Viaggio nella dopo-storia

Viaggio nella dopo-storia

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Con Viaggio nella dopo-storia, presentato alla Berlinale nella sezione Forum, Vincent Dieutre rafforza la sua filiazione rosselliniana rimettendo in scena Viaggio in Italia e ragionando perciò in termini ancora più diretti che in passato sul concetto di visione del mondo da turista.

Sono una forza del passato

Una coppia in viaggio in Italia. Durante il loro viaggio, lo stato della loro relazione diviene chiaro: ormai hanno preso differenti strade e l’unica soluzione è il divorzio. [sinossi]

Il cineasta francese Vincent Dieutre continua il suo personale percorso turistico-esplorativo-investigativo-affettivo nel nostro paese, prendendo stavolta a modello l’esempio cinematografico per eccellenza in tal senso, vale a dire Viaggio in Italia di Roberto Rossellini. Con il suo nuovo film, Viaggio nella dopo-storia – presentato in Forum alla 65esima edizione della Berlinale – Dieutre opera una sorta di remake, sovrapposizione, riscrittura del capolavoro rosselliniano, per un omaggio-riappropriazione puramente sentimentale, affettivo e malinconico.
Laddove nel precedente Orlando ferito – presentato nel 2013 al Festival di Roma, occasione in un cui intervistammo Dieutre – il regista prendeva l’Italia e in particolare la Sicilia, come paradigma per leggere in senso filosofico il presente di un mondo che sopravvive alla sua catastrofe, stavolta il dopo-storia del titolo è esperito come un presente in cui non resta che abbandonarsi a degli atti d’amore.

E l’atto d’amore di Viaggio nella dopo-storia è rivolto a Rossellini, alla Bergman e a quel film che ha segnato la vita di Dieutre (che lo vide per la prima volta da bambino, trasponendo sua madre nel personaggio e nelle fattezze dell’attrice svedese) e che viene ripercorso e rivissuto da diverse prospettive. Dieutre infatti si mette in scena in prima persona interpretando il ruolo che fu della Bergman e lasciando all’attore e cantante Simon Versnel la parte di George Sanders. Il proposito viene dichiarato sin dall’inizio, in cui i due si piazzano davanti ai titoli di testa di Viaggio in Italia, che vediamo scorrere su una parete. E l’atto di proiezione dell’immagine sul proprio corpo vale da asserzione della volontà di sovrapporsi e annullarsi nel film di Rossellini, per un procedimento tipicamente godardiano. Dopodiché Dieutre e Versnel interpretano passo dopo passo Viaggio in Italia, ripercorrendo gli stessi luoghi, rivivendo la stessa crisi sentimentale, recitando quasi esattamente le stesse battute (con qualche necessario adattamento). In un gioco di specchi che è insieme straniante e avvolgente, vediamo prima i due nuovi protagonisti dialogare in macchina e poi, con un semplice stacco, le vie di Napoli che scorrono dai vetri dell’auto sono quelle degli anni Cinquanta riprese da Rossellini.
Ma Viaggio nella dopo-storia resta innanzitutto un film sulla perdita: la perdita di un immaginario, di un film, di un modo di concepire il cinema (“Rossellini era l’unico cineasta europeo della sua generazione”, dice ad un certo punto Dieutre), ma anche la perdita della filiazione diretta con il proprio passato che fa sì che Dieutre citi nel suo incipit le parole di Pasolini da Una forza del passato (“i primi atti della Dopostoria, cui io sussisto, per privilegio d’anagrafe, dall’orlo estremo di qualche età sepolta”) e la perdita umana ed esistenziale. Alla linea estetico-narrativa della rielaborazione di Viaggio in Italia (con riprese ovviamente in bianco e nero), infatti Dieutre alterna una linea da “lavoro in corso”: dialoghi con avvocati che gli spiegano in quali problemi legali può incorrere facendo un remake, ma anche contatti con Isabella Rossellini. E la Rossellini risponde alla fine con una bellissima lettera in cui dice che ogni volta che le chiedono dei suoi genitori in quanto esponenti del mondo del cinema, la cosa le procura un senso di straniamento, visto che per lei erano semplicemente la mamma e il papà. Ancora perdita, straniamento e malinconia, dunque… Se in Psycho Gus Van Sant rifaceva esattamente il modello hitchcockiano operando una sorta di fusione a freddo astraente e straniante (come se l’occhio che guardava fosse quello, ebete e immoto, degli uccelli impagliati), in Viaggio nella dopo-storia al contrario Dieutre, pur facendo per certi aspetti un’operazione simile, agisce guidato dalla passione e dall’abbandono emotivo, regolando il suo debito esistenziale/cinematografico con il film di Rossellini.

E in questo orizzonte non poteva mancare una riflessione sull’essere “turista della propria vita”, che è un concetto chiave del cinema di Dieutre. Rispetto ai protagonisti di Viaggio in Italia, Dieutre è letteralmente un turista della dopo-storia che, “per privilegio d’anagrafe”, osserva le rovine da cui è circondato, ma non se ne lascia più sconvolgere come accadeva alla Bergman. Perché le rovine non sono più solamente quelle di età sepolte (Pompei o il Museo Archeologico), ma sono anche le rovine cinematografiche e culturali del mondo entrato nella sua fase ‘postuma’ e da cui siamo attraversati e disarticolati. Il turista della dopo-storia perciò vive in uno stato di perenne alternanza tra la malinconia della perdita e il distanziamento ironico verso il presente. Uno stato che, forse, è oggi l’unico possibile.

Info
La scheda di Viaggio nella dopo-storia sul sito della Berlinale.

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