Non aprite quella porta

Non aprite quella porta

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Non aprite quella porta, il capolavoro di Tobe Hooper fondamentale punto di svolta del cinema dell’orrore, è stato proiettato alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes 2014 nella versione restaurata.

Elegia della motosega

18 agosto, 1973. A Newt, in Texas, la profanazione di diverse tombe sta seriamente preoccupando le autorità locali, che non riescono a venirne a capo. Un gruppo di ragazzi: Sally Hardesty, Pamela detta Pam, i loro rispettivi fidanzati Kirk e Jerry, e Franklin, il fratello di Sally, paralizzato dalla vita in giù, si ferma in quel cimitero per verificare se la tomba del loro nonno è stata profanata per un macabro rituale; tuttavia la bara, sembra risultare intatta. I giovani proseguono poi il viaggio e lungo la strada incontrano un autostoppista, a cui, nonostante l’incertezza, decidono di dare un passaggio… [sinossi]

Il tran tran festivaliero, che spesso trasforma l’atto di vedere un film in qualcosa di meccanico, reiterazione infinita di uno schema dal quale non si può trovare una via di uscita, ogni tanto fa germogliare istanti di pura emozione, che uniscono l’immagine immobilizzata all’interno dello schermo e l’umore disomogeneo e vitale di coloro che sono inchiodati sulle poltroncine in sala. Sulla Croisette, durante la sessantasettesima edizione del Festival di Cannes, questo piccolo miracolo si è compiuto in più di un’occasione: la presentazione del restauro di Racconto crudele della giovinezza affidata a Jia Zhangke e Jeremy Thomas, il 3D pensato/studiato/ricreato da Jean-Luc Godard in Adieu au langage, l’inattaccabile purezza lirica di Isao Takahata e del suo Kaguya-hime no monogatari, la proiezione di Queen and Country con John Boorman presente in sala. Ma l’apice lo si è forse toccato la sera di giovedì 22 maggio, quando il festival si preparava già ad accogliere vincitori e vinti e ad abbandonare per i prossimi dodici mesi o poco meno la città ai suoi abitanti. Nella sala dell’hotel Marriott, roccaforte della Quinzaine des Réalisateurs, è stato infatti presentata al pubblico la versione restaurata di The Texas Chainsaw Massacre (più noto in Italia con il titolo Non aprite quella porta), opera seconda di Tobe Hooper dopo l’esordio Eggshells, che nel 1969 vide la luce senza ottenere il benché minimo riconoscimento di critica e pubblico.
Destino assai diverso arrise invece a Non aprite quella porta, uscito nelle sale nell’ottobre del 1974 e in grado di guadagnare sul solo mercato statunitense quasi trentuno milioni di dollari, a fronte di una spesa iniziale di appena centoquarantamila dollari. Prototipo insostituibile del new horror che dagli anni Settanta segnerà in profondità l’industria hollywoodiana, ancor più rispetto a La notte dei morti viventi di George A. Romero, il film di Hooper è uno snodo fondamentale per comprendere non solo le dinamiche produttive del cinema di genere, ma anche e soprattutto le mutazioni dell’intrattenimento popolare orrorifico, già presenti in nuce nelle opere di Romero, in quelle di Herschell Gordon Lewis e in schegge impazzite come Psycho di Alfred Hitchcock.

Al Marriott la proiezione creata ad hoc per festeggiare il quarantesimo compleanno di Non aprite quella porta è stata anticipata da una spassosa presentazione a cura di Nicolas Winding Refn, che ha annunciato l’arrivo sul palco di un Hooper emozionato fino alle lacrime. L’ovazione tributata dal pubblico a Hooper prima e dopo il film (oltre agli applausi che hanno accompagnato alcuni dei passaggi cruciali della storia, dalla prima apparizione di Leatherface fino al sublime delirio finale) non è solo l’ovvia constatazione di un culto propagatosi nel corso dei decenni, ma anche e soprattutto la definitiva “vittoria” di un cinema sanamente popolare nella sezione che nacque, nel 1969, per creare uno spazio in cui dare voce alla politique des auteurs.
Rivedere sul grande schermo Non aprite quella porta, al di là del godimento puramente scopico e dell’ammirazione verso un ottimo lavoro di restauro – che riluce soprattutto nei dettagli degli occhi spiritati, terrorizzati e impazziti di Sally durante la cena a casa dei mostruosi Sawyer – permette di cogliere una volta di più la straordinaria capacità di Tobe Hooper di lavorare sull’immaginario incubale, trovandovi nuove vie d’espressione e rivoltandone prassi e significati.

La prima parte della mattanza di Non aprite quella porta, con lo schema dell’arrivo alla casa dei Sawyer e dell’apparizione letale di Leatherface, pronto a colpire con un grande martello in testa chiunque gli capiti a tiro e a macellarlo, trasforma gli sfortunati amici di Sally e Franklin nelle vacche la cui mattanza è al centro di buona parte dei dialoghi iniziali. Un’insistenza morbosa sull’omicidio come puro atto di meccanica esecuzione che giustifica da solo l’inserimento di Non aprite quella porta tra i caposaldi dell’horror politico, quale che fosse la volontà reale (iniziale) di Hooper, che pure non ha mai disdegnato letture in tal senso della sua opera magna. Gli Stati Uniti di The Texas Chainsaw Massacre sono quelli del Watergate, una nazione in uscita dalla tragedia del Vietnam, guerra condotta ingiustamente e persa contro un paese considerato del “terzo mondo”; sono gli States che iniziano a fare i conti con il riflusso della contestazione, il crollo della (irreale) purezza in cui fino a quel momento erano stati pasciuti e protetti nella bambagia.
Suddiviso in due parti distinte, l’una immersa nel sole e nel caldo asfissiante nella quale la morte arriva non metronomica precisione e ripetitività volutamente stanca, e l’altra sprofondata nella notte, durante la quale invece l’orrore si eleva verso picchi di abiezione difficile da dimenticare, Non aprite quella porta dimostra, a distanza di quarant’anni dalla sua realizzazione, una modernità di sguardo e una consapevole manipolazione degli ingranaggi della tensione che lasciano ancora oggi a bocca aperta. L’invenzione di Leatherface è il primo vero esempio di babau postmoderno, più del Norman Bates di Anthony Perkins – troppo legato ancora a schemi psicologici razionali – e prima di altre maschere mostruose dell’horror come Michael Myers, Freddy Krueger, Jason Voorhees, Pinhead: la sua creazione, legata alle macabre gesta di Ed Gein, segna il passaggio del cinema del terrore a stelle e strisce in una nuova fase, in cui l’assassino seriale assume fattezze tali da spostarlo in territori più prossimi al fantastico, fino a valicare il confine senza alcuna reticenza.

Seminale come pochi altri titoli possono vantare di essere stati (film come Halloween di John Carpenter, Le colline hanno gli occhi di Wes Craven e La casa di Sam Raimi sarebbero stati altrimenti inimmaginabili), Non aprite quella porta sbalordisce per un crescendo di follia inarrestabile che prende per mano la storia fino a trascinarla alle estreme conseguenze. Gli ultimi venticinque minuti, dall’uccisione di Franklin fino alla fuga di una Sally oramai sprofondata nella pazzia, scardinano gli sbarramenti del visionario e invadono lo schermo con sublime anarchia: e il ballo solitario di Leatherface davanti al sole nascente, con la motosega brandita e alzata al cielo è l’immagine più pura, spaventosa e delirante dell’horror degli anni Settanta. E non solo.

Info
Il sito statunitense di Non aprite quella porta.
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