Ruth & Alex – L’amore cerca casa

Ruth & Alex – L’amore cerca casa

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Quella di Loncraine è una commedia narrata sottovoce, nel segno di una gestione essenziale, quasi pudica, delle emozioni; registicamente timido, narrativamente non sempre equilibrato, Ruth & Alex mostra comunque intelligenza e sostanza.

Home, (bitter)sweet home

Dopo un quarantennio di matrimonio, Ruth, insegnante in pensione, ed Alex, stagionato pittore, decidono di vendere il piccolo appartamento di Brooklyn in cui vivono, per trasferirsi. Le trattative, tuttavia, vengono a più riprese disturbate da imprevisti e accadimenti curiosi… [sinossi]

Una caratteristica che ci sentiamo di apprezzare, di un cineasta come Richard Loncraine, è la parsimonia (ragionata) con cui da circa un quarantennio ci propone il suo cinema: undici film in tutto, più un pugno di opere televisive, che spaziano nei generi più vari (dall’horror al dramma shakespeariano, fino al thriller politico). Un bilancio che, unito al suo eclettismo, fa dell’opera del regista britannico una sorta di corpo estraneo nel panorama cinematografico contemporaneo: abituati, come siamo, ai ritmi forsennati delle produzioni odierne, e alla riproposizione in serie di filoni e tematiche, il cinema di Loncraine appare come un curioso oggetto di studio, piacevolmente fuori dal tempo, praticamente impermeabile alle sempre cangianti mode cinematografiche. L’impressione viene più che mai confermata da un’opera come questo Ruth & Alex, commedia “autunnale” (tratta da un romanzo dell’autrice americana Jill Clement) che mostra di avere, un po’ sorprendentemente, più di una freccia al suo arco; e che ha il principale pregio di sfruttare, in modo intelligente e non convenzionale, il talento di due star stagionate come Morgan Freeman e Diane Keaton.

Il cinema che chiameremmo “senile”, d’altronde, sembra negli ultimi anni aver trovato una sua precisa collocazione, a Hollywood, configurandosi quasi come un genere trasversale, tale da attraversare più filoni (dall’action movie più autoironico alla commedia). Qui, tuttavia, Loncraine non sceglie la via più facile, rinunciando a riprodurre quei meccanismi che, in molte produzioni recenti, si vanno già configurando come cliché: Freeman e la Keaton non gigioneggiano, non ripropongono una versione invecchiata dei loro personaggi del passato, rifuggono dalle tentazioni del meta-cinema, e da una sovrapposizione forzata tra personaggio e interprete. L’unica concessione esplicita alla memoria cinefila, comunque espressa con garbo e quasi sottovoce, è costituita da un paio di immagini che ritraggono i protagonisti su di una panchina, memore della nota locandina di Manhattan di Woody Allen: ma si tratta di un frammento, onesto nel suo ammiccare allo spettatore, privo di malizia. Il tempo che passa non si esprime con battute o gag (praticamente assenti); ma resta piuttosto impresso nei volti e nei ricordi dei due personaggi, e nel loro tentativo di navigare in un presente mutevole, cangiante, poco leggibile.

Un presente in cui un passaggio di vita fondamentale, come la ricerca di una nuova abitazione, diventa un’assurda e surreale corsa sulle montagne russe, giocata tra rapidità e astuzia; e in cui, quasi un quindicennio dopo l’11 settembre 2001, un tir abbandonato su un ponte da un cittadino di origine araba, basta a scatenare una folle psicosi metropolitana. Il fantasma degli attentati al World Trade Center, le ferite che questi ultimi hanno lasciato nel tessuto della vita cittadina, è d’altronde sempre presente (seppur mai nominato) nelle azioni dei protagonisti; l’eredità di quell’evento è parte di quel caos di segni, immagini e rumori che è la New York attuale, quella che i due protagonisti faticano (e infine, consapevolmente, rinunciano) a comprendere.
Non è comunque un film perfetto, Ruth & Alex: la voice over di Freeman è invasiva e superflua, i flashback che mostrano i due protagonisti da giovani inutilmente didascalici (e sofferenti di una recitazione non proprio adeguata, specie da quella Claire van der Boom che è alter ego giovane della Keaton), l’approccio generale alla materia intriso di un patetismo non sempre digeribile. Il film soffre, nel suo complesso, di una certa timidezza registica, frutto diretto della scelta nel segno della levità e dell’understatement; tutta la sua prima metà è caratterizzata da un ritmo eccessivamente dilatato, in cui il regista fatica a trovare la giusta presa emotiva sullo spettatore.

Tuttavia, la semplicità e pregnanza con cui Loncraine mette in scena le sue tematiche, la fotografia calda e avvolgente, la recitazione dei due protagonisti, nel segno della sobrietà e di un’insolita essenzialità, provocano un’istintiva, e poco ragionata, simpatia verso quest’opera. L’emozione che alla fine se ne ricava, anch’essa tenuta costantemente sottotraccia, non lascia mai la sensazione di essere stati ricattati. Di questi tempi, non è poco.

Info
Il trailer di Ruth & Alex su Youtube.
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