Ville-Marie
di Guy Édoin
Ville-Marie fa intrecciare quattro vite in un contesto di solitudine urbana, con un’estetica ricercata ed elegante; ma la sua superficialità denuncia presto quella che è, in realtà, gratuita tendenza al formalismo.
Solitudini lucenti
L’attrice Sophie Bernard, arrivata a Montreal per girare un film, vuole cogliere l’occasione per far visita a suo figlio Thomas, con cui ha interrotto da tempo i rapporti. Thomas, tuttavia, che è stato appena testimone di un gravissimo incidente, non sembra ben disposto verso la donna: soprattutto, il ragazzo chiede risposte, ancora mai avute, sull’identità di suo padre… [sinossi]
Quattro personaggi in un contesto metropolitano, un incidente che fa intrecciare casualmente le loro esistenze (e quelle delle persone a loro vicine): giochi del caso e del destino, deflagrati in una città che è affresco e rappresentazione plastica di solitudine. Gli elementi di partenza di questo Ville-Marie (titolo mutuato dall’ospedale di Montreal in cui lavorano due dei personaggi principali) non sono certo nuovi, trovando qualche punto di contatto col cinema del primo Alejandro González Iñárritu; traslato, quest’ultimo, in un contesto borghese, e narrato con una struttura più lineare e classica. Quello del film di Guy Édoin vuole essere (melo)dramma familiare e insieme quadro di solitudine urbana, sguardo su segreti, nevrosi personali e tensioni irrisolte, esperimento di meta-cinema e riflessione sul mestiere di cineasta. Un’operazione di una certa ambizione, per una storia che il regista sceglie di iniziare a narrare in media res: la sequenza iniziale, in cui è messo in scena il pretesto narrativo che innesca l’intera vicenda, coglie i personaggi nel pieno delle loro storie. Un’apertura che, dal punto di vista dell’impatto filmico, ha la sua indubbia efficacia.
Il problema del film di Édoin è che le sue ambizioni si rivelano presto sproporzionate all’effettiva capacità dell’opera di scavare a fondo, e con consapevolezza, nelle vite che racconta. Colpisce subito, di Ville-Marie, l’estetica ricercata, la fotografia notturna patinata, le luci metalliche e i morbidi movimenti di macchina: ma, per le storie che il film vuole mettere in scena, e per la modalità che sceglie per narrarle, quello di Édoin si rivela essere poco più che vuoto formalismo. L’ospedale del titolo è inteso dal regista, probabilmente, come centro nevralgico della narrazione, microcosmo primario di incontro/scontro dei quattro caratteri principali: ma le sue mura restano un contenitore di esistenze che riusciamo a malapena a sfiorare, fotografia esangue di drammi che non penetriamo mai a fondo. Il turning point del film (che evitiamo di rivelare) fa simbolicamente il paio con la sua sequenza d’apertura; ma la sceneggiatura, fino ad allora, non è minimamente riuscita a preparare il terreno per l’innescarsi dell’empatia, specie nei confronti del personaggio che ne sarà maggiormente coinvolto.
Considerata la superficialità, gli accenni epidermici e poco integrati nella sceneggiatura, gli affrettati rimandi alle storie passate (che chiamano lo spettatore a un coinvolgimento emotivo troppo facilmente dato per scontato) l’eleganza formale della pellicola finisce presto per irritare, e respingere. Il film nel film, in cui la protagonista col volto di Monica Bellucci è chiamata a recitare, viene ironicamente trattato come espressione di un’autorialità vuota e risaputa: “lui fa da decenni lo stesso film”, dice l’attrice in un significativo dialogo. Il problema è che in questo caso il contenitore, quello che noi stiamo guardando, non sembra distaccarsi troppo dall’oggetto rappresentato; involontariamente, il regista ha realizzato anzi una sovrapposizione quasi perfetta.
La fattura della recitazione, certo, non aiuta: ma non ce la sentiamo neanche di imputare troppe colpe a una Monica Bellucci che, palesemente, si trova ad affrontare un personaggio non nelle sue corde. La sequenza in cui l’attrice italiana canta, con evidente disagio, una sua versione di Can’t help falling in love di Elvis Presley, è rappresentazione più che palese di inadeguatezza. Il giovane Aliocha Schneider (sorta di poco convinto emulo di Louis Garrel) non fa di suo molto meglio, nel vestire i panni del tormentato figlio.
Ville-Marie si infrange così, presto, contro il muro della sua pretenziosità, non arrivando mai a stimolare davvero la mente e l’emotività dello spettatore; risultando inerme espressione di formalismo, compitino calligrafico che rimane costantemente in superficie. Una volta assorbita la sua lucente confezione, il tedio è ciò che, inevitabilmente, accompagna gran parte della sua fruizione.
Info
Il trailer di Ville-Marie.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Ville-Marie
- Paese/Anno: Canada | 2015
- Regia: Guy Édoin
- Sceneggiatura: Guy Édoin, Jean-Simon DesRochers
- Fotografia: Serge Desrosiers
- Montaggio: Yvann Thibaudeau
- Interpreti: Aliocha Schneider, Frédéric Gilles, Louis Champagne, Marie-Evelyne Lessard, Monica Bellucci, Pascale Bussières, Patrick Hivon, Stéphanie Labbé
- Colonna sonora: Johannes Malfatti, Olivier Alary
- Produzione: Max Films Media
- Durata: 101'



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