Go With Me

Go With Me

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Caccia all’uomo in aria di “western moderno” nei paesaggi innevati e boscosi tra USA e Canada. Go With Me cerca il solido cinema di genere, ma fallisce miseramente tra elementari idee di racconto, dialoghi ridicoli e attori svogliati. Fuori concorso a Venezia 2015

Aridatece Hannibal Lecter

Dopo aver subito un’aggressione da parte del malvagio Blackway, Lillian cerca aiuto in città ma nessuno le dà ascolto. Finché non incontra Les, un anziano signore che sembra avere un conto in sospeso con Blackway… [sinossi]

Una volta il fuori concorso era la sede anche per presentare solidi film di genere, che potessero ambire a un buon o ottimo successo di pubblico. È quello che da qualche anno manca in laguna: una proposta parallela di film nati per il pubblico e spesso poi adorati pure da cinefili e addetti ai lavori, magari presentati nelle care vecchie proiezioni di mezzanotte per irrobustire la programmazione. Adesso invece il fuori concorso è concepito di frequente come una miscellanea frullata, in cui trovano posto opere decisamente eterogenee, e il cinema di genere è relegato a poche occasioni, magari piazzate verso la conclusione del festival in qualche buco libero del programma.

Teoricamente Go With Me avrebbe tutte le carte in regola per rappresentare questa idea d’industria tradizionale, affidandosi anzi ad “antichi” strumenti espressivi con netto rifiuto dell’uso invasivo di effetti speciali o digitale. Venuto dagli ultimi due capitoli della trilogia “Millennium”, Daniel Alfredson aderisce infatti all’archetipica idea della caccia all’uomo, secondo moduli narrativi che ricordano da vicino le dinamiche del western: un cattivo che più cattivo non si può, e una schiera di buoni più o meno vulnerati. Leader dei buoni, un anziano signore che deve vendicare un doloroso lutto. La vicenda prende le mosse dall’aggressione di un uomo, Blackway, ai danni di una ragazza da poco rientrata in città (l’ambientazione è ai confini tra USA e Canada, in paesaggi boscosi e innevati). La ragazza chiede aiuto alle autorità, poi ai cittadini, ma tutti sembrano terrorizzati al solo pronunciare il nome di Blackway. Finché non si fa avanti un anziano signore, Les, che accompagnato da un timido balbuziente si presta alla caccia all’uomo.

Da un lato, Alfredson sembra aderire consapevolmente a un’idea di essenzialità narrativa, in cui gli elementi d’azione sono ricondotti alla loro più estrema semplicità, mentre dall’altro, si fa fatica a credere che gli intenti fossero così alti, visto che di fatto la messinscena si riduce a un’unica, interminabile azione (in 90 minuti, non si fa altro che cercare il malvagio Blackway, di stazione in stazione, di porto in porto…) priva di qualsiasi vero nerbo narrativo, e dove ogni volta l’autore rilancia il racconto con stratagemmi stanchi e forzati. A suo modo Alfredson mostra una propria coerenza espressiva, ritrovando nei paesaggi innevati e nei boschi fitti di alberi “americanadesi” la stessa eccentrica ambientazione che caratterizzava la trasposizione cinematografica della trilogia di Stieg Larsson. Così come è avvertibile il medesimo gusto per l’eccesso macabro, tutto giocato non su effetti di scena ma su carni livide e tumefatte. Tuttavia, l’essenzialità narrativa non si traduce mai in narrazione epico-mitica, bensì in pura e semplice elementarità, sorretta da dialoghi del tutto pretestuosi e ripetitivi oltre il livello di guardia.

Non sono troppo di supporto nemmeno gli attori, visto che domina incontrastata la svogliatezza, soprattutto sul volto sempre più demotivato di Anthony Hopkins, specie da quando in vecchiaia si è dovuto concedere a operazioni di vaglia, una più mortificante dell’altra, probabilmente per fare cassa e nient’altro. Si vede la sua prova in Go With Me, e automaticamente se ne vede un’altra decina dei suoi ultimi quindici anni di attività: contenitori commerciali che talvolta cercano in lui solo l’istrione, altrove (come in questo caso) la prova dolorosa e opaca. Per cui, se da una parte dall Nordeuropa sembrava tirare aria di nuova classicità, dall’altra si resta ancora con la voglia di una nobile arte industriale. Merce sempre più rara, di questi tempi.

Info
La scheda di Go With Me sul sito della Biennale.
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