Trishna

Trishna di Michael Winterbottom in primis pare pagare un certo didascalismo che ultimamente sembra interessare i lavori di fiction più recenti del cineasta inglese – molto più efficace nella veste di documentarista – e tratteggia un ritratto dell’India fortemente stereotipato malgrado cerchi di discostarsi da una visione monodimensionale della realtà dei luoghi.

Bye Bye Bombay

Trishna è una povera ragazza indiana che vive con la sua famiglia nelle campagne del Rajasthan. L’incontro con Jay, figlio di un ricco imprenditore britannico, sconvolge la sua vita. I due si innamorano ma non potranno sottrarsi alle pressioni contrastanti di una società rurale in rapida trasformazione, dove progresso e tradizione si scontrano inevitabilmente. [sinossi]

L’animo multiforme del continente indiano da anni suggestiona il cinema di matrice “occidentale”, soprattutto da quando l’apertura economica, la capillarizzazione della globalizzazione e la distribuzione delle produzioni di Bollywood hanno avvicinato il Paese di Nuova Delhi all’immaginario collettivo: l’India in realtà è un territorio la cui rappresentazione appare estremamente complessa, specialmente a causa della variegatissima composizione socio-culturale che la caratterizza. Trishna di Michael Winterbottom in primis pare pagare un certo didascalismo che ultimamente sembra interessare i lavori di fiction più recenti del cineasta inglese – molto più efficace nella veste di documentarista – e tratteggia un ritratto dell’India fortemente stereotipato malgrado cerchi di discostarsi da una visione monodimensionale della realtà dei luoghi: il film racconta diversi volti della società, passando dalla stentata vita contadina al sofisticato isolamento di un elegante resort del Rajastan, senza sottrarsi a una fotografia della caotica e vitalissima Bombay. Con un approccio quasi “turistico” che talora sembra quasi riproporsi anche nella narrazione (il primo incontro fra i protagonisti avviene mentre il giovane “principe azzurro” si accinge alla conclusione di un grande tour con i suoi amici inglesi e buona parte dello sviluppo del film avviene nei lussuosi alberghi della famiglia del giovane), la pellicola cerca di trovare un compromesso fra gli spaccati sociali del cinema di radice europea e un gusto per il racconto molto più vicino ai melodrammi bollywoodiani (sebbene ovviamente sfrondati delle loro caratteristiche più “estreme”).

Winterbottom cerca di trovare la propria lettura dell’India attraverso il pedinamento di Trishna, ragazza di campagna risucchiata dal sogno di un futuro migliore e di un amore da favola, inseguendo l’analisi di una realtà tanto vasta e articolata attraverso gli occhi di una protagonista dall’educazione semplice che intraprende assieme allo spettatore un viaggio alla scoperta di se stessa, dei suoi sentimenti e del suo Paese. In realtà ben presto il film si incaglia nel territorio della ripetitività e lo spettro della noia si insinua con prepotenza nella narrazione: il soggetto del film si ispira a Tess dei D’Urbevilles e trasporta i turbamenti della protagonista del romanzo di Thomas Hardy nell’India contemporanea spaccata fra conservatorismo e slanci verso l’occidentalizzazione dei modelli di vita, ma ben presto– soprattutto per via di una sceneggiatura che non brilla per originalità e ripropone anche nei dialoghi schemi sempre uguali – la vicenda di Trishna si allontana dal modello letterario di riferimento, trasformandosi in una rilettura delle sempreverdi gesta di Cenerentola. Winterbottom si lascia avvolgere dall’atmosfera e dai colori indiani senza restituirne il pathos emotivo, limitandosi a una cristallizzazione non esattamente coinvolgente delle dinamiche sociali del luogo (in questo senso appariva molto più interessante un’altra pellicola di ambientazione indiana dalla firma “straniera”: Gangor di Italo Spinelli – pur con tutti i suoi difetti – forniva un quadro molto più onesto della vita rurale della Purulia, restituendo dapprima una fotografia della vita tribale delle donne della regione e offrendo più in generale una panoramica lucida sui rapporti uomo-donna e sul gap culturale che squarcia l’intero Paese) ma non riesce nemmeno a trovare un orientamento stilistico personale che gli consenta di plasmare la storia a servizio delle proprie scelte estetiche e formali (come fatto in tempi recenti da Danny Boyle con The Millionaire).

Le stesse interpretazioni dei protagonisti non aggiungono particolare vivacità alla pellicola, attestandosi su una generale monocromia che non premia la potenziale complessità dei personaggi: la bella Freida Pinto – affiancata da Riz Ahmed, già presente nel cast di The Road to Guantanamo – dovrebbe sostenere l’intero peso del film ma soprattutto nella seconda parte il cambio di registro e la repentina “evoluzione” della storia moltiplicano le difficoltà. Trishna infatti nel corso del racconto sceglie di allontanarsi dallo sguardo generale sull’India per puntare i riflettori sull’altalenante rapporto fra l’ingenua cameriera e il rampollo: quasi ammiccando all’Ōshima de Ecco l’impero dei sensi, la fiabesca unione fra i due si trasforma in una relazione sessuale consumata clandestinamente nei locali dell’albergo. Il film però non ha la portata rivoluzionaria del capolavoro giapponese e finisce per rimescolare tutti gli ingredienti in un melodramma in salsa esotica che non sa gestire i propri tempi (ampie porzioni del minutaggio sono dedicate alla reiterazione delle stesse situazioni mentre il finale è sincopaticamente frettoloso). 
Tra danze tradizionali, servizi di ristorazione in camera, passione e derive tragiche Winterbottom cerca la propria strada fra i sentieri sterrati del Rajastan e il traffico di Bombay, rimanendo però troppo in superficie e senza impiegare lo spirito di inchiesta che ha caratterizzato altri capitoli del suo cinema.

Info
Il trailer di Trishna.

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