Nostra signora dei turchi

Nostra signora dei turchi

di

In dvd per Rarovideo e Mustang Entertainment il primo film di Carmelo Bene in versione restaurata. Un ricco cofanetto da edizione critica con due dischi e un libro. Tra i vari contributi, il cortometraggio Hermitage e una lunga intervista di Bene con Sandro Veronesi.

Doppiano anche il culo. Così disse Carmelo Bene a Sandro Veronesi in un’intervista del 1994 trasmessa dall’allora neonata e stimolante Tele+3, soltanto uno degli interessantissimi extra contenuti nel cofanetto editato da Rarovideo e Mustang Entertainment per Nostra Signora dei Turchi. Prima “manifestazione cinematografica” (qualsiasi altro termine come “opera prima”, “primo film” eccetera sarebbe del tutto fuori luogo in questo caso) dell’arte del Maestro leccese, che odiava il cinema quanto odiava molte altre cose e persone, e che mostrò il suo primo lungometraggio in forma di un netto attacco al cinema stesso. Un cinema odiato perché in esso tutto è doppiato, duplicato, una finta arte che secondo Bene non possedeva alcuna specifica virtù, in quanto debitrice irrimediabile di altre arti (pittura, fotografia, musica, teatro) tutte però ricondotte tramite il cinema a una dimensione più volgare. Per Carmelo Bene, il trionfo del cattivo gusto.

Il nuovo cofanetto pubblicato da Rarovideo compie in realtà un prezioso lavoro di recupero e valorizzazione, un vero materiale da studio composto da 2 dvd e un libro: oltre al supporto contenente il film, infatti, il secondo disco propone il cortometraggio Hermitage che precedette di poco la lavorazione di Nostra Signora dei Turchi (1968) e ne costituisce una sorta di preparazione/esercizio tecnico, e ricchissimi contributi extra, tra cui l’intervista di Sandro Veronesi a cui accennavamo in apertura, un contributo di Enrico Ghezzi, un cortometraggio di Ciprì e Maresco a cui Carmelo Bene prestò la voce over, trailer, locandine originali e rassegna stampa, e un ulteriore contributo sull’opera di restauro effettuata sia sul film sia su Hermitage. Il libro invece contiene ampi contributi da parte dello stesso Carmelo Bene, di suoi collaboratori (il direttore della fotografia Mario Masini) e di storia critica, tra cui un illuminante intervento di Adriano Aprà. Come più volte è accaduto nel corso della sua carriera, e come raramente accade nella maggior parte dei casi, Carmelo Bene è uno dei più interessanti da ascoltare riguardo al proprio cinema e alla propria arte in generale. Perché, tra le altre cose, con l’atteggiamento che ben conosciamo, liquida il cinema come non-arte, come cascame postmoderno che è nato morto con il treno dei Lumière, e la forza delle sue argomentazioni è tale da farcelo anche un po’ credere. “Non ho mai visto un film squilibrato, un film che smargina” dice Carmelo Bene. E in qualche modo ha ragione. Anche la sperimentazione più ardita rientra spesso in un linguaggio e una grammatica condivisi, raramente messi in discussione. Con il suo solito atteggiamento tranchant liquida autori come Fellini e Pasolini, il primo soprattutto, tacciandoli di adozione di grammatiche condivise. Per Bene il film squilibrato è quello che eccede il cinema stesso (concetto carissimo al Maestro leccese per tutte le forme d’arte che ha adottato e rovesciato), che ne forza le cornici rettangolari, che aspira a un altrove. In tal senso, Carmelo Bene getta il suo estremo tentativo oltre il consueto già con Nostra Signora dei Turchi, prima uscita cinematografica di una breve e intensissima stagione (Bene si occuperà di cinema solo tra il 1968 e il 1973, dando vita a ben 5 film, per poi dedicarsi alla tv e infine ritornare al teatro). È banale anche solo pensare di riassumere in qualche riga quello che per i film più comuni chiameremmo trama o storia. Si tratta infatti di un bombardamento di suggestioni audiovisive, in cui il lavoro di montaggio regna sovrano e l’operazione espressiva è tutta concentrata sull’esplosione dei significanti. Come ben sottolinea Enrico Ghezzi nel suo intervento compreso nel cofanetto, è errato parlare di “cinema di Carmelo Bene”; è più corretto parlare delle sue “opere”, considerate come un flusso unico e continuo che dal teatro va al cinema, alla tv e ritorna al teatro. Unico e coerente è, infatti, sopra ogni cosa il lavoro sottile sui significanti, individuati nella specificità del linguaggio adottato e fatti esplodere tramite l’amplificazione, la reiterazione, l’insistenza fino al grottesco, la deformazione esteriore, gli accostamenti liberi e scatenati del montaggio.

