Underwater Love

Underwater Love

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Underwater Love è il folle pinku eiga in cui il veterano del genere Shinji Imaoka racconta la storia d’amore tra una donna trentacinquenne e un kappa, spirito dell’acqua nel folklore giapponese. Al Far East Film Festival di Udine 2011.

Robe di kappa

Asuka ha circa trentacinque anni e ha accettato la proposta di matrimonio di Hajime. Entrambi lavorano per un’industria ittica in un paesino sulla costa e pianificano il loro matrimonio. Un giorno al porto Asuka si imbatte in un kappa, uno spirito dell’acqua, e se lo ritrova davanti anche più tardi, lo stesso giorno. Viene fuori che il kappa è il suo ex compagno di scuola Tetsuya, morto annegato in una palude durante l’ultimo anno di liceo, prima di riuscire a confessare ad Asuka il suo amore. Tetsuya è rinato sotto forma di kappa ed è tornato per salvare Asuka. Il Dio della Morte, che appare come un hippy eccentrico in abiti sgargianti, dice a Tetsuya che Asuka morirà il giorno seguente, prima del tramonto. Tetsuya però è ben determinato a strappare alle braccia della Morte il suo amore del liceo, così porta Asuka tra le montagne, per farsi dare da un anziano kappa una shirikodama, una sfera mitica. Basta che Asuka si infili la shirikodama nell’ano e il Dio della Morte non riuscirà a portarsela via. Riuscirà il kappa a salvare il suo primo amore? [sinossi]

Che Far East Film Festival sarebbe senza la sua buona dose di pinku eiga? Fin dai suoi primissimi anni di vita, la kermesse friulana dedicata al cinema popolare dell’estremo oriente ha portato sullo schermo del Teatro Nuovo Giovanni da Udine il meglio (non sempre) del soft-core giapponese, la produzione erotica più celebrata e (ri)conosciuta del mondo. Proprio partendo da questo punto di vista appare particolarmente interessante la proposta di quest’anno, Underwater Love (Onna no kappa è il titolo originale del film), diretto dall’apprezzato veterano del genere Shinji Imaoka. Inusuale coproduzione tra Giappone e Germania, Underwater Love non è il “classico” pinku, ma ne sembra semmai una smaliziata e ironica rilettura teorica e critica: a partire dai titoli di testa, immortalati su uno schermo rosa, il film di Imaoka si instrada verso una messa in scena palesemente consapevole del ruolo destinato a svolgere nell’industria. Si prendano per esempio le già di per sé rade sequenze strettamente erotiche: se si esclude il primo rapporto sessuale, quello tra i futuri sposini Asuka e Hajime, tutti gli altri hanno per protagonista il buffo e malinconico kappa Tetsuya, il che comporta un’esigenza di nudo ridotta esclusivamente al lato femminile della coppia (il kappa non può “spogliarsi”, visto che sulla carta dovrebbe essere caratterizzato da un mostro metà rana metà tartaruga), pur permettendo a Imaoka di giocare sulle dimensioni e sulla forma del pene del “demone”.
Messa da parte, almeno in forma parziale, la componente voyeuristica del video, Underwater Love si concentra con maggiore impeto e attenzione sul “bizzarro” insito nel progetto fin dalla sua prima stesura: una delle peculiarità del film è infatti quella di essere un musical, con un gran numero di sequenze destinato a interrompersi per lasciare libero sfogo alle attitudini canore di un cast comunque decisamente bene assortito.

Questo dato saliente consente da un lato di assistere a un ideale sposalizio – ai limiti del deforme – tra il pinku eiga e il cinema classico hollywoodiano, dall’altro di rintracciare all’interno del film elementi propri del Takashi Miike del sublime e inarrivabile The Happiness of the Katakuris: in tal senso, purtroppo, deve essere notare come da un punto di vista strettamente coreografico Underwater Love non abbia moltissimo da insegnare alla concorrenza. Interessato più al gesto in sé che al suo sviluppo estetico, Imaoka si accontenta di far muovere gli attori impegnati a cantare e a ballare all’interno di uno spazio definito, senza dar loro eccessive coordinate e alleggerendo la messa in scena attraverso l’utilizzo, non sempre funzionale, di una macchina a mano piuttosto libera nella scelta del quadro. Se la messa in scena non sembra particolarmente efficace, a ridestare l’attenzione del pubblico ci pensano la sceneggiatura (ricca di spunti spassosi, a partire dal personaggio del dio della Morte, un hippie debosciato inguainato in una ridicola veste lunga e colorata) scritta dallo stesso cineasta insieme a Fumio Moriya, la colonna sonora degli Stereo Total e soprattutto la splendida e immaginifica fotografia a opera di Christopher Doyle. Interventi artistici che sottolineano ulteriormente l’assoluta consapevolezza dell’operazione, che pur non toccando i vertici di dinamitardo surrealismo raggiunti dall’oramai mitico The Glamorous Life of Sachiko Hanai di Mitsuru Meike (visto sempre a Udine nel “lontano” 2005), si attesta come una delle incursioni più riuscite e intelligenti nel mondo dell’erotico giapponese.

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