Butter

Grottesco e spiritoso, Butter fotografa una realtà a stelle e strisce provinciale e sempliciotta, venata da meschinità e mitezza con equivalenti proporzioni: Jim Field Smith firma una commedia dell’assurdo che accenna una riflessione sull’America contemporanea fra razzismo, ipocrisia e ambizione.

Il buono, il burro e il cattivo

In una cittadina del Midwest, Destiny, una giovane adolescente afroamericana, scopre di avere un talento particolare nella creazione di sculture di burro. Ma sarà costretta a confrontarsi con l’ambiziosa Laura Pickler per il titolo di campione come miglior scultore di burro, durante l’annuale concorso locale, vinto precedentemente da Bob Pickler, il marito di Laura, soprannominato the Elvis of butter[sinossi]

In Iowa, terra popolata da quasi tre milioni di anime e un imprecisato numero di mucche, esiste una radicata tradizione artistica legata alle fiere e alle sagre locali: le sculture di burro. Jim Field Smith con la sua ultima commedia disegna un ritratto sarcastico e divertito dell’America del midwest repubblicano traendo spunto proprio da una competizione artistica ad alto contenuto di grassi animali: nel disimpegnato Butter luoghi comuni ed estremizzazioni delle personalità rappresentano la divertente impalcatura sulla quale il regista di Lei è troppo per me modella una personale rilettura delle dinamiche politiche e dei confronti elettorali, dove la spregiudicatezza è consuetudine e i colpi bassi parte della routine.

L’intreccio narrativo è essenziale e lineare: una moglie perfettina dalle grandi ambizioni non accetta che il marito voglia rinunciare a partecipare alla competizione locale delle sculture di burro delle quali è un pluriennale vincitore. Decide quindi di iscriversi per evitare che il titolo possa finire nelle mani di un’altra famiglia ma i suoi sogni di gloria vengono incrinati dall’arrivo della talentuosa e arguta Destiny, un’orfana afro-americana  che ha trascorso tutti i suoi dieci anni di vita rimbalzando di affido in affido senza mai perdere di vista i propri sogni.
È uno scontro fra “american dream” quello al centro del soggetto: il tradizionalismo repubblicano fronteggia le buone speranze democratiche, in una scacchiera ben articolata che irride con gusto bipartisan ma che – pur ponendo l’intera immagine della società statunitense sotto la lente del sarcasmo – riserva le riflessioni più caustiche alle contraddizioni della destra moderata, tra principi ultra-cristiani e arrivismo.

Il film ha un ritmo sostenuto, battute sottili che giocano intelligentemente con la “cattiveria” (per la verità piuttosto bonaria e mai davvero mordace) e sa gestire con equilibrio gli stereotipi, creando uno scenario popolato da figure decisamente estremizzate ma i cui comportamenti non paiono poi così impossibili o improponibili sulla scena reale. Peccato che soprattutto nel finale il film addolcisca molto i suoi toni e mitighi gli aspetti più ruvidi del suo racconto in virtù di un quadro di generale conciliazione che però non manca di riservare qualche piacevole sorpresa: tuttavia in generale gli aspetti più “zuccherosi” della pellicola sono quelli che sembrano funzionare meno sullo schermo, mentre la spigolosità e l’ironia dei “cattivi” rappresenta la vera iniezione di vitalità del film (la spietata mogliettina e la lap-dancer affarista e manipolatrice non a caso sono i due personaggi più incisivi).
A questo proposito è bene sottolineare che prima ancora che una commedia scritta con arguzia, Butter è una pellicola decisamente ben recitata che si diverte a mettere in discussione le caratteristiche dei suoi interpreti spogliandoli dei loro “personaggi-tipo” e coinvolgendoli in ruoli estremamente distanti da quei modelli: Jennifer Garner è una casalinga senza scrupoli che sogna un futuro da first lady (o forse da Presidente?), Hugh Jackman è un imbambolato concessionario automobilistico, Olivia Wilde una spogliarellista prostituta con uno spiccato senso degli affari e un incontrollabile desiderio di rivalsa sul perbenismo.

Prodotto di intrattenimento familiare decisamente gradevole (anche se i più piccoli probabilmente  non coglieranno una consistente quota dei riferimenti “storici” che costellano il film), Butter è divertente e disimpegnato, pur peccando un po’ di retorica (soprattutto il personaggio di Destiny, bambina-modello spiritosa e profonda, sembra appena fuggito dalla fiera dei buoni sentimenti) e forse non sfrutta pienamente il ricco bacino di originalità che invece lo spunto di partenza avrebbe potuto suggerire. Grottesco e spiritoso il film fotografa una realtà a stelle e strisce provinciale e “sempliciotta”, venata da meschinità e mitezza con equivalenti proporzioni: Jim Field Smith firma una commedia dell’assurdo che, dietro all’irragionevole guerra imbracciata dalla protagonista per difendere il suo primato scultoreo (“è solo burro… fa male alla salute!” sbotta il padre adottivo di Destiny), accenna una riflessione – in verità mai pedante o ingombrante nello sviluppo della pellicola – sull’America contemporanea fra razzismo, ipocrisia e ambizione. Chissà, forse con un po’ di zucchero in meno la ricetta sarebbe risultata più sfiziosa.

Info
Il trailer originale di Butter.
Butter sul canale Film su YouTube.
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