Nostra Signora dei Turchi parte da una forte consapevolezza a monte del cinema e dei suoi strumenti espressivi, che secondo Bene è finta arte e tripudio di cattivo gusto. E compie un’operazione di estrema violenza sui suoi stessi strumenti. Se il cinema ha fatto della falsa continuità delle immagini il suo cardine tecnico-espressivo (il montaggio classico), Bene prende le mosse da quello minandolo dall’interno. Quattromila inquadrature per circa due ore di proiezione, che diventeranno quattromilacinquecento per Salomè (1972), che dura quasi la metà. Spariscono la coerenza e il montaggio scientifico, e trionfano le associazioni libere, la costruzione spesso contrastiva tra immagine e musica, le riflessioni misticheggianti che in comune con la forma del film conservano l’aspirazione a un altrove, oltre le forme, oltre i contenuti, oltre ciò che è umanamente espresso. Il costante lavoro sui significanti, del tutto slegati dal loro specchio nel significato, conduce progressivamente lo spettatore verso qualcosa di veramente raro nel cinema, ovvero il puro piacere della fruizione. Il piacere, quasi ludico e infantile, di percepire e fruire l’oggetto-cinema nelle sue componenti, fatte collidere l’una con l’altra in funzione di una nuova godibile sensorialità e sensualità. Basti vedere l’enorme lavoro compiuto in Nostra Signora dei Turchi sulla voce umana, assoluto espressivo di tutta l’arte di Carmelo Bene che qui viene di nuovo fatta oggetto di violenze e ripetizioni, fino al contorcimento e alla sua riduzione a puro suono. Così come la voce umana è spesso attaccata nel suo uso convenzionale in cinema, ovvero la corrispondenza tra voce e immagine. Bene sposa spesso l’asincronismo, denunciando di nuovo il meccanismo connotato, l’inganno dei sensi. Di quel che si parla, e “cosa” si parla, è del tutto secondario, perché nell’universo di Bene già il parlare è atto impossibile.
La polemica si fa ogni tanto più dichiarata ed evidente, quando in alcuni segmenti di Nostra Signora dei Turchi appaiono figure di committenti d’arte in conflitto prima psichico, poi fisico con l’attore. E come spesso capita in operazioni di questo tipo, pian piano il film passa a linguaggi più accessibili. A una prima parte folgorante, segue una seconda dove addirittura pare di scorgere (mon Dieu!) un tenue filo narrativo. Di sicuro resta comunque un cinema mai visto, e mai più rivedibile. Un cinema dell’altrove, già fatto raro in sé. E, se il fatto si ripete, ognuno intravede comunque un proprio irripetibile altrove.

INFO
Extra: Intervista a Carmelo Bene a cura di Sandro Veronesi- scena tagliata Nostra Signora dei Turchi – una videocosa di enrico ghezzi- Ai Rotoli, cortometraggio di Daniele Ciprì e Franco Maresco- Trailer, locandine originali e gallery.
La scheda di Nostra signora dei turchi sul sito ufficiale di Rarovideo.

Articoli correlati

  • Festival

    I Mille Occhi 2016 – Presentazione

    Si apre con Nostra Signora dei Turchi di Carmelo Bene, alla presenza della protagonista Lydia Mancinelli, la quindicesima edizione del festival I Mille Occhi, di cui anche quest'anno Quinlan è media partner e che si terrà a Trieste dal 16 al 22 settembre. Con anteprima a Roma, alla Sala Trevi, il 13 e il 14.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento