The Bay

The Bay

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Barry Levinson con The Bay firma un mockumentary teso, ironico e sadico, rinverdendo un curriculum che finora non l’aveva mai visto avvicinarsi al genere.

L’incubo di Darwin

La pittoresca cittadina di mare di Claridge prospera proprio grazie all’acqua, che è sostentamento e principale fonte di ricchezza della comunità. Quando due biologi ricercatori francesi rilevano un livello di tossicità sconcertante nell’acqua cercano di avvertire il sindaco, il quale però rifiuta di generare panico nella sua tranquilla città. Questa negligenza avrà delle conseguenze terrificanti… [sinossi]

Letta la sinossi di The Bay e venuti a conoscenza della natura del progetto, il primo pensiero che si materializza nella mente dello spettatore è legato inevitabilmente all’identità di colui che ne ha firmato a sorpresa la regia. Credits alla mano, infatti, salta immediatamente all’occhio la presenza di Barry Levinson dietro la macchina da presa di quello che per comodità si potrebbe definire un mockumentary [1], un filone che per il regista di Rain Man e Good Morning Vietnam è quanto di più lontano ci possa essere, nonostante si tratti di un autore eclettico capace di spaziare da storie personali a operazioni decisamente più commerciali, distribuite in una filmografia che in trent’anni e passa di carriera lo ha visto esplorare in lungo e in largo il ventaglio dei generi: dal sexy-thriller (Rivelazioni) alla fantascienza (Sfera), passando per il teen-movie mescolato al giallo (Piramide di paura) e la satira graffiante (Sesso & potere). Insomma, una certa versatilità che lo ha portato a confrontarsi con le tante facce della Settima Arte, ma tutto ci saremmo aspettati tranne che arrivasse a mettersi in gioco alla benamata età di settantuno anni con un sottogenere a lui, per caratteristiche e approccio alla materia, totalmente estraneo. Di conseguenza, è comprensibile lo stupore e la sorpresa nei confronti di una scelta che per molti può sembrare addirittura l’inizio di una discesa, per altri il canto del cigno di un professionista che può non avere più molti colpi in canna da sparare sul grande schermo. Al contrario, nel caso di Levinson riteniamo che tale scelta sia espressione di coraggio e di un desiderio di rinnovamento e di sperimentazione, almeno per quanto lo riguarda, visto che la sua ultima fatica non ha assolutamente nulla di nuovo da aggiungere a un filone che può contare su illustri precedenti.

Il cineasta di Baltimora porta sullo schermo un film che, tanto dal punto di vista drammaturgico, quanto da quello più strettamente circoscritto al genere in questione, non ha nulla da aggiungere di diverso o inedito rispetto a ciò le pellicole prodotte fino a questo momento hanno offerto alle platee. Cominciamo con il dire che di pandemie ed epidemie al cinema se ne è fatta indigestione (a poco tempo fa risale Contagion), alla pari di cittadine messe in quarantena le cui popolazioni sono state letteralmente sterminate dal virus di turno sotto gli occhi impotenti di scienziati e governi. In tal senso, la piccola comunità balneare di Chesapeake Bay in quel del Maryland, protagonista della pellicola, è solo l’ultimo teatro dell’ennesimo sterminio di massa accuratamente occultato (Virus letale è uno di questi).
Stessa cosa si può dire anche della mancanza di originalità nel progetto, che propone un menù decisamente alla portata dello spettatore da moltissimi anni a questa parte, soprattutto sul fronte horror e fantascientifico. Ma non è detto che ciò sia giocoforza un limite o un motivo per accantonare il film, bollandolo come una insipida minestra riscaldata. Per The Bay, Levinson ha deciso senza alcuna esitazione di fare leva su tutti gli elementi e stereotipi del filone, non per faciloneria o pigrizia, bensì per dimostrare di sapere rimaneggiare qualcosa di pre-esistente tirandone fuori un prodotto di buona fattura. E così è stato. Il regista statunitense rimescola i cliché e gli ingredienti chiave per dare nuova linfa al genere stesso con un’opera di puro intrattenimento per stomachi forti. Presentato con successo alla passata edizione del Toronto Film Festival e nelle sale nostrane a partire dal 6 giugno con M2 Pictures, The Bay è un piccolo saggio di tensione latente sorretto da improvvise e sempre più frequenti detonazioni orrorifiche che costringono lo spettatore a stare costantemente sul chi va là dal primo all’ultimo fotogramma utile.Ne viene fuori una narrazione semplice e in linea con la tradizione del mockumentary, ma decisamente al di sopra della media se solo pensiamo ad esempio a quanto il made in Italy ha prodotto a riguardo nelle ultime stagioni (Vitriol e Hypnosis), a differenza di quanto fatto invece in
passato con ben altri risultati (il convincente Road to L. e il cult Cannibal Holocaust). Dimostrazione, questa, di come sia possibile ottenere il meglio con il minimo sforzo, anche solo rimaneggiando e rimescolando idee e situazioni. Levinson fa suo il modello e lo infarcisce di momenti splatter (lo scoppio dell’epidemia durante la fiera, gli interventi chirurgici in sala operatorio con un susseguirsi di amputazioni, la morte della coppia in viaggio di piacere, la vicina che rigurgita sangue), apocalittici (le distese di pesci morti sulla superficie del mare che ricorda lo sterminio ittico de L’incubo di Darwin) e shocker (il parassita che fuoriesce dallo stomaco di un pesce appena pescato, la morti dei due oceanografi e della coppia di adolescenti, l’omicidio e il suicidio del poliziotto), rievocando – volontariamente o involontariamente – l’immaginario cinematografico horror statunitense a sfondo marittimo che da Lo squalo porta direttamente a Piranha. Lo script mette sotto assedio un’area circoscritta e trasforma un parassita geneticamente modificato in un killer silenzioso dall’interno e sempre più velocemente la popolazione locale, ma soprattutto tramuta l’acqua, fonte di vita e sostentamento, in un vettore di morte.Il tutto passa attraverso una riuscita e credibile frammentazione e scomposizione (autentico tallone d’Achille di questa tipologia di film) dello sguardo attraverso una moltitudine di occhi digitali e e analogici (dalle telecamere a circuito chiuso ai filmati dei cellulari, dalle trasmissioni via skype agli mms, dalle registrazioni sonore alle fotografie, dai video amatoriali alle chat, passando per you tube e servizi televisivi) successivamente riassemblati da una regia onnisciente e occulta che diegeticamente dà origine a un unico racconto per formati. Il modus operandi di Levinson va oltre il classico utilizzo del P.O.V. (point of view) che restituisce al fruitore la soggettiva di un operatore che riprende live gli accadimenti (soluzione ricorrente nel filone a cominciare da The Blair Witch Project, passando per Cloverfield, Troll Hunter e REC), ma alterna a questo stile delle oggettive ricavate da altri punti di vista presenti sulla scena (My Little Eye). In questo modo, tecnica, drammaturgia e messa in scena si fondono in un video-dossier top secret che rivela l’esatta cronologia di una storia sulla quale si è preferito tacere e che ora viene resa pubblica da una giovane reporter di un’emittente locale miracolosamente sopravvissuta.

