La corte

Nonostante la collocazione in concorso a prima vista possa sembrare anomala, La corte di Christian Vincent si distingue all’interno della selezione di Venezia 2015 per il suo arguto studio di caratteri, le brillanti annotazioni sull’umana natura, il teatro, la giustizia e il “teatro della giustizia”.

Il teatro della giustizia

Xavier Racine è un giudice molto temuto, presidente di corte d’assise. Lo chiamano “il giudice a due cifre”, perché le pene che infligge sono sempre di almeno dieci anni. Tutto cambia drammaticamente il giorno in cui Racine incontra Birgit Lorensen-Coteret, chiamata come giudice popolare nel caso di un uomo accusato di omicidio. È la stessa donna di cui si era innamorato Racine sei anni prima. Quasi in segreto. È forse la sola donna che abbia mai amato.[sinossi]

Proprio mentre, seppur con i dovuti distinguo, il nostro cinema appare impegnato a prodigarsi da un lato con l’art pour l’art di un’autorialità gridata e autocompiaciuta e dall’altro con prodotti commerciali che si vogliono limitati al genere commedia, meglio se basata su conflitti “cardinali” come “nord e sud” o “destra e sinistra”, ecco che sugli schermi di Venezia 2015 fa la sua comparsa un prodotto commerciabile e di sopraffina fattura. Si tratta di una commedia d’autore, dove a dividersi la scena sono principalmente un ottimo cast di interpreti e un lavoro finissimo di scrittura. Mentre il regista si ritaglia il compito di coordinare i due aspetti con equanime e pervicace abnegazione.

E il risultato non lascia dubbi né scatena polemiche, anzi, nonostante la collocazione nel concorso veneziano a prima vista possa sembrare anomala L’hermine (reintitolato in italiano con il meno evocativo La corte) di Christian Vincent si distingue nettamente per il suo arguto studio caratteri, infarcito di brillanti annotazioni sull’umana natura, il teatro, la giustizia e il “teatro della giustizia”.
È un universo fatto di rituali, specie di natura professionale, quello messo in scena dall’autore del modesto La cuoca del presidente che, pur avendo qui come protagonista un sublime Fabrice Luchini, persegue una coralità che consente al film di passare continuamente dal particolare all’universale, dal ritratto individuale, all’affresco di un’intera società.

Protagonista è un Presidente di Corte d’Assise (Luchini) che, proprio nel corso di una virulenta influenza, si trova a dover giudicare un uomo accusato di infanticidio (avrebbe ucciso a pedate la figlia neonata). Inoltre, tanto per aggravare il suo stato di tensione, tra i componenti della giuria popolare c’è un suo vecchio sogno erotico: l’anestesista (Sidse Babett Knudsen) che si era presa cura di lui qualche anno prima, in occasione di un’operazione all’anca.

Curioso caso di star del cinema francese apprezzata dalle nostre parti soprattutto in età matura, Fabrice Luchini in La corte dà il meglio di sé, per dirne una: un’interpretazione così convincente del ruolo di “uomo con influenza” non la si era ancora mai vista al cinema. Persino quei sorrisetti ironici cui l’attore di Le donne del 6° piano e Gemma Bovery ci ha da tempo abituato, risultano qui perfettamente convenienti, il giusto corollario per un personaggio dalla maschera semi-seria e dai comporamenti non sempre prevedibili. Imprevedibile è d’altronde l’intero film, capace di alternare dramma sociale e processuale, commedia di costume e romantica. Il merito della riuscita dell’amalgama è da ascriversi a uno script che funziona come un marchingegno elaborato e impeccabile, dove temi portanti come l’indagine umana, la reciproca comprensione, tolleranza e convivenza civile, sono declinati a più livelli, riecheggiano nei dialoghi, si esplicitano nei comportamenti. La corte non ha poi paura di affrontare temi forti come l’infanticidio, il funzionamento della giustizia, l’amore senile, le differenze culturali di una società francese già da tempo multirazziale, aggiungendovi annotazioni filosofiche sulla vita e sulle istituzioni, del calibro di “la giustizia non consiste nell’affermazione della verità, bensì della legge”. Inutile dire che nessuna commedia nostrana oserebbe affrontare tali “scomodi” argomenti, per paura del box office, delle polemiche, di un eventuale mancato acquisto del film da parte di mamma RAI.

Vincent invece se la cava egregiamente e scioglie le varie contraddizioni grazie a una accorata fiducia nell’umano, che trova la sua realizzazione in una serie di personaggi davvero a tutto tondo. Pensiamo, un esempio su tutti, alla presentazione dei vari giurati quando, in puro stile 12 Angry Men, si riuniscono al bar per autopresentarsi a turno. Un espediente semplice, persino banale, utile però a introdurci con naturalezza i vari personaggi e analizzare brevemente ma in maniera anche molto ficcante il milieu da cui provengono. C’è la signora di periferia schietta e pragmatica, il ragazzo silenzioso sempre incollato al cellulare, una ragazza di cultura islamica velomunita, un ciarliero oriundo francese, una bella ragazza fidanzata ad un soldato. E poi, naturalmente, c’è l’anestetista oggetto del desiderio del nostro giudice, il quale rievoca probabilmente da anni quel gesto affettuoso della mano con cui lei rassicura i pazienti, gesto che vedremo poi reiterato in una sequenza del film.

Questa attenzione ai dettagli, a una gestualità rituale che pertiene soprattutto le professioni (il ripetuto lavarsi le mani di Luchini, la sua vestizione, il modo in cui suona il campanello per poi fare il suo ingresso in aula o abbassa il microfono poco prima di parlare) è forse l’elemento più singolare di questa commedia, quello sforzo d’immaginazione in più che la rende speciale. Prendere esempio è altamente consigliato.

Info
La scheda di La corte sul sito della Biennale.
Il trailer di La corte su Youtube.
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