Mystery
di Lou Ye
A otto mesi di distanza da Love and Bruises il cineasta cinese Lou Ye approda sulla Croisette con Mystery, scelto per aprire ufficialmente la competizione di Un certain regard. Purtroppo l’incrocio produttivo tra Pechino e Parigi non sembra andare incontro a Lou, che si perde in un’operazione goffa, e confusionaria.
Sono affari di famiglia/e
Lu Jie non ha idea che suo marito Yongzhao conduca una doppia vita, fino al giorno in cui lo vede entrare in un hotel con una giovane ragazza. Il suo mondo collassa, ed è solo l’inizio… Alcune ore dopo, la ragazza muore investita da un’automobile. L’ufficiale di polizia rifiuta però di credere che la sua morte sia accidentale. [sinossi]
Sono passati appena otto mesi dall’ultima Mostra del Cinema di Venezia, durante la quale Le Giornate degli Autori presentarono in anteprima mondiale Love and Bruises, settimo lungometraggio diretto dal cineasta cinese Lou Ye. La delusione critica procurata dall’assoluta mediocrità del film che rappresentava la prima produzione europea della carriera di Lou non si è ancora assorbita, e viene al contrario ravvivata dolorosamente dalla visione di Mystery, scelto dalla sessantacinquesima edizione del Festival di Cannes come apertura ufficiale della sezione Un certain regard. Nessuno stupore viene generato dalla selezione in quanto tale, visto lo stretto rapporto che da sempre riallaccia l’esperienza registica di Lou alla kermesse transalpina, ma forse come film d’apertura sarebbe stato preferibile volgere lo sguardo altrove.
Prima ancora che mediocre, infatti, Mystery mostra chiaramente di essere un film “sbagliato” in partenza: mescolando produzione cinese – il film ha ottenuto il visto del Bureau del cinema, dato abbastanza significativo considerate le problematiche vissute in passato da Lou con la censura cinese – e soldi occidentali (Les Films du lendemain, ma anche Arte France), il quarantasettenne regista sembra aver perso completamente il controllo della propria creatura. Se la poetica di fondo del film non si discosta più di tanto da timbriche e ambientazioni divenute oramai abituali all’interno del suo cinema, lo stile che aveva convinto in pieno all’epoca di Weekend Lover e Summer Palace si è dissolto nelle nebbie del tempo nel giro di un paio di film: non basta mettere in scena il dramma insolubile delle relazioni interpersonali, giocando sull’extra-quotidiano (nel caso specifico la bigamia del fedifrago Yongzhao che, non contento di dividersi tra due mogli e due figli distinti concupisce anche la maggior parte delle fanciulle in fiore della città) per pretendere di dire qualcosa di nuovo, o di profondo, sulle ambiguità e la meschinità della “nuova Cina”. Né tantomeno è sufficiente architettare una cupa storia di gelosia e vendette per permettersi di annoverare la propria opera all’interno del cinema di genere. Uno dei tratti essenziali di Mystery (il titolo è assai più fuorviante di quanto si possa pensare, vista la frammentarietà della ricerca del “colpevole”) è rintracciabile nella volontà di mantenersi in bilico sul crinale che divide l’afflato popolare della vicenda con le ambizioni autoriali di Lou Ye: quel che ne viene fuori è un mostro bicefalo, tanto debole sul versante della detection pura e semplice – anzi, il personaggio del poliziotto deciso a indagare fino alla fine sulla reale dinamica della morte della giovane ragazza non fa altro che depistare l’attenzione dello spettatore, disperdendo ulteriormente il potenziale drammatico della pellicola – quanto prevedibile e scontato sotto il profilo della traumatica presa di coscienza di Lu Jie. Il triangolo scaleno che la vede come lato più debole (quantomeno all’apparenza) di fronte a Yongzhao e alla “seconda moglie” Sang Qi, regge in minima parte solo per l’accorata interpretazione di un cast che è senza ombra di dubbio l’aspetto più rilevante del film.
Difatti anche da un punto di vista prettamente estetico Mystery si rivela confusionario, indeciso sulla strada da intraprendere: Lou si lascia prendere la mano dalla macchina da presa in più di un’occasione, lanciandosi in vertiginosi piani sequenza del tutto pretestuosi e in costruzioni visive puramente edonistiche ma prive di reale forza cinematografica: in tal senso il flashback che racconta una volta per tutte la “verità” sui fatti attorno ai quali ruota il film è perfettamente paradigmatico dell’inessenziale esuberanza visiva del regista.
L’impressione, sempre più forte, è che Lou non abbia più molto da dire, e continui ad aggrapparsi a storie tanto costruite quanto deboli da un punto di vista narrativo ed empatico. Un impasse creativa che inizia a diventare piuttosto preoccupante.
- Genere: drammatico, poliziesco
- Titolo originale: Fúchéng mí shì
- Paese/Anno: Cina, Francia | 2012
- Regia: Lou Ye
- Sceneggiatura: Lou Ye, Mei Feng, Yu Fan
- Fotografia: Jian Zeng
- Montaggio: Simon Jacquet
- Interpreti: Chang Fangyuan, Hao Lei, Qi Xi, Qin Hao, Qu Ying, Zhu Yawen, Zu Feng
- Colonna sonora: Peyman Yazdanian
- Produzione: Arte France, Dream Author Pictures, Les Films du Lendemain
- Durata: 98'


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