L’innocenza di Clara

L’innocenza di Clara

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Giunto al suo secondo lungometraggio, Toni D’Angelo con L’innocenza di Clara mette in scena un thriller di provincia che, nonostante le buone premesse, si affloscia ben presto.

La cava dei delitti

Ispirato a una storia vera, il film è ambientato tra le cave di marmo di Carrara e i boschi della Lunigiana, dove si incontrano i destini di due uomini, Maurizio e Giovanni, e dell’affascinante Clara. Quando la donna giunge nella sua nuova casa, nel borgo di pietra incastonato tra i marmi, scatena strani movimenti nella percezione, nell’esistenza e nel destino di tutta la comunità… [sinossi]

Si avverte, nei giovani registi italiani che solo ora si stanno affacciando alla ribalta, la volontà di raccontare i malesseri del paese passando attraverso lo specchio infranto del noir, vestendo di scuro le proprie storie di ordinaria follia: agli albori dell’autunno è approdato in sala l’ottimo Padroni di casa, opera seconda di Edoardo Gabbriellini purtroppo destinata a un immeritato silenzio mediatico e al conseguente – e altrettanto immeritato – insuccesso commerciale. Lì si raccontava la tensione crescente in una piccola comunità montana degli Appennini tosco-emiliani in seguito all’arrivo nella cittadina di due piastrellisti romani, in una sorta di rilettura in chiave nostrana di Deliverance di John Boorman.
Ora, a pochi passi dall’ingresso ufficiale nell’inverno, vede invece la luce L’innocenza di Clara, anch’essa opera seconda, firmata dal trentatreenne cineasta partenopeo (e figlio d’arte) Toni D’Angelo: presentato a Courmayeur durante le giornate del Noir Film Festival e in precedenza selezionato in concorso al Festival di Montreal, L’innocenza di Clara riesce a raggiungere le sale dopo un percorso post-produttivo lungo, visto che in un primo momento si era addirittura parlato di un suo possibile inserimento nella sezione Controcampo Italiano alla Mostra del Cinema di Venezia del 2011.

Risulta a conti fatti difficile confrontarsi con un film come L’innocenza di Clara, perché rappresenta in ogni sua forma e sostanza la più classica delle “occasioni sprecate”. Lo spunto di partenza, che D’Angelo ha materializzato nella propria mente fondendo le suggestioni derivate dalla lettura de I delitti esemplari di Max Aub con il ricordo di un cruento fatto di cronaca avvenuto alcuni anni fa, racchiudeva al suo interno tutte le potenzialità per trasformarsi in una riflessione, gelida e appassionata allo stesso tempo, sulla crisi della borghesia italiana e sulla noia come miccia, elemento scatenante di un effetto domino dai risultati impossibili da controllare.
Invece, dopo un incipit interessante – che pure, caso strano, riprende ambienti e inquadrature del già citato film di Gabbriellini – il film si accascia su se stesso per non rianimarsi più. D’Angelo presenta i personaggi, ne studia caratteri e propensioni, crea i legami affettivi giusti per permettere una tragica concatenazione di eventi, utilizza da principio le location (essenzialmente quattro: casa di Clara e Maurizio, casa di Giovanni e Luisa, la cava di marmo e i boschi in cui i due amici si recano per le loro rituali battute di caccia) in modo non banale, sembra promettere evoluzioni narrative cariche di suspense, anche se sempre inguainate in quella stasi borghese che ricorda da vicino i noir di Claude Chabrol.

Tutto inutile, perché delle rosee premesse non rimane che una pallida eco: appena l’irruzione di Clara nel sistema familiare e cittadino è avvenuta, con inevitabile squilibrio della pace armoniosa costruita nel corso dei decenni da Giovanni e Maurizio, il giovane regista perde completamente il dominio sulla propria creatura, e inizia a girare a vuoto. La noia avvertita da Clara, abituata a una vita ben più movimentata della sedentaria esistenza casalinga cui è costretta, viene resa esclusivamente attraverso una mancanza – persino troppo esibita – di stimoli: la donna passa il tempo immobile davanti alla finestra, a rimirare il panorama, oppure si dondola con infinita inedia sull’altalena di fronte all’ingresso di casa, e via discorrendo. Troppo poco per far sì che lo spettatore possa nutrire interesse o sviluppare empatia con un personaggio monocorde, appena schizzato sulla pagina scritta: e a nulla vale la pur apprezzabile interpretazione di Chiara Conti, così come poca soluzione portano le recitazioni del resto del cast.

L’evoluzione narrativa, ne L’innocenza di Clara, è inessenziale ancor prima che lenta o compassata, come dimostra il rapporto adulterino tra la protagonista e Bobo Rondelli: tutto resta sulla carta, senza trovare una sua materializzazione credibile di fronte alla macchina da presa. Resta il dispiacere per un piccolo film che aveva le potenzialità per raccontare la solitudine e la gelosia con personalità e intelligenza, ma si è ridotto a un semplice, per quanto elegante, fermo immagine sulla provincia italiana. Peccato.

Info
Il trailer di L’innocenza di Clara su Youtube.
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