NOTE
1. Si parlava di comodità nell’individuazione del genere di appartenenza di The Bay, perché c’è da fare in realtà chiarezza su un errore piuttosto comune. Di fatto, il suddetto film non è un mockumentary a tutti gli effetti, bensì una docu-fiction. Nato dalla fusione delle parole inglesi “mock” (fare il verso) e “documentary”, esso si presenta al fruitore come un vero e proprio documentario, ovvero per taglio e stile come se riprendesse aspetti della realtà, quando di fatto si tratta di un prodotto di finzione a tutti gli effetti. In tal senso, si è fatta e si fa ancora tanta confusione a riguardo, in particolare sul come distinguere un mockumentary da una docu-fiction, che usa a sua volta un approccio documentaristico per raccontare mediante escamotage e ricostruzioni artificiose, storie, eventi e personaggi realmente esistiti come ad esempio il funambolo Philippe Petit, protagonista dello straordinario premio Oscar Man on Wire di James Marsh. La differenza risiede dunque nel concetto di “ricostruzione”, ma comunque generata da una base di verità successivamente romanzata. Quando, al contrario, tutto ciò che viene narrato e mostrato nell’opera si rivela frutto dell’immaginazione dell’autore, infarcita da eventi e personaggi fittizi appositamente realizzati per la trama e presentati come reali, lì ci si ritrova al cospetto di un mockumentary. Poi esistono casi rari detti di confine come I’m Still Here di Casey Affleck o JCVD di Mabrouk El Mechri, nei quali il personaggio (da una parte Joaquin Phoenix e dall’altra Jean-Claude Van Damme) esiste veramente, ma tutto il resto è una messa in scena costruita a tavolino. La confusione nasce il più delle volte da una linea di demarcazione talmente sottile da rendere invisibile l’atto della mistificazione. Enciclopedie e database cinematografici inseriscono erroneamente in questa categoria pellicole come [Rec], Paranormal Activity, Cloverfield o il capostipite The Blair Witch Project, perché realizzate alla pari di svariati mockumentary con una tecnica di ripresa in soggettiva detta P.O.V. (point of view), che associa lo sguardo dell’apparato filmico a quello dello spettatore, attraverso un operatore che riprende in tempo reale gli accadimenti oppure mediante il ritrovamento successivo di un video realizzato da amatori, videocamere nascoste o circuiti chiusi, in cui vengono rivelati i fatti. Quello del mockumentary è un sottogenere ampiamente sfruttato dagli autori di parodie e satira (vedi Larry Charles e il suo Borat), ma che negli ultimi anni sta avendo particolare successo nell’horror e nella fantascienza, forse perché far credere che una storia spaventosa e soprannaturale sia reale, e per di più che quello a cui si sta assistendo non sia una sua semplice ricostruzione, crea di riflesso nello spettatore un senso di angoscia e di dubbio.
INFO
La scheda IMDB di The Bay.
Il sito ufficiale di The Bay.
The Bay su facebook.
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