Little Sister

Little Sister

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Hirokazu Kore-eda trae ispirazione per il suo Little Sister dal manga Umimachi Diary di Akimi Yoshida, per raccontare la storia di un legame da creare dal nulla tra tre sorelle e la figlia che il padre ha avuto da un secondo matrimonio. Un’opera essenziale e pudica, in concorso a Cannes 2015 e ora in sala.

Le sorelle Asano

Tre sorelle, Sachi, Yoshino e Chika, vivono insieme a Kamakura. Per senso del dovere si recano al funerale di loro padre, che le ha abbandonate una quindicina d’anni prima. Lì fanno la conoscenza della loro sorellastra, la tredicenne Suzu. Di comune accordo, le ragazze decidono di accogliere l’orfana nella loro grande casa… [sinossi]

Partiamo da alcuni fatti: alla sessantottesima edizione del Festival di Cannes, dove è stato inserito nel concorso, Umimachi Diary (il cui titolo per il mercato italiano è Little Sister) di Hirokazu Kore-eda, viene programmato per la stampa il primo giorno. Una scelta azzardata, visto che la sala scelta per le due proiezioni è la Bazin, del tutto inadeguata a ospitare l’esercito degli accrediti stampa (vedere per credere la cronaca del nostro “minuto per minuto“). Morale della favola, neanche tutti gli accreditati “rosa” riescono a entrare. Tra i pochi eletti in grado di vedere il film, all’uscita, serpeggia un notevole scetticismo: Little Sister, all’avviso dei più, è un’opera minore, poco ispirata, trattata con la mano sinistra dallo stesso Kore-eda.
I commenti iniziano a cambiare direzione, come per magia, il giorno successivo, dopo la proiezione al Grand Théâtre Lumière al cospetto della delegazione del film. Da questo punto di vista recuperare Little Sister all’ultima occasione possibile, tra le “séances du lendemain” alla Salle du Soixantième, si è rivelata una mossa accurata, per quanto ovviamente casuale.

La prima impressione che lascia il decimo lungometraggio di finzione di Kore-eda è quello di uno scollamento con le opere che l’hanno preceduto: la costruzione per immagini è in tutto e per tutto fedele al progetto di base, quello di trasformare in meccanismo cinematografico il manga di successo di Akimi Yoshida, nota ai più per essere l’autrice di Banana Fish. Ne viene fuori un film a prima vista mainstream anche nei minimi dettagli, che osa mostrare qualcosa che nel cinema d’autore è ancora oggi considerato pressoché tabù: la tenerezza.
È un film d’affetti, sinceri e incorruttibili, Little Sister: le quattro sorelle Asano, interpretate da Haruka Ayase, Masami Nagasawa, Kaho e dalla sedicenne modella Suzu Hirose (tra le voci del prossimo atteso film d’animazione di Mamoru Hosoda, The Boy and the Beast, in uscita nelle sale giapponesi il prossimo luglio), non nascondono scheletri nell’armadio né celano doppiezze o ambiguità dietro i loro visi candidi. Probabilmente risiede in questa scelta di campo, inusuale per lo stesso Kore-eda, il “problema” intercorso tra il suo ultimo film e una parte degli addetti ai lavori. Ma sarebbe sciocco, per non dire delittuoso, fermare la propria capacità di analisi a un livello così superficiale: tra le pieghe di Little Sister è infatti possibile rintracciare, senza troppa fatica, il fulcro stesso della poetica espressiva di Kore-eda.

Ancora una volta il centro d’interesse del film ruota attorno alle relazioni parentali, cardine delle narrazioni del regista nativo di Tokyo da Maborosi in poi, passando soprattutto per Nobody Knows, Still Walking e Father and Son: anche qui si ha a che fare con lo svilimento dell’immagine genitoriale, inutile, sovente dannosa, eternamente assente. Il padre delle ragazze è detestato tanto dalle sorelle maggiori, abbandonate al loro destino quando erano poco più che delle bambine, quanto dalla piccola Suzu, che lo insulta nel dormiveglia dopo essersi ubriacata per la prima volta.
Anche Little Sister si muove in direzione di una revisione del culto giapponese della famiglia. Gli affetti si scelgono, come già sentenziava senza troppi dubbi Father and Son: Sachi, Yoshino e Chika scelgono Suzu, e lei a sua volta sceglie di vivere con loro e di considerarle sorelle in tutto e per tutto. Il resto, il mondo che circonda queste giovani, a volte schiacciandole altre accompagnandole e quasi sempre ignorandone le reali esigenze, è quasi un rumore di sottofondo, un lampo effimero nella notte come i fuochi di artificio sparati sopra le acque di Kamakura.

Opera una scelta di dolcezza, Kore-eda, ma non abbandona neanche per un istante il senso del suo stare al mondo (cinematografico). La naturalezza del suo sguardo, che non ha bisogno di molto per trovare una propria compiutezza, si traduce in una regia armoniosa, che evita le asperità del terreno senza però negarle, dimenticarle o relegarle in un cantuccio.
C’è un dolore che traspare in Little Sister, ed è quello della vita, eternamente inadempiente nei riguardi dei nostri bisogni ma ancora una volta da affrontare senza paure, affidandosi alle persone che amiamo, e che possono/vogliono proteggerci. Inno essenziale e commovente all’affetto familiare, Little Sister appare come un lungo abbraccio, da principio timido e poi sempre più convinto, caldo, rassicurante. Come quello di quattro sorelle di fronte al mare, in una giornata ventosa.

Info
Little Sister, il trailer italiano.
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