dovrebbe percorrere è quella che intreccia il genere, la storia e il popolare, senza però incappare in battute d’arresto come Vallanzasca – Gli angeli del male. Un approccio che da attore ha imparato a conoscere in una serialità che ha lasciato il segno, ossia quella de La piovra.

Con Il cecchino c’è un’ulteriore svolta: non mira in alto, non ha pretese se non quelle dell’intrattenimento, con un plot che punta direttamente a un mix di generi che confluiscono nel thriller di stampo poliziesco. Nel suo dna filmico si vedono chiaramente i geni del polar, che avvicinano i classici alla Melville alla recente revisione operata da un Olivier Marchal e Gilles Béhat con 36 Quai des Orfèvres, L’ultima missione e Diamond 13. Da questi ultimi, Placido prende le atmosfere soffocanti e sature, la commistione tra dramma e azione, ma soprattutto una galleria di personaggi coinvolti in un percorso catartico o di mutamento della propria esistenza, in un contesto reso possibile da un vincolo di sangue tra ciò che è legale e ciò che non lo è. Da essi prende in prestito anche uno dei volti più noti, quello di Daniel Auteuil (Capitano Mattei), con il quale il pubblico ha imparato ieri come oggi a identificare il rinato filone. Attraverso di lui e attraverso lo scontro aperto con il cecchino interpretato da Mathieu Kassovitz (Vincent Kaminski) emergono le dinamiche conflittuali migliori, quelle che hanno precedenti indimenticabili (con cui però non vogliamo azzardare confonti) come ad esempio Heat – La sfida. Kaminski si trova al centro di un complotto e di un doppio avversario, uno evidente e l’altro celato. Il suo strumento di difesa e offesa è un fucile di precisione, quello dei tiratori scelti, come in Shooter o The Sniper.

Nessuno ne Il cecchino è totalmente buono o cattivo, ciascuno dei personaggi ha un lato oscuro e dei fantasmi nascosti nell’armadio, occultati da un passato etichettato con la sigla “Top Secret”. In e da questo conflitto scaturiscono anche le simmetrie drammaturgiche che da una parte funzionano, vedi l’elemento del doppio gioco tra componenti della stessa fazione che richiama alla mente Milano violenta, o dall’altra, al contrario, non convincono per nulla, come ad esempio la parentesi da serial thriller che coinvolge in particolare il personaggio di Nico (interpretato da Luca Argentero), che poi risulterà la chiave di volta della storia. Diversamente dai film di Marchal, infatti, qui non tutto funziona come dovrebbe, perché lo script sul quale si poggia il film di Placido non ha lo stesso meccanismo drammaturgico calibrato e la medesima scorrevolezza narrativa. Ci si trova al cospetto di transizioni sul versante del registro che nella seconda parte destabilizzano e influiscono negativamente sull’epilogo della vicenda narrata.
La messa in quadro è altalenante, ma la componente action non perde mai di credibilità, richiama Ronin e distoglie l’attenzione dalla parte drammatica depotenzializzata da una scrittura e da un impianto dialogico più fragile. Il prologo con tanto di rapina in banca, la rissa durante l’ora d’aria nel penitenziario che precede l’evasione di Kaminski dal penitenziario e la sparatoria nel locale del boss, infatti, alzano la tensione, ma non bastano a sollevare del tutto le sorti del film, che comunque riteniamo sia tra i migliori del Placido regista.

Info
Il trailer di Il cecchino.
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