Super 8

Super 8

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Con Super 8 J.J. Abrams firma un accorato omaggio al cinema “sull’infanzia”, di cui fu maestro indiscusso Steven Spielberg. Un gioiello da non lasciarsi sfuggire.

Incontri ravvicinati

Nell’estate del 1979 un gruppi di amici in una piccola cittadina dell’Ohio è testimone di un incidente ferroviario mentre sta girando un film in super 8 nei pressi del luogo del disastro. Fin da subito i ragazzi ipotizzano che non si sia trattato di un vero e proprio incidente, e se ne convincono ancora di più quando strane sparizioni e misteriosi eventi iniziano ad avere luogo nella loro città. Lo sceriffo locale cercherà di vederci chiaro, scoprendo qualcosa di molto più spaventoso di quanto non avessero osato immaginare… [sinossi]

Anche nella logica spietata del capitalismo hollywoodiano – macchina industriale che costruisce sogni solo se può edificarli con mattoni verde dollaro – può capitare di imbattersi in loghi che dietro al proprio significato meccanicamente produttivo celano universi poetici coerenti. Un binomio, quello che mette una accanto all’altra esigenza economica e libertà di espressione, all’apparenza fragile e schizofrenico, ma in realtà in grado di suggestioni imprevedibili e salvifiche. Quando nel 1982 Steven Spielberg diede vita alla Amblin Entertainment il suo obiettivo non era “solo” quello di confrontarsi con la produzione, ma piuttosto si prefissava di aprire le porte a una fucina di talenti che nel proprio imprinting artistico rispettassero un approccio alla (ri)creazione che guardasse al puro apparato immaginifico senza smarrire per strada il senso ultimo del popolare. In sintesi, quella che si potrebbe definire senza paura di smentita una forma mentis “spielberghiana”. Al di là della riuscita artistica più o meno convincente (a seconda dei casi) di opere come Ritorno al futuro di Robert Zemeckis, Piramide di paura di Barry Levinson, Miracolo sull’8a strada di Matthew Robbins, Casper di Brad Silberling, Gremlins di Joe Dante e I Goonies di Richard Donner, è indubbio che tutti questi film nascondano al loro interno la palese rappresentazione di un sentire comune. Per questo quando i titoli di testa di Super 8 sono anticipati dalla celeberrima immagine che identifica il logo della Amblin (il volo in bicicletta del piccolo extraterrestre E.T.), lo spettatore attento e smaliziato sa già in quali territori stazionerà il film nelle due ore o poco meno che seguiranno. Fin dalla sua uscita statunitense la maggior parte delle critiche rivolte al film hanno riguardato, più che la qualità stessa della pellicola, la sua filiazione diretta – e dichiarata – da due capisaldi della cinematografia statunitense quali Incontri ravvicinati del terzo tipo ed E.T., come se si volesse sottolineare una ipotetica sudditanza psicologica di J.J. Abrams nei confronti di Steven Spielberg, qui al suo fianco nelle vesti di produttore: un ragionamento, questo, che non rende giustizia né al già citato lavoro portato avanti nel corso dei decenni dall’autore di Indiana Jones con la Amblin né, ancor più, alla messa in scena abramsiana. Conosciuto principalmente come creatore di Lost, il serial che ha sconvolto la prassi televisiva negli ultimi anni, Abrams è in realtà un vero e proprio cantore di mondi impossibili, eretici e conservatori allo stesso tempo: si prenda Cloverfield, da lui prodotto per l’amico d’infanzia Matt Reeves, omaggio al mito dei kaiju eiga filtrato attraverso l’ottica delle nuovissime tecnologie; o, ancor di più, si veda il modo in cui in qualità di regista ha approcciato due film dal background consolidato come Mission: Impossible 3 e soprattutto Star Trek. Per chi infine lo ignorasse, i quindicenni Abrams e Reeves, dopo aver diretto un cortometraggio in super 8, ricevettero i complimenti (e un piccolo lavoro estivo) proprio da Steven Spielberg: ciò a testimoniare ulteriormente come leggere Super 8 nell’ottica, strictu sensu, del pedissequo rifacimento dello spleen poetico di un altro regista, sia un’operazione semplicistica, nonché profondamente lontana dalla verità.

