Source Code

Source Code

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Laddove in molti avrebbero finito per estrarre dal cilindro un prodotto muscolare, adrenalinico e roboante, Jones firma con Source Code uno sci-fi dell’anima senza per questo dimenticare mai il puro e “semplice” intrattenimento: ne viene fuori un sublime ibrido tra i racconti di Philip K. Dick e molto cinema mainstream degli ultimi venti anni.

Andrà tutto bene…

Il capitano Colter Stevens si risveglia su un treno di pendolari senza avere la minima idea di come ci sia finito. Seduta di fronte a lui c’è Christina, una donna che non conosce, ma che invece sembra conoscere lui. L’uomo cerca rifugio nel bagno e rimane sbigottito quando allo specchio vede riflesso il volto di un’altra persona e, poco dopo, nel suo portafogli scopre una carta d’identità che appartiene a un insegnante di scuola di nome Sean Fentress. All’improvviso, una fortissima esplosione squarcia letteralmente il treno. Quasi istantaneamennte Colter viene trasportato in un’unità di isolamento high-tech, dove una donna in uniforme, di nome Goodwin, lo obbliga a dirle tutto ciò che ha visto. Colter è coinvolto in una missione estremamente importante per identificare un attentatore che poche ore prima ha distrutto un treno e che è intenzionato a uccidere altre migliaia di persone con un’esplosione ancora più colossale nel cuore di Chicago… [sinossi]

Source Code riporta in auge un tema già abbondantemente sviscerato all’interno dell’universo sci-fi. Di viaggi nel e attraverso il tempo, di paradossi spazio-temporali e via discorrendo la storia del cinema ne ha conosciuti innumerevoli, sviluppati secondo le coordinate più disparate: figli e nipoti di H.G. Wells e Robert A. Heinlein hanno proliferato sul grande schermo, con esiti artistici inevitabilmente altalenanti. Tra le nuove leve succubi del fascino della fantascienza, uno dei nomi più interessanti venuti alla luce negli ultimi due anni è senza dubbio quello di Duncan Jones: Moon, suo esordio al lungometraggio dopo una proficua gavetta nel mondo delle pubblicità, aveva spalancato gli occhi degli spettatori su uno scenario nel quale il genere si sposava con il minimalismo emotivo della narrazione. Questa strana congiunzione giustificava dunque la curiosità naturale generata dal secondo progetto in cui è stato coinvolto il figlio di David Bowie (uno che di fantascienza “umanista” ne ha fatta, tanto in musica quanto al cinema): come avrebbe reagito Jones a un film commissionatogli da una major?

La risposta nasconde in sé qualcosa di addirittura esaltante, perché non v’è dubbio che Source Code risulti essere, a conti fatti, uno dei più mirabili esempi di fantascienza apparsi di recente sullo schermo. L’intuizione dalla cui scintilla creativa scaturisce l’intero film è davvero deflagrante: nella contemporaneità, a nostra completa insaputa, l’esercito statunitense sta sperimentando un sistema di investigazione che prevede la possibilità di rivivere gli ultimi otto minuti di vita della mente di un essere umano. È per via di questa missione segreta che il capitano Stevens si risveglia di colpo su un treno verso destinazione sconosciuta, davanti a una donna che conversa amabilmente con lui ma della quale non trattiene alcuna memoria, inguainato in un vestito a lui poco consono e, il che è ancora peggio, con un volto che non gli è mai appartenuto. Se un’idea di questo tipo farebbe felice qualsiasi produttore di blockbuster, c’è da dire che Jones sceglie subito di affrontarla da un punto di vista del tutto lontano dalla prammatica a cui Hollywood ha abituato i suoi spettatori: il treno esplode (ed esploderà molte altre volte nel corso della pellicola), la memoria “acquisita” scompare e Coulter Stevens si risveglia ancora, stavolta in una capsula dove è bloccato davanti a uno schermo con il quale può tenersi in contatto con i suoi superiori in questo strano esperimento. Il film si muove dunque in maniera dicotomica: da un lato la detection pura e semplice, nella quale il volitivo capitano deve cercare di capire chi è che ha piazzato la bomba in modo da prevenire ulteriori stragi; dall’altro la ricerca di una propria identità da parte del militare che, di ritorno dall’Afghanistan, non ha fatto neanche in tempo a telefonare al padre. Ma l’unico modo che ha per connettersi realmente con il mondo esterno Stevens lo trova esclusivamente nel passato, in quegli otto minuti residui di memoria di qualcuno che non ha mai conosciuto e che mai conoscerà. Jones, oltre a dimostrare ancora una volta di saper eccellere nella messa in scena, con una costruzione delle sequenze che in molti casi ha del mirabolante, tratteggia con sapiente calore l’umanità di un personaggio che si trova a vivere in un non-tempo (e in un non-luogo), riuscendo a liberarsi della sua gabbia istituzionale solo in un altro non-tempo (e in un ulteriore non-luogo, il treno che non c’è più). Ad aiutarlo è anche l’ottima interpretazione dell’intero cast, a partire da un bravissimo Jake Gyllenhaal nei panni del protagonista. Laddove in molti avrebbero finito per estrarre dal cilindro un prodotto muscolare, adrenalinico e roboante, Jones con Source Code firma uno sci-fi dell’anima senza per questo dimenticare mai il puro e “semplice” intrattenimento: ne viene fuori un sublime ibrido tra i racconti di Philip K. Dick e molto cinema mainstream degli ultimi venti anni. Una versione filosofica e minimale di Déjà Vu di Tony Scott, mescolata a Waking Life di Richard Linklater (per la riflessione sulla memoria residua del cervello). Un film di fronte al quale non si può rimanere impassibili, esaltante e coinvolgente, emozionante e straziante allo stesso tempo. Se qualcuno avesse ancora nutrito dubbi sull’effettiva classe di questo quarantenne, Source Code li fugherà definitivamente.

Info
Il trailer italiano di Source Code.
Il fan site di Source Code.
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