Mr. Six

Mr. Six

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Film di chiusura a Venezia 2015, il cinese Mr. Six è uno pseudo-gangster movie che, in maniera irritante, vuole farci la morale sulla nuova generazione arricchita, ormai dimentica dei valori di una volta. Con protagonista Feng Xiaogang, la gallina dalle uova d’oro del cinema commerciale mandarino.

Com’era rossa la mia valle

Da giovane, Mr. Six era un famigerato teppista pechinese. Trent’anni dopo gli viene diagnosticato un problema cardiaco e l’uomo vive da solo in uno hutong. Un giorno suo figlio Xiaobo viene portato via da un gruppo di ragazzi ricchi che ha offeso. Infuriato per il comportamento privo di regole della banda, Mr. Six raduna i suoi vecchi compagni e progetta di adottare alcune tattiche all’antica per recuperare il figlio. [sinossi]

Il cinema commerciale cinese continua a regalarci prodotti mal confezionati, spesso implicitamente (o esplicitamente) intrisi di un moralismo prono ai dettami del regime. Ma finché quel cinema potevamo vederlo al Far East aveva un senso, visto che si veniva messi in condizione di osservarne, da un punto di vista culturale e quasi antropologico, gli sviluppi e/o la degradazione in corso o, anche, il tentativo di inseguire e copiare i dettami industriali hollywoodiani. Perché l’obiettivo del festival friulano è proprio quello di farci scoprire che direzione prendono le varie filmografie popolari dell’Estremo Oriente, a volte anche al di là della singola riuscita di un certo titolo.
Quando però un film come Mr. Six arriva a chiudere la Mostra di Venezia, come è avvenuto per questa 72esima edizione, significa che la situazione comincia a farsi preoccupante. Certo, sappiamo benissimo che negli ultimi anni i vari festival vanno incontro a enormi difficoltà nell’individuare i titoli d’apertura e di chiusura, due slot che quasi nessuna produzione internazionale vuole più, per tutta una serie di motivi. Ma arrivare a scegliere – o “lasciarsi costringere” a scegliere – un prodotto così maldestro come il film diretto da Hu Guan ci sembra che non sia una buona mossa, anche perché così si tende a dare spazio proprio a quel tipo di cinema cui in Cina si contrappongono – più o meno apertamente – i migliori cineasti di questi anni (da Jia Zhangke a Diao Yinan, passando per l’esordiente Liu Shumin – di cui abbiamo visto qui a Venezia l’ottimo The Family – o per Zhao Liang, che sempre a Venezia 2015 ha presentato un film disturbante e quasi accecante come Behemoth).

Insomma, ci pare che vi sia una contrapposizione sempre più netta tra un cinema autoriale cinese (quello che normalmente apprezziamo nei festival e che invece fatica a trovare spazio in patria) e uno commerciale, che riscuote enorme successo all’interno dei confini mandarini ma che – almeno per ora, vista la fattura del 90 per cento di questi film – non meriterebbe di varcare i confini nazionali. E invece accade che anche a questi titoli venga dato un rilievo eccessivo. Del resto, siamo di fronte a un innegabile stato di fatto: il potere economico cinese – che ad esempio spinge Hollywood a fare un sempre maggior numero di co-produzioni – influisce ormai apertamente anche su un festival come Venezia. E, quindi, ci si accontenta magari di prendere un titolo mediocre nel presente, nella speranza di potersi accaparrare qualcosa di meglio in futuro. In questo va detto che la direzione di Barbera ha ereditato uno degli aspetti meno convincenti della politica mulleriana, che ad esempio nel 2006 chiuse una sua edizione del festival con The Banquet, opera di quel Feng Xiaogang che, in Mr. Six è assoluto protagonista, pur delegando ad altri il controllo della macchina da presa.

Gallina dalle uova d’oro del cinema locale, autore negli anni di film che hanno sbancato il botteghino come Aftershock, A World Without Thieves, Personal Tailor e lo stesso The Banquet, Feng Xiaogang qui interpreta una specie di “capetto di quartiere”, ormai non più tanto giovane e anche malato, che si vede scavalcare dalla nuova generazione e che fa di tutto per rimettere le cose al loro posto. Il Nostro si atteggia un po’ come il Carlito di Al Pacino, un po’ come il Bogey marlowiano, ma senza avere un briciolo dello charme e dell’iconicità dei suddetti modelli, tanto che i suoi lunghi silenzi più che sintomo di profondità sembrano dettati dall’assenza di idee in fase di scrittura dei dialoghi.
Ma quel che dà più fastidio in Mr. Six è la morale che si vuole proporre, laddove il confronto tra il vecchio e il nuovo non è caratterizzato come un qualcosa di inevitabile e di dolorosamente accertato, quanto come qualcosa di ingiusto e quasi disonesto. Non siamo nel classico campo dei giovani che si avvalgono di scorrettezze varie per poter prendere il posto dei più anziani (che può essere, nel contesto dei gangster movie, la vendita della droga o una maggiore brutalità), quanto nella condanna a priori di una generazione arricchita che pensa solo ad andare in macchina a tutta velocità e a tingersi i capelli di colori improbabili. Verrebbe da dire che questa condanna porta con sé una sorta di semplicistico determinismo sociale, non più rivolto ai poveri quanto ai ricchi.
Già, perché i metodi usati dalle due differenti generazioni sono in realtà gli stessi – menarsi con le spranghe, far rispettare un torto subito… insomma, i must della legge della strada – ma quel che cambia è proprio la natura: i vecchi avevano una dignità perché vivevano tranquilli nei loro hutong, i giovani invece vogliono case comode all’occidentale e sono tutti figli di crudeli palazzinari.

Ecco che allora in Mr. Six emerge una condanna verso la Cina neo-capitalista, da contrapporre alla vecchia Cina confuciana, ma questo processo viene portato avanti con strumenti posticci e tanto intrisi di un moralismo fastidioso da dare l’impressione contraria. Vale a dire che siamo nel campo di quel che un tempo da noi si sarebbe chiamata falsa coscienza borghese (quella che, in maniera più o meno sottile, legittima lo status quo per continuare a difendere i propri privilegi), e che in versione cinese la si può definire una falsa coscienza confuciana. Del resto, è tipico della nuova ondata post-maoista il fatto di aver recuperato Confucio declinandolo in versione capitalista, perché ci si può e ci si deve arricchire pur mantenendo l’armonia sociale. E se un film finisce per dirci questo – arricchitevi pure, ma non dimenticate di rispettare gli anziani – allora non si può non concludere che ci si trovi ancora una volta nel terreno di un film di regime. Altro discorso sarebbe stato invece quello di condannare il processo di arricchimento in sé, il culto del denaro che genera mostri e che ad esempio caratterizza il finale di un film magnifico, capace di precorrere i tempi, come l’esordio di Jiang Wen, In the Heat of the Sun (1994).
Se poi si vuole porre la questione su un piano estremamente elementare, si può concludere che è inaccettabile assistere a delle risse che vorrebbero essere realistiche senza che sgorghi un po’ di sangue. Se invece succede di vedere assurdità del genere, come avviene in Mr. Six, significa che in quella cinematografia c’è qualcosa che non va.

Info
La scheda di Mr. Six sul sito della Biennale.
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