Blood

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Giunto al suo secondo lungometraggio, il britannico Nick Murphy confeziona con Blood un thriller poliziesco non privo di suggestioni, pur restando troppo ancorato al genere di riferimento. Ottimo il cast, a partire da Brian Cox.

Il braccio irredento della legge

Una giovane ragazza viene brutalmente assassinata e le accuse ricadono su Jason Buliegh, già condannato per molestie. Quando Jason viene rilasciato temporaneamente per mancanza di prove, i due fratelli poliziotti che avevano seguito le indagini decidono di farsi giustizia da soli, occultando poi il cadavere. In un attimo varcano il labile confine che c’è tra bene e male e, dopo una vita trascorsa dalla parte dei giusti, si ritrovano senza via di scampo, tormentati dal senso di colpa e schiacciati dalle loro stesse azioni. Quando il vero responsabile dell’omicidio della ragazza verrà catturato e saranno proprio loro a capo delle indagini che danno la caccia ai giustizieri di un uomo innocente, i due si troveranno di fronte al paradosso più grande di dover incastrare loro stessi… [sinossi]

Non si scopre di certo l’acqua calda nel sottolineare come il mondo del cinema ami portare sotto la luce dei riflettori le ombre lunghe e le distonie dell’universo dei difensori della legge. Il celebre passaggio della satira Contro le donne in cui Giovenale (si) chiede “quis custodiet ipsos custodes?” rimane a distanza di quasi duemila anni un interrogativo di cocente attualità: lo dimostra, tra i molti esempi possibili all’interno della Settima Arte, anche Blood di Nick Murphy, in uscita nelle sale italiane a otto mesi di distanza dalla prima proiezione mondiale avvenuta all’interno del palinsesto del London Film Festival.
Nella fosca e dolente storia dei fratelli poliziotti Joe e Chrissie Fairburn, alle prese con lo stupro e l’omicidio di un’adolescente, è possibile rintracciare le coordinate di un vero e proprio sottogenere all’interno delle dinamiche strutturali del poliziesco. Un’analisi che trova conferma in molti dei topos narrativi di Blood: il microcosmo urbano lontano dai clamori della metropoli, il piramidale assetto dinastico della polizia locale (basato sulla scala padre → primogenito → figlio minore), il senso di colpa imperante che domina ogni azione dei personaggi, la teoria che vuole coloro che sono costretti a sporcarsi con il marciume della società immancabilmente predisposti ad ammalarsi dell’identico male.

Forse proprio nell’assoluta “normalità” di ciò che avviene sullo schermo, con lo spettatore oramai avvezzo ad affrontare narrazioni simili da questo punto di vista, risiede il principale problema dell’opera seconda diretta da Nick Murphy: gli stessi ostacoli che il regista britannico faticava a superare nell’esordio The Awakening (ribattezzato in Italia 1921 – Il mistero di Rookford), ghost-story non priva di suggestioni ma troppo ancorata alle regole del genere per riuscire a trovare una propria strada personale. Il ligio comportamento di Murphy nei confronti dei modelli di ispirazione denota con ogni probabilità una maturità autoriale ancora da raggiungere, anche se l’impressione è che di passi avanti in tal senso il regista ne stia facendo davvero pochi. Blood colpisce il bersaglio con alcune sequenze a effetto, tra cui rifulge l’incipit in cui viene scoperto il cadavere della ragazzina crudelmente assassinata, ma finisce ben presto per accontentarsi della via più facile, disperdendo tra l’altro parte del proprio potenziale in una serie di sottotrame non tutte egualmente interessanti.
Se da un lato convince la digressione prettamente familiare della vicenda (grazie anche all’ottimo Brian Cox nella parte del padre alle prese con l’Alzheimer e ossessionato dalle libertà che si è preso durante gli anni di lavoro nella polizia), e la scelta di un non-luogo come le isole che si formano nelle vicinanze della costa con il sopraggiungere della marea, dall’altro un personaggio come quello del poliziotto “zen” interpretato da un pur bravo Mark Strong finisce con l’apparire fuori tono e contesto. Per non parlare dell’indagine nell’indagine, che squilibra un apparato narrativo già di per sé non particolarmente stabile.

Il cinema di Nick Murphy continua dunque a mettere in scena senza vie intermedie i suoi pregi e i suoi difetti, in un’altalena estetica alla quale non si riesce mai a trovare una soluzione. In soccorso dei buchi di sceneggiatura e delle altre piccoli e grandi crepe arrivano comunque le performance di un cast che non fa che confermare l’indubbia qualità della scuola attoriale al di là della Manica: oltre ai già citati Cox e Strong impossibile non soffermarsi sulle intense interpretazioni di Stephen Graham, Zoë Tapper, Ben Crompton, Natasha Little e di un pur monocorde Paul Bettany. In attesa che la carriera di Murphy riesca finalmente a decollare, ci si può consolare con loro…

Info
Il trailer di Blood.
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