Nessuna scelta in Super 8 appare casuale, a partire dalla data in cui la vicenda è ambientata: il 1979, oltre a essere l’anno in cui Abrams compì tredici anni (la stessa età, su per giù, dei sei protagonisti del film), segna la conclusione del decennio in cui la cosiddetta New Hollywood prese il sopravvento, determinando uno strappo doloroso ma necessario nei confronti del cinema classico e dando il la a una delle avventure più esaltanti della storia del cinema, grazie ad autori come Francis Ford Coppola, Brian De Palma, Martin Scorsese, Terrence Malick, George Lucas, Michael Cimino, John Milius, Paul Schrader e, ça va sans dire, Steven Spielberg. Gli anni Ottanta porteranno con loro il trionfo della plastica, lo spudorato ottimismo reaganiano, la yuppificazione del sistema, il punto di non ritorno della Guerra Fredda: in tal senso esemplare in Super 8 il personaggio della donna che, di fronte all’inspiegabile scomparsa dalla cittadina di gran parte del materiale elettronico, incolpa senza sentire ragioni i sovietici. Ma il 1979 è anche e soprattutto l’anno dell’incidente nucleare di Three Mile Island, quando nell’unità 2 della centrale si verificò la fusione parziale del nocciolo. L’incubo del fungo atomico invase le notti della generazione dei figli dei “figli della bomba”. Ed è proprio a un olocausto che va incontro la popolazione di Lillian, cittadina dell’Ohio, quando nel cuore della notte un treno speciale deraglia perdendo l’ospite che stava trasportando: sarà un gruppo di ragazzini, che stava girando un cortometraggio amatoriale nei pressi dei binari, a cercare di scoprire cosa si nasconde dietro gli oscuri avvenimenti che sconvolgono la loro vita di tutti i giorni.

J.J. Abrams mette dunque in scena sei persone ordinarie in circostanze straordinarie, come tradizione vuole, e racchiude l’essenza di ognuno di loro in un cliché predefinito: la ragazzina all’apparenza dura, il buono con un passato traumatico da superare, il nerd, l’appassionato aspirante cineasta, l’intellettuale schizzinoso e l’immaturo, timido e goffo. Quel che viene fuori da questo inusuale punto di contatto tra la fantascienza e le avventure picaresche (con tonalità più vicine alla dolente riflessione di Stand By Me che alla gioiosa e fracassona lotta contro tutto e tutti dei Goonies) è uno scintillante esempio di cinema su/per/con l’infanzia e l’adolescenza: Abrams riesce a tratteggiare un universo umano complesso e sfaccettato solo con la scelta delle inquadrature o delle luci, permettendo ai propri personaggi di esprimere tutto il potenziale a loro disposizione all’interno di una narrazione appassionante e che lascia sempre con il fiato sospeso. La magistrale capacità tecnica del cineasta, già evidenziata nelle precedenti sortite dietro la macchina da presa, non tradisce mai la storia che sta raccontando per perdersi dietro mirabolanti evoluzioni estetiche, ma allo stesso tempo non rinuncia neanche alla propria indole, come dimostrano alcune delle sequenze migliori viste nell’ultimo anno: l’utilizzo del fuori campo e del sonoro nella sortita notturna dello sceriffo al drugstore, l’attacco all’automezzo militare e il finale sono istanti di cinema che palesano la forte sensibilità poetica e visionaria alle spalle del progetto. Come già il “mostro” della giungla di Lost e la gigantesca creatura di Cloverfield, anche dell’essere che fugge da treno di Super 8 il pubblico da principio non ha una visione chiara, un escamotage perfettamente funzionale al romanzo di formazione intessuto da Abrams: il mostro che i sei ragazzini (e qualche adulto) combattono è innanzitutto nascosto dentro loro stessi. Sono la repulsione e la paura, di fronte all’ignoto e al misterioso, a generare mostri: il “male” non deriva tanto dalla crudeltà dell’alieno, quanto dalla stolta cupidigia militare, la perbenista sicurezza borghese (“cos’è una condotta sovversiva?” si chiedono smarriti i ragazzini) in cui si vorrebbero congelare gli istinti sinceri e liberi delle nuove generazioni. Generazioni che, a dispetto di un mondo che intorno a loro sta andando in rotoli, sognano ancora zombie-movie amatoriali e trepidano di fronte a una scena d’amore (straordinaria la sequenza in cui Martin e Alice provano le battute che dovranno pronunciare di lì a un minuto e la ragazzina si mette a piangere), per quanto basica e irreale essa possa apparire a occhi più smaliziati. Ed è forse in questo che risiede il più vero e genuino omaggio al cinema di Spielberg, l’elogio della naiveté come arma inconsapevole da usare contro un mondo divenuto sempre meno facile da interpretare. Perché per evitare la distruzione e la sconfitta basterebbe imparare ad ascoltare: e anche il ruggito più roboante può allora dimostrarsi niente più che un disperato gemito.

Un film imperdibile, pietra miliare della nuova fantascienza, interpretato da uno splendido cast di giovanissimi in gran parte sconosciuti: accanto alla già nota Elle Fanning, è doveroso citare Joel Courtney, Gabriel Basso, Riley Griffiths, Ryan Lee e Zach Mills. Sarebbe bello sentir parlare ancora di loro, in futuro.

ps. Non uscite dalla sala all’inizio dei titoli di coda: così facendo vi perdereste lo spassoso The Case, il film nel film diretto dal fantomatico Charles Kaznyk, un ibrido tra noir e zombie-movie che cita George A. Romero e Henry Hathaway. Già da ora oggetto di culto.
Info
Il trailer di Super 8.
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